L’ultimo avamposto della decenza online

Non devo certo spiegarlo ai blogger, come si rimorchia ollain.
Non devo certo parlare delle relazioni virtuali, quando Catfish è alla sesta stagione.
Non devo certo dirlo io, che i social hanno cambiato la percezione di sé e degli altri.
Non devo certo sottolineare che Tinder è la versione touchscreen del mercato delle vacche (quanto erano più oneste le serate cafone al latinoamericano?).
Non devo certo insegnarvi io che, però, controllare il profilo Feisbuc di uno che vi piaciucchia  può farvi accedere a uno stargate di mostruosità, tipo che condivide le bufale sulla magnitudo dei terremoti o le foto sella Senicar.
Non devo certo entrare nei dettagli su Grndr o Hornet, i maschi tendono ad essere degli allegri porci,  quello è per loro un contenitore adatto (e pieno de fregni, in effetti, n.d.a.).
Tante sono le cose che ormai non hanno più bisogno di analisi, né di demonizzazioni, i social sono parte integrante della nostra vista e come tale la influenzano e la pervadono in  mille aspetti. Tra questi, come non annoverare il lavoro? Infatti anche per quello c’è un social, ed è Linchedin.
Linchedin non si capisce bene a cosa serva di preciso, ma in generale è uno strumento per fare “netuorching”, cercare offerte di lavoro di aziende sedicenti “smart” e dove al massimo si va a ricercare un contatto con qualche compagnuccio delle elementari che ora ha la fabbrichètta, la casètta, la barchètta e che potrebbe offrirvi diecicappanettianno. Su Linchedin si mette il proprio cv in forma ben riassunta, qualche interesse politicamente correttissimo – diritti dell’infanzia, su tutti – e una foto civile, urbana e professionale.
Più in generale su Linchedin ci sono anche forum di discussione perfettamente inutili, condivisioni di articoli motivazioni, manager che promuovono i loro tuitt o fanno vedere che leggono IlSole, tanti tanti tanti aforismi sulle differenze tra un capo e un leader.
Quindi, in tutto questo parlare e condividere per dare aria al proprio cv, spuntano persone di ogni sorta che, attirate dai “brend” del mio cv, mi chiedono di connettersi alla mia rete, entrando dunque in possibile collegamento con tutti quelli che conosco io.
Salvo casi umani particolari, io tendo ad accettare tutti, non si sa mai e poi non c’è nulla di male. E così ho fatto anche stamattina, imbattendomi quindi in questo Engineer at Global Shipping Company.
Il tempo di accettare la sua richiesta, visto che QuelliTipoGugol hanno molti contatti con aziende di logistica, e mi ritrovo il seguente messaggino privato both in english and italian:
linkedin

Morto di figa livello: Linchedin.

 

7 COSE CHE FACCIO QUANDO SONO TRISTE

Per ogni stella che si stacca dal cielo
C’è un dolce sguardo che si scopre da un velo
E un altro giorno che ti viene in regalo
Tu chiudi gli occhi e non ci pensi più …
…piccola dolce selvaggia malinconia vattene via!
Pixi Dixi Fixi – Mimmo Locasciulli 

 

Ci sono dei giorni, tipo oggi, in cui mi assale il pessimismo cosmico. Una piccola nota negativa fa da detonatore per una bomba di nichilismo e pessimismo senza pari.
Per esempio venerdì sono andata a farmi la piega da un parrucchiere imbecille e, al posto di avere una chioma setosa, mi sono ritrovata con una scopa di saggina in testa con le doppie punte, se possibile, in evidenza.
Poi sabato sera a mezzanotte SpeedyGonzales, la mia capa, mi ha mandato una mail per cazziarmi…in parte aveva anche ragione, ma magari ne possiamo parlare in un momento che non sia sabato sera a mezzanotte.
Morale della favola, queste due piccole sciocchezze, hanno scatenato un senso di insofferenza per la vita che non provavo dall’adolescenza. Probabilmente perché dentro di me lo so che devo tagliarmi i capelli anche se non voglio e che devo cambiare lavoro anche se è troppa fatica.
Chiaramente questo pessimismo non trova soluzione in se stesso, figuramose, no, questo pessimismo genera mostri e riflessioni che vanno da Gegia a Steven Hawkins sul perché mi ostino a volere capelli lunghi, sono forse sintomo di insicurezza?, e perché sto facendo ora questo lavoro di cui non mi frega assolutamente nulla e che mi appiattisce le sinapsi finché l’unica cosa che ne esce è “l’iva sulla frutta è al 10%”, ecco sto sprecando la mia vita, forse dovrei davvero andare ad aprire un ostello in Patagonia e perché no il ristorante di bruschette in Birmania.
E la morale è così, ti rompe i coglioni quando tu vorresti solo galleggiare tra una mezza gioia e uno scoglionamento, fluttuare lieve senza impegno. Nfatti m’hanno detto che sono poco paranoica, sì.
Ma non si può sperare che la tristezza passi da sé, senza prendere in mano la situazione, lo dicevano anche i Litfiba dei tempi d’oro ” chi visse sperando morì non si può dire”, quindi evitiamo di ridurci come Piero Pelù a The Voce of Italy e sorridiamo che la vita ci sorride. Più o meno.
Quello che salva l’uomo, in situazioni di estrema precarietà emotiva, molti dicono sia la passione. Per qualcuno, per qualcosa.
E se quel qualcuno nel mio caso è il paziente  Primate, quel qualcosa sono i miei 5mila hobby: la cucina, il cucito, il ballo, la musica, il blog, i trucchi, le gif di Uomini&Donne, la tv spazzatura con particolare riguardo per i programmi con i ciccioni, camminare, leggere riviste e romanzi, lo stalking su Facebook.
Sorprendentemente, quando mi girano fortissimo le ovaie, non ho la benché minima voglia di fare nulla dell’elenco sopra descritto. Ma niente. Forse invero, lo stolcherare su Facebook sì, quello sì, ma quella più che una passione è un talento che emerge un po’ in ogni cosa che faccio.
Quindi ecco una lista di cose che mi fanno stare meglio quando non ce la faccio a farcela:

1) Comprare cosmesi, possibilmente ollain. Adoro i trucchi e adoro le creme, le creme davvero le amo fortissimo, quindi ne compro,  poi ripenso che ne ho un milione, poi mi sento in colpa e fine.
2) Cercare le foto di Shaun, la pecora che non venne tosata per 6 o 7 anni, e pensarla che dice parolacce: shaun
Se la si guarda in faccia si capisce chiaramente che sta imprecando con accento napoletano.
3) – Mangiare, sì, mangiare. Io sono la classica persona che mangia se è triste, mangia se è felice e poi bestemmia perché ingrassa. Siamo così, dolcemente complicate [cit.]
4) Cantare 4 canzoni: Pixi Dixi Fixi di Mimmo Locasciulli, l’indimenticata Sandra dei 360° perchè dice “fornellino” e questa cosa mi fa morire, Chihuaha di Dj Bobo perché mi fa chiedere se anche lui campa di diritti annoiandosi come Hugh Grant in About a Boy  o se è finito malone come la protagonista di Gola Profonda, Ballo Ballo della Raffa perché onestamente non c’è tristezza che la Raffa non possa curare….ahhhh sensazione magica!
Tendenzialmente se sono scoglionata non ho voglia di cantare, ma le metto su e, dalla metà in poi sento la musica la musica che gira intorno, poi gira tutta la stanza e alla fine el ritmo de la noche mi pervade.
Va detto che alcune volte ascolto anche Despacito con Justin Bieber e A chi mi dice dei Blue perché sembra che cantino dei rumeni e anche questo mi risulta esilarante.
5)  Stolcherare il profilo di Lui, quell’essere con cui ho rischiato di passare i migliori anni della mia vita, e di Riccarda Strozzi Pollastri, la sua fidanzata e trovarci cose come questa:
strozzi
Incollarle subito a AmicaUmbra e riderne insieme (con non poco sollievo di chi l’ha scampata bella, da parte mia).Non capisco per quale motivo a ogni parola corrisponda un disegnino, io però vicino a “UNA donna” c’avrei messo il maialino perché, per la cronca a Riccardona nostra je piace pane e porchetta e se vede, manco poco.
6) Ricordare quando sono andata a fare una prova di Fitness con gli elettrodi con Teddi che aveva paura di morire fulminato. In pratica funziona così: indossi una tutina aderentissima e molto sottile nera e poi ti mettono un gilè umido (e un po’ puzzolente) a cui attaccano degli elettrodi, fai dei movimenti leggeri e gli elettrodi dovrebbero amplificare lo sforzo del muscolo con un impulso. Ma in tutto questo la cosa esilarante era Teddi la montagna umana, col suo QI alle stelle e il suo colesterolo alle stalle, in una tutina frufrù che prendeva ordini su come fare gli squat da uno che faceva fatica a coniugare i verbi al presente indicativo (no, non Di Maio, questo era palestrato, n.d.a.).
7) Guardare i seguenti video:

ma soprattutto:

In realtà sto periodo mi sento così giù di corda che, in qualunque ambito della mia esistenza tendo ad avere i complessi, macché complessi, io c’ho RockinMille, applico tutto il giocajouer qua sopra: tattatataatà comprare/tattatataatà stolcherare e via andando, ma una sola grande certezza mi risolleva: ho obbiettivamente delle tette da paura.

 

DAMMI DUE BOTTE, ALMENO AI VETRI

I più penseranno che su Parigi si sia già scritto tutto, e invece.

Ero convinta, convintissima, avevo iniziato a scrivermelo in testa in metropolitana, il mio bell’articolo sul femminismo.
Una congiuntura di fattori mi aveva portato a immaginare una serata da sola, visto che il Primate è all’estero, sul divano, visto che la signora delle pulizie ha sistemato i cuscini, con un bicchiere di vino bianco, visto che è venerdì, a scrivere su come si conciliano femminismo e chirurgia plastica, visto che sono uscita a pranzo con Teddi che- in fondo in fondo – si schifa che mi sia piegata ai canoni di bellezza vigenti.
Mi succede spesso quando parlo con Teddi, lui mi dice “non mi aspettavo che ti rifacessi” e a me scattano le madonne sul femminismo perché non mi devi mica giudicare, mi sento meglio con me stessa, ho diritto ad avere dei complessi mantenendo dei principi, migliorarsi non è mica snaturarsi e blablabla…ché alla fine il bocciodromo è mio e lo gestisco io.
Nzomma, volevo fare tutta sta bella disquisizione e avevo argomenti. Ma, c’è sempre una congiunzione avversativa, poi mi sono sentita con AmicoGaioLondinese che ora è AmicoGaioParigino.
Mi scrive perché, dopo anni, finalmente a giugno passa per Milano e ci rivediamo, ovviamente non vedo l’ora. AmicoGaioParigino ha una delle qualità che preferisco negli esseri umani: unisce un cinismo osceno a una grande sensibilità e alterna le due caratteristiche continuamente e senza preavviso.
Passerà per Milano, dicevo, perché vive all’estero da tanti anni e vede pochissimo la sua famiglia, così ha preso quest’abitudine di fare un viaggio in estate coi suoi genitori e quest’anno tocca al Giappone.
AmicoGaioParigino è alto, ha la faccia da ragazzino con la barba, occhiali stilosi, barbettina accennata, smilzo, pelle chiara, glabro e quando era ancora un suddito della Betty, si spaccava di palestra risultando così smilzo ma pompatello.
Ora anche lui lavora da QuelliTipoGugol e quindi fa i corsi di palestra in orario lavorativo.
Pe’ falla corta e pe’ falla breve, io volevo attaccare un pippone sul femminismo sul blog, ma poi c’è stata questa conversazione:
arin 1arin 2arin 3arin 4arin5arin 6

Morale della favola, sto sul divano con uno yogurt alla mela verde, i piedi gelidi e sta minchia di guaina che mi sega in due per la lunga, mortacci di tutti sti gancetti.
Però adesso so tutti dei membri filippini, e scusa se è poco.
E anche oggi la vita mi ha dato una grande lezione, ovvero che la geolocalizzazione del 2017 è “il mio amico ha detto che sei carino e ti vorrebbe conoscere” del 2001.

UNA VOLTA QUI ERA TUTTO CHAMPAGNE [cit.]

Parliamoci chiaro, cristal cliar, ho un ottimo matrimonio e una bella famiglia composta da me e Primate. Ma di quella divertente friccichea di quando ero su piazza, pesavo 48 chili e mi facevo le mesc da battona di alto livello…zero. Zerella. Zebra. Non che mi manchi eh, Dior ce ne gamberi, non tornerei indietro manco a pagamento. Il pensiero di un altro appuntamento tra un congiuntivo sbagliato e un drink offerto da me mi fa venire voglia di lanciarmi contro una finestra antisuicidio.
Comunque sia è banale, la speciale normalità delle relazioni sicure offre alcuni spunti di riflessione  e di ironia, ma aspettarsi cose tipo   questa o questa non sarebbe ragionevole. La stabilità è una cosa meravigliosa ma, a raccontarla, risulta noiosa.

Nzomma, mettiamolo un po’ di brio dentro sto blog, santamadonna. Quindi ho deciso che tirerò fuori un aneddoto datato ma inedito. Come quando si pubblicano i dischi dopo che muore uno famoso e pur di battere cassa a dumila si tira fuori un’incisione di una canzone orrenda e/o natalizia da schiaffarci. Io lo so come va a finire…va a finire che si fanno i concerti con gli ologrammi. E’ drammatico.

Tornando al punto, circa due anni fa ho smesso di lavorare per BrumBrum e per ThePresident. Tra i collaboratori fissi in cui mi “interfacciavo per fare deili apdeit”, ovvero gente che sentivo tutti i giorni per telefono, c’era questo giovane uomo all’epoca sui 38 -39 con le sembianze e le pose di un modello del noto marchio Boggi.
Ricordo chiaramente la prima volta che l’ho visto, SexyCommercialista, altezza media, corporatura smilza con i muscoletti evidentemente allenati che spuntavano dal frescolana del completo, camicia su misura e cifrata bene (lato sinistro, tra il quinto e il settimo bottone, non sul collo come i burini, n.d.a.), capello corto corto scuro con un accenno di brizzolanzia, occhi neri neri neri un po’ incappucciati, bocca carnosa e denti bianchissimi. Bono ma bono ma bono. Con quell’aria da non-così-giovane in carriera, la noncuranza di chi ha un fisico perfetto e non deve aggiustarsi la camicia quando si siede, la sicumera di uno così figo che manco ci fa caso. Un accento troppo milanese per i miei gusti, ma  il tono senza esitazioni di chi ci crede tantissimo ma con concretezza.
In parole povere, uno che lo vedi e ti cascano le mutande.
Io e SexyCommercialista ci siamo sentiti tutti i giorni dandoci del lei per circa tre anni, abbiamo litigato cortesemente più o meno tre volte a settimana e mai mai mai siamo entrati nella benché minima confidenza. Non ho mai saputo niente di lui e lui niente di me. Ok, è sexy, va bene, ma è pur sempre un commercialista. Io, oltretutto, se proprio dovevo pensarci, me lo immaginavo nel suo loft bianco, con la sua donna di turno alta bionda magra e superchic, possibilmente una ex-modella attualmente pr, giocare a tennis al circolo di sabato e altri stereotipi a seguire.

Poi gli anni passano, le mamme imbiancano e io sono andata via da Brum Brum spedendo, cinque minuti prima di chiudere la porta, la classica email dicendo ciao cari, è stato un inferno, potete contattarmi al seguente indirizzo email. E SexyCommercialista mi scrive il classicone augurio di tutto il bene professionale del mondo e ciaone.
Poi i mesi passano, le mamme continuano a imbiancare e improvvisamente, arriva una mail di SexyCommercialista che dice che spera di non tediarmi e chissà come sto e che comunque possiamo anche sentirci per collaborazioni lavorative ecc ecc. In quel momento io stavo lavorando da QuelliTipoGugol quindi ci stava anche che questo mi contattasse per vedere di attaccare un bottone aziendale. Morale della favola, ci scambiamo i numeri di cellulare, ci diamo del tu e ci diamo appuntamento una mattina a colazione in un bar della stazione. Cappuccio, cornetto e quattro malignate su BrumBrum, SexyCommercialista ha perso un po’ peso ed ha i capelli sale&pepe, è sempre un bell’uomo ma è un po’ sfatto, mi racconta quanto sia stata dura per lui diventare socio dello studio, quanto le cose vadano male economicamente lì nel mondo dei circolini del tennis e quanto abbia deciso di tenere duro nonostante tutto, parliamo di vacanze che programmo con mio marito e altri argomenti inutili. Dopo mezz’ora, tanti cari saluti e ognuno all’ufficio suo.
Intanto emerge che una mia ex collega e amica e il suo ex capo ora socio, entrambi sposati con figli, hanno una relazione. Non mi soffermerò perchè se no andiamo avanti per quindici anni, comunque sia tanto io quanto SexyCommercialista  sappiamo di essere a  parte di questa storiella torbida lenzuolifera.
Per dare la misura: lei una direttrice amministrativa e lui un commercialista di gente famosa.
Che vanno a fratte in una macchina da 140mila euri.

Un mese dopo il caffè in stazione SexyCommercialista mi scrive per un aperitivo, io – caruccia – la prendo come una roba tra ex colleghi e penso sia un’idea carina. Mi dice di coinvolgere anche gli altri due e io – caruccia  – la prendo come una rimpatriata perché alla fine ci conosciamo tutti e abbiamo lavorato insieme per anni. Rimaniamo d’accordo per la settimana a seguire, dopo il mio weekend in Umbria.
E..sbim! lunedì mattina mi arriva su uozzap, puntualissimo, il messaggio organizzativo di SexyCommercialista:
champa

Ora, non so nemmeno da dove cominciare a insultarlo. Cioè, è talmente tutto sbagliato che, cosa gli vuoi dire a uno che ti scrive così?
Beh, io comunque gli avrei detto questo:
Vedi SexyCommercialista, sì sono rientrata dall’Umbria e sì, per mercoledì andrebbe bene. Ma vedi, quando ti dicevo di essere felicemente sposata non era un modo di dire. E comunque. Comunque non sarebbe manco quello perché io potrei anche volermi trovare un amante. E magari questo amante potresti anche essere tu perché alla fine sei sexy, sei un po’ figlio di mignotta e hai dei bei denti – è fondamentale. Però però però ..però scrivi “ape”. E però ci provi via messaggio a 40 anni. 
E non è il peggio…il peggio è che pretenderesti che mi offrissi come preda sacrificale in casa, senza manco passare per uno sciampagnino su una qualsiasi terrazza dei salotti buoni milanesi. Pensi di farmi palpitare le ovaie cucinando qualcosa in casa, come se avessi 16 anni e fosse figo fare una serata casalinga. Come se una serata sul divano per una donna sposata e con una casa possa essere un’alternativa allettante. Ci mancava che mi dicessi ” e poi ci guardiamo la replica di Ballando con le Stelle”. Non pensi nemmeno di dovermi tramortire a colpi di Moet Chandon, no, mi vorresti sedurre in casa col vino comprato all’Esselunga e questo, per me, è offensivo. Vedi SexyCommercialista, qui dobbiamo andare back to basics. Qui non solum non mi conquisti, sed etiam me fai incazzà. 

Ma ho gli anni di cristo mica per niente, io. E allora mi ha fatto dapprima un po’ schifo e  dappoi un po’ pena perché pensava di essere figo e sciabolare la mossa del giaguaro.
E ho pensato che alla fine sono davvero fortunata ad avere il Primate che, per dire, non sa manco cosa sia Ballando con le Stelle e che quando passiamo le serate sul divano apre una bottiglia presa in enoteca.
E quindi sono stata signora:
champa2

Ndovina un po’ se s’è più fatto sentire?

VIAGGIO AL CENTRO DEI VANZINA

Vuoi venire con me? 
oggi ho tanta paura, 
questo mondo è selvaggio e un po’ contro natura
La musica non è una cosa seria – Lo Stato Sociale

Lavoro con tante persone, alcune molto interessanti, alcune per niente, alcune spregevoli. Lavoro con un riassunto del mondo occidentale e ricco: incongruenze, sprechi, slanci, camicie su misura su pantaloni di H&M.
Sono due anni che sto qui, che spendo ore e ore della mia vita in questo openspeis con le piante e le scrivanie regolabili, è inevitabile che abbia stretto amicizie nonostante la mia ferrea convinzione nel voler separare la vita privata da quella lavorativa. Ho fatto amicizia, vera, principalmente con delle donne un po’ più grandi di me, donne con cui ho affinità di sentimenti, di pensieri, di atteggiamenti.
Pe falla corta e pe falla breve, una di queste ha invitato  a cena me, altre due colleghe e Teddi la scorsa settimana.
Io faccio una delle mie famose torte a strati, mi vengono bene e faccio sempre un figurone come una brava casalinga anni ’50: tette grosse, torte grosse.
Teddi passa a prendere con la supermacchinina da rich&famous me e Sorrisona. Soviet arriverà coi suoi splendidi figli da sola. Ci avviamo verso desolate lande del nord Lombardia sotto la pioggia, nel traffico, ascoltiamo i Queen e parliamo di lavoro.
Giungiamo a destinazione e si spalancano le porte di questa casa che trasuda pezzi costosi, non è il mio gusto ma insomma…c’hanno speso e si vede, vogliono che si veda. Divani di pelle, sedie in pelle, bambini in pelle, vasche idromassaggio, spazi sconfinati e muri spatolati.
RicciaDriven, la padrona di casa, è sorridente e gentile, simpatica come lo è in ufficio e sono sinceramente contenta di essere lì a spezzare le conversazioni su budget, obiettivi, annualità e digitale con un po’ di sana chiacchiera semplicemente su di noi come esseri umani. Siamo tutti lì senza plusOne, senza accompagnatore, tranne ovviamente RicciaDriven che ha il marito in casa.
Apriamo lo sciampagnino, brindiamo mentre attendiamo Soviet che si è persa per strada sotto la pioggia coi figli, spezziamo la fame mangiucchiando antipastini in pastasfoglia col burro al tartufo, il salmone, il maledettissimo fegato grasso d’oca.
Finalmente arrivano tutti, lasciamo la masnada di regazzini con la tata assunta per la serata, lì a ribadire che, mazzo, siamo borghesi se non si fosse capito. Siamo quei borghesi lì, quelli con la mitica fabbrichètta, il famoso suvvettino, la casètta a Santa e tutte ste belle stereotipaggini qui. Ma RicciaDriven è veramente ganza, non è per niente snob né sborona, è una che riconosce il lavoro per quello che è, ammira chi si fa il mazzo e non le frega  molto di farsi amici i più fighi della cumpa. Ed è per questo che finirò la serata col pormi grosse domande sul suo gusto in fatto di uomini. O, perlomeno, di mariti.
Ci sediamo a tavola ed è così che inizia il Viaggio al centro dei Vanzina.
A capotavola lui, Leghistadeimieicoglioni, il marito di RicciaDriven. All’altro capo del desco lei, Soviet: meno di 40 anni, bionda, bel fisico, fuggita verso i 20 anni dall’ex Unione Sovietica per affermarsi in Italia come professionista di spessore, mamma e moglie, in calzini a righe e leggings, libera dopo una giornata di stress.
Alla destra di Leghistadeimieicoglioni, la moglie, come da prassi. Alla sinistra, Sorrisona: maglione mezzo ciancicato dal cane, dodo al collo, con a casa moglie e figlio. Lez dichiarata e militante.
Alla destra di Soviet ci sono io, umbra e si sente. Alla sinistra c’è Teddi dai mille colori.
Parliamo un po’ di lavoro, pettegoliamo un po’, savasandir, parliamo di bambini, di cucina, di arredamento…insomma, una cena tra adulti professionisti ma di compagnia.
Le posate d’argento, la magnum di bollicine, la tovaglia ricamata a mano, la pasta scotta.
Leghistadeimiecoglioni comincia presto a dare il meglio di sé con battute su quanto la moglie sia una rompipalle. Sta cercando confidenza sull’unico argomento che abbiamo in comune, la moglie, con noi che non lo conosciamo. Capita a tutti di sbagliare un’uscita.
Ecco, una.
Due magari.
Non una dopo l’altra.
Tutte.
Ogni singola parola è un dramma. Ogni parola è un insulto ad una morale non dico spiccata, ma decente. Ogni parola un sorso di voglia di morire. Ogni parola una crepa nella mia convinzione granitica che la democrazia sia il male minore. Ogni parola un imbarazzo grosso come un’elefante manco rosa, fuxia, nella stanza.
Ed eccolo inanellare una dopo l’altra frasi come queste:
– ma perché fai fare a tuo figlio ginnastica artistica? ma è un maschio! I maschi devono giocare, si devono menare!
– eh sì, sono stato in tv a una trasmissone…come era? ma che ne so! non so manco cosa ho detto, ho guardato tutto il tempo le cosce di quella *FamosaPresentatriceBionda*…non ci capivo un mazzo, però ha delle gran cosce con la minigonna giropassera!
– [riferendosi al figlio di sei mesi] come sei bello, eh?  io lo so che da grande qui ci sarà la casa piena di bella figa, eh? e papà metterà le tacche…
A questa, con mio totale sollazzo,  Sorrisona se ne esce “ma magari gli piaceranno i maschi, che ne sai…”
Leghistadeimieicoglioni a quel punto tira fuori uno degli ailait della serata:
– tutto può essere, ma non succederà…in questa casa si cresce secondo sani valori fascisti.
Poco conta che Sorrisona ha presto sottolineato come “sano” e “fascista” siano due concetti inconciliabili in una sola frase.
A questo punto, il mio animo trash vorrebbe un siparietto comprendente un doppiosenso su qualcuno che mangia una banana, una pacca sul culo della tata, un “negher” buttato via.
Sorridiamo tutti più o meno imbarazzati per RicciaDriven, facciamo finta di nulla, andiamo avanti facendo finta che in realtà no, non siamo davanti a un poraccio che veste i panni del cumenda, a un parvenu di bassissimo rango, no, siamo lì tra illuminati trenta-quarantenni neoliberali, che hanno visto un po’ di mondo e che leggono giornali in lingua originale.
Ma è teatro, nonostante parecchie delle mie risate siano autentiche, nonostante non abbia ancora ben capito come ho fatto a finire lì, io che vengo dalla campagna umbra, non può essere vero che siamo lì a tollerare questo chiatto mentecatto che pensa di essere simpatico a parlare di cosce, a ridurre tutto a questioni di soldi, a insultare chiunque di noi al tavolo pensando di poterne ridere. A insultare la nostra intelligenza, a insultare tutto l’impegno che ci ho messo per una vita a non essere ridotta come lui, in una gabbia d’oro così stretta che il cervello evidentemente sta andando in cancrena.

cumenda
E mi dispiace per RicciaDriven perché non voglio giudicarla attraverso la lente di quest’uomo che ha scelto di accollarsi, perché lei mi piace e non voglio guastarmi l’idea che ho di lei.

E poi finisce la cena, tutti raggelati che ci scambiamo abbracci e ringraziamenti. Io che mi sarei volentieri attaccata alla magnum di bollicine per tirare fuori il meglio di me e addormentarmi in macchina. Ma no, bevo l’acqua, saluto e abbraccio tutti.

Poi mi perdo in tangenziale con Soviet e finiamo alle tre di mattina a girare contromano nel parcheggio di un centro commerciale, ma questa è un’altra storia e non c’entra niente con quello che volevo dire in questo post.
Quello che volevo dire è: LEGA MERDA.

Un infame non è mai libero (cit.)

Lui è Testadiminchia: vive a Milano, lavora a Milano, fa lo stronzo a Milano  e passa le giornate in una scrivania non distante dalla mia, sempre a Milano. 

Non è tanto perché hai la faccia lucida, ogni tanto capita anche a me e sarebbe facile da risolvere con una crema apposita.
Non è tanto perché bevi la birra con una cena a base di astice, il vino abbinato alle pietanze è una velleità italiana e alla fine sei solo un cafone, non sarebbe poi troppo grave.
Non è tanto perché fai battute sessiste in un’azienda in cui rischi concretamente il licenziamento per molto meno, siamo in Italia ed eradicare questa rozzezza è comunque un’utopia che non smetterò di rincorrere.
Non è nemmeno perché fai apprezzamenti fuoriluogo sull’insegnante di lingua che sarebbe normale fosse tua figlia, ma è troppo intelligente perché possa esserlo.
Non è nemmeno perché porti il maglione a V con la maglietta sotto e hai 40 anni suonati, è una cosa patetica ma è pur sempre e solo un maglione.
Non è perché non sei davvero bravo nel tuo lavoro ma sei solo più vecchio, e quindi con più esperienza, degli altri perché alla fine ognuno si gioca le carte che ha.
Non è perché porti sempre quelle scarpe che io ho imbarazzo a mettere anche in palestra con la scusa che sono comode perché, come dicono i The Pills “anche ‘r piggiama è comodo, ma mica ce esco”, le scarpe sono sacre ma non bisogna fermarsi alle apparenze.
Non è perché consideri il tuo lavoro sempre più importante di quello degli altri, trattandomi come se fossi la serva sciocca e dimostrando quanto non capisci le dinamiche del posto di lavoro che abbiamo in comune.
Non è nemmeno perché sei sempre in ritardo sulle scadenze quando si tratta di fare qualcosa ma non esiti un secondo a mettere ansia agli altri perché ogni cosa che chiedi deve essere eseguita prima di subito, sei probabilmente un insicuro e si vede.
Non è perché pretendi che ti sia data fiducia su ogni progetto che ti passa per la testa ma poi, quando tonfi, non mostri a nessuno i risultati della disfatta dimostrando disonestà intellettuale, alla fine cerchi solo di pararti il culo e mantenerti uno stipendio.
Non è perché fai lo sgambetto agli altri visto che non sai correre, anche se ti impegnassi non saresti mai un velocista e hai trovato un metodo – seppur discutibile – per mantenerti una RAL bella gonfia.
Non è nemmeno perché hai un senso dell’umorismo da NordItalia, di quelli che mi si macinano le palle ogni volta che fai una battuta, l’ironia è una cosa seria e non è certo roba per villani.
Non è perché crei rapporti apparentemente di amicizia che altro non sono che il gioco a valvassino e valvassore con dinamiche di sudditanza al limite della tangente, della gente non ti interessa nulla e vuoi solo una corte di cani fedeli che ridano a comando e facciano da materassino per quando dovesse capitarti di cadere col culo per terra.
Non è manco per quella volta che mi desti un pacca dicendo che il mio lavoro era impeccabile per poi darmi addosso davanti agli altri sbandierando il tuo “ovvio” disgusto per ciò che avevo fatto, solo per accordarti alla voce del padrone.
Non è perché non hai un’opinione che sia una e, come dice uno più scemo sia di me che di te, hai la lingua tarata sul fuso del culo più potente della stanza, c’è chi è nato per strisciare e tu sei uno di quelli.
Non è perché hai una risata fastidiosa a bocca aperta, anche io quando sento la mia voce nelle note vocali di wazzup resto sconvolta.
Non è perché hai cambiato casacca in meno di un secondo che nemmeno Antonio Razzi, quando Teddi è uscito in fretta e furia dallo Zoo, urlando “viva Teddi” e “viva ChickenSalad” con la stessa veemenza e convinzione anche se il giorno prima parlavi  con Teddi di ChickenSalad come fosse l’anticristo e tu FranciscoPrimero.
Non è perchè a 40 anni suonati fai lo splendido che non ha ceduto al matrimonio con un filo di sprezzante misoginia, sei semplicemente solo ed è un’amara verità.
Non è perché dimostrandoti per quello che sei  (un poveretto, un miserabile, un ingrato, un porco, un leccaculo e soprattutto un infame) hai creato più team building di qualunque altra iniziativa sia mai stata fatta, ora siamo tutti intorno a te e stiamo affilando i coltelli.
Non è perché hai trasformato un posto di lavoro che sentivo un po’ casa mia in una bacinella di veleno ed è pieno di lavandaie che lo fanno schizzare ovunque.

Non è per tutto questo, che pure non è poco.

E’ che, in poche parole, sei nammerda.

E’ la stessa identica cosa.

I’m gonna wear the tie, want the power to leave you
I’m aimin’ for full control of this love 
Touch me, touch me, don’t be sweet
Love me, love me, please retweet
Let me be the girl under you that makes you cry
(G.U.Y. – Lady Gaga)

Mai pensavo nella vita che sarei stata d’accordo con Valentina Nappi.

Ma partiamo da prima. Qualche tempo fa sono andata a fare un colloquio di lavoro, non che lavorare nello Zoo del Digital non mi piaccia, ma offrivano un sacco di soldi e chi sono io per dire di no alla possibilità di un sacco di soldi?
Niente di nuovo all’orizzonte:
come mai ha risposto all’annuncio? (perché offrite un botto!)
mah, sa, nella vita bisogna sempre affrontare nuove sfide…
e quindi parla inglese e francese? (mi avete appena fatto il colloquio in 2 lingue, imbecille!)
diciamo che sono molto appassionata di lingue straniere
e quindi ha fatto questo e quello? (se sta scritto sul cv ci sarà un perché)
eh sì sa, ho cambiato azienda rimanendo comunque in un settore che mi piace molto…
e quindi quando lo sforna un pargoletto? (ti sembro un forno, faccia di merda? e poi che te frega?)
no, sa…mica per essere…ma per sapere… (eccerto, perché te sto simpatica e vuoi sapere come vanno i miei progetti coniugali, immagino.)
E’ andato avanti così e, incredibilmente, anche peggio. Mi è stato chiesto del mutuo, del lavoro del Primate e di tante altre cose alle quali non avevo nessuna intenzione di rispondere. Sono uscita di lì con un collo gonfio come un tacchino col collare elisabettiano.
Poi esce la notizia di quella povera ragazza, Tiziana Cantone, che si è impiccata perché è circolato in maniera virale un suo video in cui fa sesso.
E, con le dovute misure, ho provato la stessa sensazione del post colloquio.
Perché in fondo è la stessa identica cosa.
Non me ne frega nulla di attaccare un pippone femminista (e, per inciso, io sono femminista e me ne vanto), non me ne frega nemmeno se il ragazzo di questa era consenziente oppure no, né se lei lo stesse tradendo, né se fosse un tentativo di lancio di una carriera nel cinema hard, né se è stata lei a mandare il filmino agli amici.
Il nome di questa povera ragazza ce lo scorderemo presto, è un fatto che non teme smentita.
E pure se sul blog non scrivo mai gromò, oggi ci sarà un’eccezione, perché oggi mi sono rotta il cazzo.
E rivendico il mio sacrosanto diritto di dire quello che mi pare, come mi pare e di non dover subire il giudizio o l’indignazione di nessuno.
Voglio scrivere, ché scripta manent, che alle donne piace scopare, oppure no, piace fare i bocchini, oppure no, piace farselo infilare in culo, oppure no, amano i cazzi, oppure no, godono, oppure no, amano prenderlo in faccia, oppure no e tutta una serie di cose che – nonostante tutto – mi imbarazza scrivere.
Perché ho poco da fare l’illuminata, pure io, la sfera sessuale femminile anche per me è un argomento che un po’ fa arrossire, perché così ci siamo cresciute, ci siamo cresciuti tutti.
“Non lo fo per piacer mio ma per far piacere a dio”, ma vaffanculo.
E’ una semplice scopata, è un pompino…possono essere gesti romantici, tenerissimi, intrisi d’amore e espressione di sentimento, oppure possono essere banalmente solo una scopata e un pompino che uno fa così, just for fun, sulla spiaggia a Ibiza impastati di ginotonic e diosolosa cos’altro.
Lo so bene che l’esecutore materiale di questa morte orrenda è quello che il video l’ha condiviso.
Ma se per un attimo provo a immaginare un mondo in cui fare sesso, pure per le donne, fosse una roba come un’altra, come nuotare, come ballare, come cucinare (tutte attività che si fanno col corpo e piacevoli) allora ecco che la diffusione di quel video altro non sarebbe che una cafonata oppure, ancora meglio, una roba di nessun conto. Nessuna importanza, perché è solo quello che è: un banalissimo pompino.
E invece no, nel 2016, nella parte ricca di mondo in cui abbiamo il culo di vivere, fare un pompino è una vergogna. Essere sessualmente disinibite una grave colpa. Divertirsi a letto con due tipi, un abominio. Ma anche non fare le mamme a tempo pieno pare brutto, dedicarsi alla scalata aziendale con due pargoletti a casa non sta bene.
Sono queste le istanze del consesso civile: il galateo della scopata educata e riservata.
Poi chissene frega se al lavoro veniamo valutate come forni che stanno per arrivare a temperatura, chissene frega se i nostri salari sono più bassi, chissene frega se ci è impossibile conciliare carriera e famiglia perché i figli non sono 50e50 col marito, no, i figli sono della madre che “ormai ha altre priorità rispetto al lavoro”, chissene frega se per ricevere adeguate cure mediche dobbiamo andare a elemosinare attenzione all’unico stronzo non obiettore di coscienza della regione.
Mi mordo la lingua e non parlo del #fertilityday, che è meglio. E pure del burkini, che è ancora meglio.
Smettetela con le magliette “se esci con mia figlia…bla bla bla”, non fanno ridere. Smettetela di associare il sesso e la dignità quando si parla di adulti consenzienti, quello che gli adulti fanno fra loro di comune accordo è lecito e non sono cazzi altrui.
Smettetela di dire che certe cose non stanno bene e che i panni vanno lavati e stropiacciati in casa, il bon ton è una cosa seria e non deve essere a servizio di alcun pregiudizio.
Lasciateci scopare come ci pare, lasciateci gestire casa e lavoro come meglio riteniamo ma, soprattutto, lasciateci in pace.

E’ un mondo triste quello in cui si debbano creare parole apposite, espressioni nuove come “slut shaming”, “body shaming”, “revenge porn” quando alla fine è sempre la stessa zuppa: la parità, di diritti e di giudizi, è una chimera.
E’ la stessa identica cosa.