CAMBIO DI LUC PER VANDA E LUISA – cronache da uno sposalizio che si avvicina

Prima di passare al sugo, alcune brevi considerazioni:

– la vicenda de idduemarò sta raggiungendo le vette della più fastidiosa cronaca da Feisbuc. Si è scatenata na pioggia di linc di ogni sorta, tutti differenti tra loro ma equamente insopportabili, che mi infesta la bacheca giorno e notte, giorno e notte. Ho due o tre contatti a cui s’è risvegliato un insano amor patrio tramite questa notizia, non si capisce bene a che titolo e perché considerando che uno è un maestro di arti marziali e l’altra è una disoccupata pugliese. Ovviamente non li depenno dagli amici perché mi servono per spettegolare. Invero va detto che tutto quello che mi ha apportato questo vociare circa i due pistoleros [cit.] è stato: la conoscenza della finora ignorata parola “marò” (ignorata in questo senso, perché io la usavo solo per cose tipo “marò, ho lasciato il fornello acceso!”) , il ritorno alla mente di Giuliana Sgrena che, diciamocelo, ce l’eravamo scordata tutti, di conseguenza il ricordo delle DueSimone note agli onori della mia personale cronaca perché avevo rinominato un foulard “la sciarpa delle DueSimone” e del viaggio in Germania col Primate di cui la sciarpa era stata indiscussa protagonista. Personalmente quello che penso della vicenda de idduemarò è: me pare che Rossella Urru ce la semo ricordata solo a Sanremo con Geppi Cucciari che è stata messa lì per compensare l’elegantissima farfallina di Belen. Sparo e chiudo.

– credo che Uozzapp stia rovinando il mondo. Ho un blog, figuriamoci se sono contraria alle nuove forme di espressione. E sicuramente c’è un modo intelligente di usare dei semplici strumenti che, in fondo, sono comodi e rapidi. Però ci sono cose che stimolano immediatamente un utilizzo improprio da parte dei più, tra cui annoveriamo: il rossetto color mattone, il plateau, il mojito, il decolorante per capelli, l’ecopelle, i ravanelli e – appunto – uozzapp. Una delle frasi che meglio ricordo di GRGA è “creare contenuti di comunicazione in appositi spazi di relazione” e, se uozzapp è lo spazio virtuale di comunicazione, spesso e volentieri è il contenuto di comunicazione a mancare. Oppure non mi sono accorta che tutti intorno a me hanno l’assoluto bisogno di esprimere concetti profondi e sentiti e ragionati. Propongo una giornata in cui ci si parli solo se si ha qualcosa da dire, si mandino sms solo per comunicare qualcosa e si rifuggano le conversazioni in stile “che fai? ma niente! che palle eh? eh si! pucci pucci? si micci micci? gnignigni e pipipì”. Sforziamoci di essere più socievoli e meno social.

– ma questa tendenza delle magliette corte avanti e lunghe dietro? Io non ho ancora maturato un’opinione sicura, fondata, certa e giudiziosa.

– mi sono iscritta a un corso di dinamica mentale. No, non sono una matta ippi niueig. No, non ho bisogno di uno psicologo (anche se, chi non ne ha bisogno?). No, non faccio yoga. Ho deciso che è una figata e quindi lo faccio, vi aggiornerò sul mio stato di salute mentale.

Ecco, come sempre ho sbracato con le premesse, le ho fatte troppo lunghe. C’è gente che con le mie premesse ci potrebbe scrivere dieci post, e qui ci sarebbe da scrivere per giorni e giorni su quelli che si aprono un blog e poi gli sa fatica scrivere, ma non tergiversiamo e passiamo a parlare di: zinne!
Perché, non so se s’è capito, ma mi sposo a luglio. Ho già un abito e non ancora le scarpe (dovrei vincere il superenalotto senza giocarci per prendere le uniche che mi piacciono) ma soprattutto ho il mio fisico da pin up senza culo in miniatura. Sebbene io qui possa scrivere il vero e il suo contrario, nessuno ha mai messo in dubbio che io fossi una bionda molto procace. Vale a dire che sono alta un metro e una vigorsol ma ho un notevole parco airbag (non oso manco immaginare l’impennata de zozzonerie nelle statistiche di ricerca che già non se la passavano male). Ho il classico fisico “dietro liceo e davanti Cristina dal Basso” in versione naturale e questo rende veramente difficile trovare un intimo comodo e normale per la vita di tutti i giorni. Figuriamoci un completino zozzone per il matrimonio!
Nzomma siccome lavoro in centro a Milano esco e mi tuffo nelle vie della moda col bancomat pronto a tutto. Passo in rassegna tutti i miei marchi preferiti: Triumph, Valisère, Passionata, LaPerla, Chantelle, Etam. Scopro che nessuno ha quel che fa per me, o non della mia taglia, o “guardi che le strizza” o “ha un giroschiena minuscolo!” e simili. Giro in lungo e in largo e alla fine entro dove non si può non trovare qualcosa: alla Rinascente di Piazza Duomo.
Salgo un piano dopo l’altro, butto l’occhio sulle nuove borse di Michael Kors, un occhiatina ai tubini di Chloé, prendo in mano un sandaletto di Caovilla. Tutto sentendomi, come da prassi: brutta, povera e malvestita.
Ma chi la dura la vince, arrivo strenuamente al quinto piano, quello della lansgerì. Vado dritta da LaPerla e scopro che non fanno nulla oltre una certa misura  che è l’unica misura a partire dalla quale il petto di una donna può essere considerato “tette”, il resto sembravano costumini per ragazzine spigliate ma che non hanno ancora sviluppato. Rosico moltissimo e vado  avanti. Giro lo sguardo e mi ritrovo in mezzo a due signorine vestite come le infermiere dei film di Alvaro Vitali: calze con la riga, grembiulino rosa aperto su cosce e seno, pizzi in bella vista e dei tacchi troppo alti per una poveraccia che sta lavorando, infatti mi vengono incontro con la leggiadria di un TRex. Non c’è dubbio, mi trovo da Agent Provocateur, il fornitore ufficiale dell’intimo delle passeggiatrici di lusso. Quello che ho visto lì, nessuno può immaginare. mutande in fili di cuoio, strass da capezzoli, fruste e manette, robe che dicevano essere mutande ma che a me parevano lacci per scarpe in pizzo. Manco a dirlo, in un posto così il problema della mia taglia non c’è. La commessa non si è fatta il benché minimo problema a scostare la tenda (di velluto nero) del camerino (di velluto nero) e guardarmi con mio reggisound spaziale e sotto le mutande rosa con l’orsetto che portavo.
Volevo morire, ma poi la mia attenzione è stata captata da un’altra cliente del torbido negozio. Perché io avevo la scusa virginale del matrimonio, quindi era lecito mi provassi quasi tutto. Ma quella signora in golfino beige, capelli castani, occhialetti da impiegata delle poste, ginz stinti e hoganmmerda, che cosa avrà voluto comprare? Non ho saputo decidere se stimarla o pensare “hai capito er mignottone?”.
Poi sono andata da Chantelle dove ovviamente non avevano la mia taglia quindi mi hanno offerto lo spettacolino impagabile di una donna araba velata che chiedeva se, oltre al completino da perfetta maiala che stava acquistando, c’era un altro string più piccolo abbinato.
Ecco, queste cose io non le ho veramente mai capite, perché le cose private sono private e quindi uno tra le mura di casa fa quello che vuole e se si appende selvaggiamente ai lampadari io faccio anche l’applauso. Però mi ha fatto una gran tristezza vedere una mortificata nel corpo, vestita come una suora vestita male, che spende e spande comprando gli unici capi che può non mostrare, dimostrando così di amare la moda e la cura di sé e, allo stesso tempo, di essere così sottomessa a un uomo da sfogare il proprio buongusto solo a suo uso e consumo.

Quindi a questo punto non mi resta che decidere se avere un gran bel decolleté nella vita abbia un prezzo. E se questo prezzo sia proprio 260 euro. Mortacci loro.

TRE FRECCETTE VERDI MESSE A TRIANGOLO

Temevo seriamente che mi sgamassero il blog al lavoro, ecco tutto.

Natale 2012 è stato parecchio bello, ho preso quattro chili, per dirne una. Ma ci sono state un sacco di notizie brutte, tipo che quel contratto di lavoro che era proprio sicuro perché se non lo facciamo a lei a chi vuole che lo facciamo? si è volatilizzato nel nulla e ogni volta che si parla di stipendi e simili compare un bellissimo e molto murakamiano elefante rosa nel mio ufficio che cura il famoso meid in itali de sta ceppa.
A Capodanno ho confermato la mia idea che Daniele-denti a casaccio-Silvestri scrive anche canzoncine carine ma dal vivo è na palla memorabile. Ah, e ho anche rafforzato la mia convizione che le piazze si vivono solo al centro e al sud, qui non si fa gruppo, sarà il freddo.

Comunque queste sono cose che non volevo scrivere, era giusto un introduzione al post vero e proprio che comincia immantinente:

Sono due giorni che penso fitta fitta solo a una cosa: riciclare centinaia e centinaia di copie del Trovocasa. Sapete quel giornale che vi arriva con l’abbonamento al Corriere di vostro suocero? Dai, su, quello con scritto: OFFERTA IMPERDIBILE, 8 METRI QUADRI IN SAN BABILA 18 MIARDATE DI EURO. Capito ora? Ecco, sto elaborando una serie di idee alternative per liberarmi di questa copiosa carta accumulata negli ultimi mesi.
10 idee per usare i vecchi e inutili Trovocasa:

1- foderare la gabbietta del mio criceto immaginario

2- foderare il fondo della voliera dei miei bengalini immaginari

3- raccogliere la merda stradale del mio cane immaginario

4- sembrare una burina improvvisando una nail art 

5- buttarmi nell’ecocompatibile e imparare a fare origami di giornale (tipo un cigno che sull’ala c’ha scritto “nuda proprietà, 83 enne”, proprio a uccellaccio del malaugurio)

6- armarmi di vetril e pulire i vetri di tutto il palazzo della Vegione Lombavdia (per chi non lo sapesse, trattasi di “eccellenza”)

7- armarmi di colla vinilica e lanciare il guanto di sfida a Giovanni Mucciaccia

8- accendere il mio camino immaginario

9- tentare (rigorosamente invano) di farmi un servizio da 12 di vasi , non se sa mai me venisse a cena na delegazione de piante

10- pulirmici il sedere non senza un certo disappunto dovuto agli angoli

E tutto questo perché stasera firmiamo il compromesso e, da domani, Primate ed io abbiamo un grosso grosso grosso debito da estinguere in vent’anni.
Indipercuilaquale e indirock, da adesso in poi inizia il grande circo della ristrutturazione.

A NATALE PUOI MA NON VUOI

Riassumendo:

il Primate mi ha fatto il regalo di compleanno della vita tipo che nessuno ha mai avuto né mai avrà un regalo così bello. Descrizione: cena nel ristorante preferito + dozzina di rose preferite + 100 ml del profumo preferito. Giorno dopo: sveglia a sorpresa di amici a sorpresa da tutta Italia + paste a sorpresa di cui una al Traminer + busta a sorpresa con dentro buoni a sorpresa per giornata di terme e massaggi a sorpresa per me medesima con le mie amiche medesime + rientro dalle terme con pelle giovanissima e sguardo distesissimo + cena a sorpresa con ulteriori amiche universitarie e non a sorpresa con un menù che mancotelosogni.
Quindi il giorno dopo mi si è rotto il Chindol, rotto l’emmeppitrè, rotti gli stivali diventati quindi scarpe che abbaiano, magneno, parlano, giunta una bolletta romana da millettrecento neuri. Karma Karmilion.
Tutti questi avvenimenti avvenuti meritavano di certo un approfondimento a dovere, una descrizione particolareggiata, ad esempio, di come ho sbavato su un materasso ad acqua vibrante, o di come ho sbavato dormendo nella buca per la testa del lettino dei massaggi. E poi comunque volevo scrivere le recempsioni di una decina dozzina di libri che avevo letto nel frattaim ma Chindol mi ha lasciata, maledetto.
Poi, damblé, oggi succede qualcosa che ha veramente del fastidioso: ho dovuto fare l’albero di natale in ufficio perché The President è patito di addobbi natalizi. E quindi non poteva farselo da solo? No, chiaramente. Conseguentemente sono scesa in cantina col portiere e Perfetto Coglione che mi aiutava coi pacchetti. Dopo aver chiarito la mia posizione netta a favore dell’aracnofobia il portinaio non ha fatto altro che dire che lì è pieno di scorpioni vivi.
Quindi giungo all’ingresso dell’ufficio Brum Brum con tutti i pacchetti di palle varie. Comincio a montare sto albero e mi sento una predica da LaNonRaccomandata (figlia di The President)su quanto è brutto non addobbare casa (non faccio l’albero dalle medie, n.d.a.). Poi riesco a montare sti rami, mi danno una mano a mettere la punta ché non ci arrivo. L’albero è bianco. Ma quant’è brutto? Tanto. Che senso ha? Nessuno.
Vabbè, pace, ci metto le lucine e mi faccio dare una mano, sembriamo tre scemi in ordine decrescente di altezza che girano intorno a un albero di plastica bianca nell’ingresso di un ufficio di desain.
Vabbè, lucette messe.
Apro le scatole delle palline, sono grosse come arance grosse. Solo che bianche. Palle bianche su albero bianco. Bello sì, parecchio natalizio anche. Vabbè, dice quello, le luci saranno colorate, no? Come no, colorate di bianco.
Praticamente una mega-ricotta a intermittenza.
Quindi arrivano dall’altra stanza quei due dicendo “è pronto l’albero???” e si avvicinano dicendo “aspè che metto meglio due palline”.
Così, lasciando intendere che potevo decorare meglio, rompono una pallina per uno.

 

QUESTO è UN MONDO SCATTANTE

Ho due o tre post in testa da scrivere prima possibile ma, il solito grande e grosso ma, non trovo il tempo.
Non capisco se in realtà non ce l’ho o semplicemente non sono capace di trovarlo, comunque questo è il momento per un post di forte denuncia sociale: le reflecs hanno rotto i coglioni.
L’avvento dei finanziamenti nei negozi di elettronica unito a questa incomprensibile moda della fotografia ha portato a due grandi drammi del nostro tempo: la scomparsa dei fotografi veri e propri e la comparsa delle foto profilo di feisbuc con gente che si autoscatta allo specchio.
Caro amico con una reflecs regalatati dalla tua ragazza con tanti sacrifici, caro amico che pretendi di fare una foto al tuo bicchiere di latte con accanto un maffin dell’autogrill e la chiami “lovin breakfast”, caro amico che ti autoscatti allo specchio, caro amico che porti le converse perché sei alternativo, caro amico che quando diventi esperto sai anche fare le foto alle gocce di pioggia sul vetro, caro amico che fotografi la tua amica di profilo mentre con la sigaretta pendula guarda il nulla come i gatti quando cagano, caro amico: non sei Elmuniuton e non lo sarai mai. Le tue foto sono uguali a altre centoventisette mila di altri mille contatti feisbuc miei. Lo so che ti sei comprato il corso di foto su gruppon, che hai anche comprato il manuale sulla reflecs, che dici che ti piacciono i siti industriali e compri i maffin solo per fotografarli perché – in verità- fanno mappazza in gola anche a te. E dimmi, fratello, ti piacciono magari gli effetti anticati anni 50 e le donne con la frangettona magari tinte di color rame?

Io ti domando e dico: ma chi te lo fa fare? Ma non lo capisci che questa tua è una moda passeggera che mette in ridicolo te e molesta visivamente me?
Ma perché? Ma che ha la tua colazione di tanto speciale da dover passare alla storia in immagini e soprattutto da essere condivisa in tutti i luoghi e in tutti i laghi?
Io non ti sopporto perché ora non esistono più i fotografi di una volta, la concorrenza nel ramo tradizionale si è pressoché azzerata e farmi le foto al matrimonio mi costa come un figlio scemo. Non ti sopporto perché sei uno, nessuno ma soprattutto centomila e mi infesti la bacheca con le tue foto originali esattamente uguali a quelle degli altri. Non ti sopporto perché quando la smetti con sta maledetta macchinetta a riflessi, attacchi col tuo aifon di merda e mi martelli con Istagram.

Dior, ti prego, se ci sei batti un colpo su tutti questi obiettivi e questi smartfon, ridammi il mio fotografo di paese, i miei rullini mai sviluppati per mesi e mesi, le mie macchinette digitali compatte per fare le foto in gita o ai compleanni. Liberaci da tutti gli specchi che riflettono una reflecs, riportaci a un mondo meno immaginifico, in cui a colazione si mangiano latte e biscotti e  in cui la sera ci si mette un buon antirughe invece di cancellarcele in foto con l’effetto anticato come se fosse dei tempi in cui io manco ero stata pensata.

Le mie prime 5 grandi convinzioni su Milano

Ormai è qualche mese che vivo qui, povera me. Vivo in una graziosa e verde periferia tra Monza e Milano, lavoro in centrissimo.

Probabilmente il signoreddior ha capito che se non mi avesse messo almeno quattro piante intorno, sarei definitivamente impazzita, quindi vivo in una casa con un giardino che sembrano cinque e lavoro attaccata a uno dei pochissimi angoli verdi di questo lago di cemento.

Milano non è neanche brutta però è tutta grigia. Occhei, il grigio è elegante…ma il verde mi sta che è una meraviglia.

Il centro di Milano è un buco e sta tutto intorno al duomo, non c’è un albero manco a morire, in compenso fioriscono butic meravigliose.

I milanesi più che simpatici sono gentili. E facceli pure stronzi, direi.

Gli autoctoni continuano a usare indefessamente la parola “terrone” e “terronata” come nulla fosse, continuano a dire “ma a Roma i negozi aprono alle 11.00” il tutto davanti al mio accento tutt’altro che ambiguo. Lo dicono come se io dovessi capire, perché quella è la verità rivelata.

Milano mi sembrava culturalmente vivissima, vista da Roma, invece mammancopegnente: la stagione teatrale è pressoché una schifezza e quei due teatri che ho visto non avevano manco il riscaldamento.

Comunque, critiche a parte, ecco le mie prime cinque grandi verità sulla città della Smadunnina:

5- A Milano le ragazze sono tutte magre. Tutte: le milanesi doc e quelle di importazione, c’è una quantità di donne alte e magre che fa spavento. Generalmente hanno anche degli orribili piedi lunghi (i piedi sopra il 37 scarso non dovrebbero essere ammessi sulla faccia della terra).

Non so se riuscirò mai ad ambientarmi. Belle eh, intendiamoci, ma troooooppo lunghe!

4- A Milano gli uomini portano i legghinz.

Ora: fanno schifo sul 99 per cento della popolazione femminile, quelle poche che stanno bene dimostrano comunque un dubbio buongusto, cosa cacchio spinge un uomo – seppur omosessuale – a mettersi su una roba del genere? Tutti co ste zampe secche e ste camicette di ginz o a quadri, sti cappelli fintoboemièn- verogrezzèn, tutti a fare i Pete Doherty del Giambellino. Un grosso: vestiteve!

3- A Milano si mangia al napoletano/al toscano/all’umbro/al messicano.

Il massimo del tipico che si trova è la “Risotteria”. In realtà io sono convinta che il vero piatto tipico milanese sia il sushi. Buono così altrove non ce n’è (forse tranne che in Nippone). In alternativa il piatto tipico potrebbe essere il Giropizza. Per chi ha la fortuna di non sapere cosa sia, lo spiego io: si va in un posto e si spendono 12 euri fissi più cinque euri a bottiglia d’acqua. L’ambiente è una specie di capannone industriale che in qualunque altra parte del mondo ospiterebbe un’officina. Nelle lande lombarde, invece, ospita tavolate e tavolate mal tovagliate, i camerieri sono dei muli da soma con delle cinghie alla schiena, portano in grembo vassoi grossi come il tavolo de mi nonna con due maniglie ai lati, lì sopra campeggia sto metro tondo di una roba secca e asciutta condita solo ed esclusivamente male (tipo frutti di mare e pesto)  che si può mangiare fino a scoppiare. Praticamente un suicidio assistito.

2- I milanesi sono convinti che la loro città sia “lu centru de lu munnu”. Forti della definizione “capitale della moda”, si avvalgono del primo lemma applicandolo in senso assoluto: Milano capitale. In realtà, io che sono abituata alle distanze di Roma, vedo tutto piccolissimo. La metropolitana ha fermate ovunque, il bus si ferma ogni 300 metri…insomma, è tutto mini.

Loro, comunque, pensano di vivere in una metropoli europea, una roba diversa ma comparabile a Parigi. Tutto ciò mi è molto comodo: camminando al massimo dieci minuti in una qualsiasi direzione dal mio ufficio, arrivo a una profumeria.

1- I milanesi accorciano le parole in maniera strana. Nel mio dialetto si accorcia tutto, parliamo velocemente, sforbiciamo ad inizio parola, quanto al centro, quanto alla fine in modo che “dobbiamo andare a scuola” diventa “doemo nnàa scola” passando, senza colpo ferire, da 21 a 14 lettere e fonemi. I milanesi, invece, attenti all’immagine come sono, parlano il loro italiano con le vocali sbagliate e poi fanno alcune scuciture di stile che al mio orecchio suonano come un singolo dei Modà: inutile e dannoso. Insomma, parlando con un milanese sentirete dire: “mi hanno alzato lo stipe, ieri siamo stati al risto, in vacanza vado a Curma”. Ora prendo un pennello da fard e me lo pianto nel timpano.

Queste, comunque, sono convinzioni tutte mie derivanti dall’attenta osservazione del mondo circostante. Insomma, pura opinione opinabile.

La verità incontrovertibile, invece, è questa: i milanesi non esistono.

Non ho ancora conosciuto una persona che fosse una nata a Milano da genitori nati a Milano. Nella mia classe delle elementari ero l’unica umbra di genitori umbri ma di nonni forestieri, insomma la frase “sono umbro” aveva un significato profondo (e terribile, lo ammetto) fatto di polenta col cinghiale, verbi inventati, bestemmie perenni e tanto tanto tanto vino rosso.

La frase “sono milanese” invece significa “sono nato a Cinisello da mamma napoletana e papà pugliese perché mio zio abruzzese s’era trasferito a Rho visto che lavorava a Sesto San Giovanni, comunque sia mi nutro di aperitivi e voto Lega Nord”.

COSE CHE NON HO

Intanto voglio dire che il titolo di questo post vuole significarvi due grandi cose: adoravo quel disco dei Subsonica e mi ci sono sfonnata le recchie quindi non dimentico il passato in primis, sto sempre sul pezzo e vi anticipo insieme ai giornali più venduti (come Metro e Leggo) il nome del nuovo programma di Sazio e Fabiano sul trè in secundis.

Insomma, ci tengo a sottolineare ultimamente…sarà che sto invecchiando.
L’ho realizzato cinque minuti fa in doccia: sto inesorabillmente invecchiando.

A dimostrazione di ciò, addurrò delle prove.

  1.  Faccio un lavoro sicuro, in tempo di crisi, anche se manderei beatamente in Tanzania la metà di quelli per cui lo faccio, incurante di quanto mi sono ammazzata per prendermi quella stramaledetta laurea
  2.  In meno di un mese andrò a due matrimoni di cui uno di una mia cara amica bloggher (eh, ndovina ndovinello…)
  3.  Ho iniziato a risparmiare. E’ avvilente.
  4.  Scrivo un post alle undici e mezza di sera avendo l’ansia che domattina mi sentirò stanca e mi sento in colpa nei confronti di me stessa perchè mi condanno a dormire troppo poco per i miei standard da vecchia. (So benissimo che questo richiederebbe un TSO o anche TS Volontario ma, come ho detto, sto risparmiando, quindi l’ansia me la tengo)
  5.  Non dimentico più le chiavi di casa
  6.  Mi depilo meno frequentemente
  7. Ho scambiato delle mail con GRGA che mi ha mostrato le foto di suo figlio e io ho SOLO pensato “che tenerezza, sono tanto felice per voi”  e non ho fatto manco mezzo pensiero sconcio che fosse mezzo. (Oddio, è anche vero che ho trovato il primate della mia vita e tutto…comunque mi sembra un fatto degno di rilevanza in relazione alla mia maturità o senioritudine)
  8. Non voglio un cellulare nuovo perchè ho paura di non imparare a usarlo (esattamente come mi nonna)
  9. Un paio di volte (ma – giuro – giusto un paio) ho detto “sì, sono belle quelle scarpe, ma sono scomode”
  10. Accumulo cose. Tutti abbiamo da una a due nonne che nella loro credenza che puzza di antitarme ammuffito hanno una o più scatole di metallo dei biscotti. Mica a caso eh, biscotti “danesi” al burro. Sì, sì, quella scatola blu che, nella migliore delle ipotesi contiene ago e filo, nella peggiore, il nulla. Non si butta perchè “può sempre servire”. Insomma, anche io accumulo, solo che nei biuticheis: accumulo trucchi. Ormai non ho manco il tempo di comprarmeli da Sefora o in farmacia o dal maledetto Chico, li ordino ollain. Pennelli cabuchi come se piovesse, scimmerini, pigmenti e tutte un sacco di altre cagate che nomina Cliomeicap e che io in automatico compro (in barba al risparmio di cui sopra).
  11. Tutti, tutti, tutti ma proprio tutti quelli che non mi conoscono mi chiamano “signora”. Io ho sempre l’istinto molto umbro di rispondere “signora stopardepalle”, ma poi a Milano centro pare brutto.
  12. Lassbatnotliss l’altro giorno ho vomitato inspiegabilmente in metropolitana. E glissiamo sulla figura di merda che, già di per sé, mi pare meritevole. Il peggio del peggio è stato lo sguardo di mia suocera che aveva stampato in un occhio “SEI FORSE” e nell’altro “INCINTA?”. A quel punto, il mio genio interiore, con la maieutica del vomito, ha partorito delle frasi puzzolenti e sconnesse circa tutti i metodi anticoncezionali a cui ricorriamo io e suo figlio. Il tutto non era stato richiesto.

Anfen, grazie grazie grazie mille alla mitica noccioletta per il suo premio. Sdebiterommi con un lavorone da meicapartist nel giorno più bello della sua vita.

RAGAAAAZZIIIIII

Che io di economia non capissi una fava, era evidente da un pezzo. Sono ricca? No, pertanto. Però davvero ci sono cose che, dal basso della mia conoscenza sulle teorie geopoliticoeconomicosociali basate sull’aumento del prezzo del fondotinta Clinic, davvero non mi spiego.

Il mistero del mondo  e della vita, però, mi si è infittito facendo i colloqui di lavoro.

Fatto sta che io ora lavoro per la nota Brum Brum che da poco ha riaperto, un tim di solidi raccomandati ricconi al comando e io ad assisterli. La prima domanda che mi è stata fatta da uno dei da me assistiti è stata “Ma tu come l’hai conosciuta Madame?” (per Madame si intende la moglie di The President). Tramite il Corriere della Sera, porca di quella farfalla di Belen, ho mandato uno stramazzo di civvì rispondendo a un annuncio e ho sfidato qualunque pregiudizio sulle aziende che assumono raccomandati. Cioè, ma mica lo fanno tutte le aziende, sempre lì a pensare male tutti quanti…alle volte ci sono anche delle aziende che si prendono qualcuno solo perché è bravo e possono serenamente sottopagarlo, no?

Insomma, io qui mi trovo anche bene, sto tranquilla, mi trucco e mi parrucco tutte le mattine, mangio il mio tofu alle olive a pranzo…e chi m’ammazza? Però che vuol dire, io sono dinamica, seguo i flussi del mio tempo, fluttuo sulla vague della generazione ics e quindi, quando m’hanno chiamato per un colloquio in zona Duomo di Milano, sono andata.

Arrivo in questo bel palazzo del centro con le scale ripidissime da vertigini. La mattina avevo avuto una riunione in ufficio, quindi indossavo il mio tubino nero d’ordinanza (ma con le maniche bordò e una bella zipp d’oro sulla schiena) e lo stivaletto nero basso che fa sempre tanto donna moderna. Mi apre una in scarpe da ranning e maglioncino pidocchioso. Mi siedo su un divano, osservo le pareti con lo spatolato veneziano giallo e quasi vomito. Sto finto lusso da tressordi mi fa schifo. Ai lati di una porta due enormi portavasi di alluminio satinato ospitano due finte orchidee bianche. In fondo al corridoio una sorta di toletta con sopra uno specchio enorme, qualcosa come 2 metri quadri, tondo e bordato di decorazioni. Insomma: cafonal lacsciuri. Accanto al divano su cui sono seduta c’è una porta chiusa, di lì escono varie voci, a intuito si tratta di un uomo, una donna e sbirulino. Parlano, parlano, ridono e intanto fanno tardi. Io sono lì solo in pausa pranzo e voglio muovermi.

A un certo punto sento la maniglia girare, dirigo il mio sguardo in direzione della porta e vedo palesarsi una losca figura che parla al cellulare: è sbirulino, la riconosco subito dal tono sensuale come una battuta di Gianni Morandi a Sanremo (questa similitudine è a puro uso e consumo delle ricerche su gugol).

Partiamo a osservarla dal basso: degli stivali neri con la zeppa. Posso morire per favore? Che motivo c’è per giustificare questo abominio della moda? Comunque, è il meno. Stivale con zeppa in gomma nera, piede in scamosciato nero e gambale alto al ginocchio in pellicciona sintetica nera, gonfia ma gonfia ma gonfia che manco la faccia di Melanigriffit.

Calza nera coprente, mini di pizzo nero, top nero e sopra una giacchina di pelle abbottonata solo al collo, quest’ultima davvero stupenda, mi pare di riconoscere un certo tocco Gucci (sostituire con qualunque marchio costoso ad libitum).

Il bello, però, è la faccia: capello nero a caschetto con ondina all’indietro (che fa stanto vintasg demmerda peffinta), degli zigomi passati con uno dei condoni del governo precedente, una bocca bella tesa tesa tesa tipo salsiccia col budello, queste sopracciglia graffettate alle tempie, il tutto ricoperto da questo cuoio color cognac della pelle.  Sia chiaro, non una brutta donna, ma di certo un viso inusuale per essere umano.

Parla al cellulare e poi rientra. Sento vari saluti e, dalla stessa porta, esce quella che riconosco come la candidata che mi ha preceduto. Poraccia, grassoccia e mal vestita, capello unto e pelle idem, sorriso esaltato di chi non si rende conto che non avrà mai mammancopessogno quel lavoro.

Entro io e…tadaaaan! Mi trovo davanti una lunga scrivania con tre tizi dietro, una specie di giuria di Italiasgottalent. La lei di cui sopra, un ometto secco secco secco con un maglioncino infeltrito, pochi capelletti stinti e gli occhialetti rettangolari, un personaggio alla Italo Svevo e un terzo figuro con occhiali in punta di naso, fogli alla mano e un maglione di merda.

Tante strette di mano, un bel “ci parli di lei”, un bel “ma lei è disposta a lavorare fuori orario”,amenità varie e un meraviglioso “ma in Umbria dove? Ah! Lì? Lo conosco benissimo: c’è la scuola della CGIL!” detto con una sicumera che manco “ah, sì, Roma, quella col Colosseo!”. Poi sto tizio mi chiede, come se fosse normale, se sono fidanzata e da quanto, se ho fratelli o sorelle, cosa fanno i miei genitori, il tutto mentre io respingo fortissimo la voglia di dire qualcosa come “si ricorda quella brutta storia di omicidio in famiglia in Umbria nel 1998? ecco purtroppo…” per vedere la sua faccia. Lascio perdere, rispondo neutro, tutto e niente. Insomma mi introducono, col loro improbabile trittico, all’argomento clù, il genere di lavoro: assistente personale di questa nota pierre e organizzatrice di eventi. Benone, è il mio pane. A quel punto lei comincia a parlare, con questo suo tono imbarazzante e restando ferma come un gatto di marmo per non spettinarsi, e mi fa:

– Ma lei come se la immagina la mia giornata tipo?

Ti svegli, il tuo gigolò ti fa fare ginnastica passiva, arriva la tua badante e ti fa quelle settecento punturine per renderti presentabile, ti vesti copiando il look a Pamela Prati o Maddalena Corvaglia e poi esci a fare penosi colloqui.

– Beh, certamente indaffartissima! Si sa che noi donne abbiamo sempre mille cose da fare oltre al lavoro, insomma: una vera donna multitasching, controlla l’agenda, rivede gli appuntamenti, sposta quelli che deve modificare, pianifica la serata…mille cose!

E lei, lì, com gli occhi sgranati di piacere estatico. L’ho colpita al silicone, mi ama, sono la sorella che non ha mai avuto. E continua:

– Ma lei la guarda la televisione?

Poca roba, Ballarò, Formigli, Nuzzi e se capita Crozza…sempre in streaming.

– Mah, guardi, in realtà non ho molto tempo…giusto qualche trasmissione selezionata…

– Ah, ma non la guarda nessuno la televisioneeeee??? Mammamia… Ma quindi lei cosa guarda?

Mazzo mazzo mazzo! Cosa dire? Oddio, devo trovare qualcosa che vada bene sia per me che per questa….

– Eh, guardi, mi piace molto Daria Bignardi! (eddaje, la Bignardi è come un cd di Ligabue: tuttifrutti!)

– Ah, sì, proprio brava lei…e Grande Fratello?

– No, guardi, non ce la faccio proprio…

– Ma a lei piace la moda?

– Beh, sì, sa come siamo noi donne…comunque sì, seguo qualche giornale online, guardo foto di sfilate…mi ispiro insomma

– E qual è il suo stilista preferito? (sono certa che abbia detto qual è con l’apostrofo, lei)

Aridanghete…e mo che dico?

– Emmmh….Tom Ford!

– Beeeeellooooo!!!!! E come mai?

Perché è il primo che mi è venuto in mente!

– beh, lo trovo raffinato, di gusto, non mette mai grandi marchi sui capi ma il suo stile è riconoscibilissimo, sa, io non amo il marchio in vista, sono convinta che se un capo è bello, si vede, non c’è bisogno di scrivercelo sopra!

– Esattamente come la penso io!

Ah, sì? E come te lo spieghi che tu sembri na battona e io un’impiegata delle poste?

Insomma, morale della favola, torno alla mia scrivania, cerco il suo nome su gugol e mi esce fuori che è una delle migliori amiche di Guendalina Canessa.

Sono indecisa se ridere o suicidarmi.