QUALCUNO NORMALE – Chirurgia plastica capitolo 1

Qualcuno mi dica che tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Lavori una vita ma tutto questo è normale
Non c’è via di uscita ma tutto questo è normale
La gente è impazzita ma tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Qualcuno normale – Fabri Fibra e Marracash

Finisco sempre col domandarmi se alla fine il problema sono io, perché sinceramente non mi pare normale collezionare un caso umano dopo l’altro in ogni singolo settore della mia esistenza. Passi per gli amici ché alla fine magari sono simili a me, passi per i colleghi ché alla fine ti si accozzano, passi per il familiari ché non te li scegli. Ma io c’ho pure la barista del bar sotto l’ufficio che è problematica.
Nzomma, devo subire un intervento di chirurgia plastica. Chissà se un giorno approfondirò questo argomento.
Comincio a cercare dei chirurghi che, si sa, la selezione del fornitore per un grande evento è pressoché tutto. E un chirurgo plastico a Milano è come cercà Maria pe Roma.
Cerco tramite pareri di gente che conosco, tramite suggerimenti di amici di amici e poi ovviamente uso anche internet. Ma come faceva la gente a trovarsi i clienti prima di internet? Continuo a non trovare risposta.
Incontro di tutto, ma di tutto tutto: siti di chirurghi con in bella vista due tettone in un reggiseno fuxia di pizzo, culi di marmo di ogni foggia, nasi di ogni forma e colore…ce n’è per un intero freak show.
I punti in comune tra tutte le offerte sono essenzialmente tre:
– l’assoluta vanità del chirurgo
– l’assoluta assenza di pori della pelle da qualunque foto
– l’assoluta insensatezza degli slogan dei dottori, tipo:
bellezza unica

Ma che significa? No veramente, che vuol dire in italiano sta roba?
Poi ci sono proposte di interventi che, per usare un eufemismo, fanno sorridere:
FILO CHE SOLLEVA
Questo è “il filo che solleva” il culo. Bi ap. Invero le foto del sollevamento devo dire che sono molto convincenti.
Vabbè, fatto sta che contatto una serie di medici. Contatto anche quello che ha rifatto lezzise a Belen. Mi scontro con segretarie in assetto da guerra che non sono disposte a darmi un appuntamento prima di Luglio di un anno non ben specificato, altre che penso vengano da un corso di formazione della Worwerk perché insistono per avermi in studio più di un venditore del folletto.
Alla fine scelgo un tipo, la cui PR (sì, molti chirurghi hanno qualcuno che cura loro le relazioni pubbliche) firma qualunque cose con un hashtag. E l’hashtag è #labossdelletette.
Vado da questo dottore un pomeriggio tardo, è vicino all’ufficio e lui si è detto molto disponibile a un’operazione a breve come da mie esigenze.
Mi accomodo in sala d’attesa e vedo gente girare con in mano fari, telecamere, cose.
Vicino a me c’è una con il presunto ragazzo che passa il tempo a guardare il cellulare e dire: “nooooo, hai visto amo???? è morto Notorious BIG, quanto mi dispiace! Mi piaceva un casino, cioè è un rapper fighissimo, chissà come è morto…nooooo, che dispiacere!”.
Vaglielo a spiegare che era il ventesimo anniversario della morte del suo – a quanto pare – rapper prefe.
Nzomma , con quaranta minuti di ritardo mi riceve il dottore, mi fa scendere in una stanza sottoterra e mi prende delle misure, mi spiega un po’ e mi fa un preventivo pressoché stellare.
A quel punto gli chiedo come mai ci fosse tutta quella gente in giro per lo studio, stavano forse ristrutturando?
No. No no. Stanno facendo un reality. Il dottore è il protagonista di un web reality sulla chirurgia plastica con tanto di provini via web per le possibili candidate.
Vabbè dai, è il duemiladiciassette, magari è un modo per farsi pubblicità e poi vai a capire, magari è famoso, chissà, dev’essere bravo, forse.
Passano i giorni e io contatto altri dottori ma intanto mi porto avanti e comincio ad effettuare le analisi preparatorie preoperatorie di rutìn.
Uno di questi esami è un’ecografia dell’addome. Vado in un noto centro medico milanese accanto all’ufficio per velocizzare, mi metto in coda alla casa automatica e poi sento chiamare: “Signora Liscia? Prego!”, raccatto borsa e cappotto e mi avvio allo studio.
Ad aprirmi la porta c’è questo essere che chiameremo Dottor Full Monty: bono ma bono. Ma ragazzi, ma bono veramente. Non è minimamente il mio genere (in fin dei conti mi piacciono con la panza e la barba) però è innegabilmente un bellissimo uomo. Altezza media, capello pettinatissimo un filo tamarro, mento e zigomo scolpitissimi, dentatura in ceramica, i pettorali che si vedono dal camice.
Ovviamente l’ho guglato ed eccolo qui:
dottoreScoprirò durante il mio percorso di stolching che è quello che ha spunturinato la bocca alla futura lider di CasaPound (CasaPound MERDA sempre, n.d.a.).

Sinceramente ho pensato a una chendid camera, mi sono detta “vedrai che mo questo comincia a spogliarsi o mi dice di essere un tronista di Lady Mary”.
Nvece no.
“prego si sdrai, sollevi la maglia, abbassi l’allacciatura della gonna” e via di gel e di manopola. Il braccio muscoloso che si muove mostrando un bicipite che sa cosa sia un bilanciere, lo sguardo perfettamente disteso rivolto al monitor.
“trattenga il respiro e tiri indietro la pancia” abbello, da mo che sto tirando indietro la pancia!

E gira gira con la manopola, mi inzacchera tutta la camicia, un casino. Continua e poi, Dottor FullMonty schiude la sua bocca perfettamente simmetrica e pronuncia con decisione “ha l’intestino pieno pieno pieno di gas!”

Dottò che faccio, rilascio?

DANNO, BEFFA E UN GATTO STUPENDO: CRONACHE DA UN LADROCINIO

Accadono in giro molte cose
che tu lo voglia oppure no
Quando sono con te – Ex Otago 

Il Primate sta facendo un master universitario all’estero, segue le lezioni da casa e poi ogni tanto vola a Madrid per dare gli esami. E’ bravo, prende sempre voti alti, è uno studente appassionato con un accento madrileño di tutto rispetto.
Ma studia. Studia sempre. Studia la sera dopo cena, studia la mattina prima di colazione, studia il sabato e studia la domenica. Ritagliarsi del tempo libero è complicato…ma è questo che fanno le famiglie: progetti comuni di cui ci si divide il peso. E così lui studia e io mi impegno a trovarmi attività da fare da sola.
Così era anche questo sabato, un programma rutilantissimo che mi avrebbe vista destreggiarmi tra un’ora di zumba, una di rialbol (vera palla, n.d.a.), un sonnellino e poi via verso un corso di ciarleston e poi a cena tutti insieme.
E invece.
E invece alle otto di sabato mattina avverto la luce del corridoio spararmisi in faccia, socchiudo gli occhi e vedo il Primate che mi fa:
– sono entrati i ladri a casa dei miei. Ma tu dormi.
Eccerto, hanno svaligiato casa dei suoceri, probabilmente è successo un delirio ma io posso continuare a dormire serena, certo. Come no.
Arriviamo davanti alla Magione Primate Family e troviamo i carabinieri, Romina – la signora delle pulizie, la ex governante e il marito. La porta di casa è spalancata e ci sono dei calcinacci per terra. In pratica i signori ladri hanno attraversato il giardino anteriore della villetta, hanno fatto una scican tra il ginko biloba, l’acero rosso giapponese e la magnolia bianca, hanno spaccato un vetro e le grate di metallo, sfondato a martellate dal muro l’allarme e si sono diretti alla ricerca della refurtiva.
Ora, la casa dei miei amati suocerti è a dir poco enorme. Quattro piani, divisi ognuno da una doppia rampa di scale, stanze una nell’altra, uno studio, una taverna, due mandarde, non so quanti bagni…insomma non è una casa di lusso, come si potrebbe pensare da fuori, la mobilia è ancora anni Novanta, però è davvero gigante. Ora, io mi metto nei panni dei signori ladri e mi prende lo sconforto: doversi fare al buio, con la torcetta, tutte ste scale di marmo, dover rovistare in una quindicina di cassettiere da dieci cassetti l’una per poi scoprire che , no, mio suocero non colleziona orologi e no, mia suocera non porta diamanti bensì ama la bigiotteria.
Alla fine qualcosa hanno pure arraffato, ma hanno avuto il buongusto di non cappottare la casa e, soprattutto, di non smurare la cassaforte e, ancor più importante, di non fare del male al nostro meraviglioso micio lungo un metro e dieci.
Nzomma stiamo lì io, Romina che con l’italiano fa pure fatica e ha un Q.I., porella, al limite delle capacità normali. La ex governante, settant’anni e non sentirli, nfatti è sorda. Il marito, un adorabile giardiniere settantacinquenne a forma di babbo Natale che non parla una parola di italiano, o dialetto lombardo o muerte. La carabiniera umbra, la amo, che mi racconta di avere un chihuahua e un carabiniere napoletano tabagista che manco Alda Merini.
Facciamo il giro di casa, tentiamo di fare mente locale per capire cosa manchi, cerchiamo di calcolare l’ammontare dei danni e della refurtiva, cerchiamo i riferimenti dell’assicurazione da attivare….insomma, attiviamo il protocollo d’urgenza familiare. La burocrazia, come da copione, ne è parte integrante e quindi via a dare le generalità al gentile carabiniere partenopeo. Come si chiama sua madre, professione “pensionata” corretto?, e il nome di suo padre, e la data di nascita e “ah, fai il giudice? ah ma a Milano? a ma è in servizio?”. Registra tutto con dovizia di particolare, nel frattempo il Primate va nella stanza accanto a fare una chiamata e io rimango ad ascoltare il carabiniere che chiama la centrale e si accerta di ripetere quelle sette o otto volte che è stato proprio “un furto ai danni di un giudice, capito, un giudice di Milano ed è proprio il caso di chiamare la scientidica per i rilievi”.
Nchessenzo? I RIS? Ma perchè? Non c’erano armi, la refurtiva era un bel po’ ma insomma non parliamo mica di decine e decine di migliaia di euro. Non ci sono morti, il gatto sta da Dior, hanno spaccato giusto una finestra e questo chiama la scientifica per i rilievi?
Chiedo spiegazioni e mi dice “ma sì in questi casi è normale!”.
Io, con le mie caccole negli occhi e la maglietta di topolino, rimango perplessa e incuriosita. Arriva un nucleo di due tipi della scientifica dell’hinterland e fanno esattamente quello che ci si aspetta da Grissom e Sarah, ma con meno fascino e senza entomologia: guanti, polverina, pennellino morbido, occhiali, macchina fotografica, lastrine adesive.
Una figata senza senso!

grissom

Fanno foto ovunque, ci spiegano come si rilevano le impronte e come sia evidente che i signori ladri portassero i guanti nella Magione Primate Family. A un certo punto arriva un terzo tipo della scientifica che non fa altro che girare per il giardino a fare micio-micio-micioooo psssspsssspssss al nostro gatto, intervallando ogni tanto con “ma quanto è bello questo gatto!”. In effetti è stupendo, lo ha rilevato anche la scientifica.
Poi se ne vanno.
Rimaniamo per le ultime formalità con i carabinieri al che, il napoletano dei due, ci tiene a uscirsene con :
– io ora non voglio parlare di politica, eh, per carità, ma quando Salvini dice che in Svizzera il 50% della gente è atmata e mica succedono queste cose, mica ha tutti i torti eh…
Ora.
Sei un carabiniere.
Sei napoletano.
E inneggi a Salvini.
Che è che non capisco? Ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, pefforza. Daje, pefforza.
Ho provato brevemente a spiegargli che la Svizzera di ladri è piena, solo che sotto al milione di euro non si scomodano manco, figuriamoci per quattro collanine. Il Primate intrappolato nel paradosso del derubato che deve spiegare perché non si spara ai ladri (lo amo anche per questo suo essere banalmente sensato). Ma lasciamo perdere che abbiamo bisogno di tutto ora, tranne che di una polemica con quella figura mitologica che è un terrone leghista.
Poi arriva il fabbro dell’assicurazione, Mastro Geppetto,  un simpatico signore con la sua attività artigianale che si mette a spiegare come funzionano le assicurazioni al Primate, che sarebbe giusto giusto un avvocato civilista. Ma ci sta, d’altra parte si è trovato davanti un uomo barbuto e felputo mezzo acciaccato e con le occhiaie, nessuno ci avrebbe scommesso uno scellino sul suo essere Law&Order.
Comincia con seghetti e cacciaviti a smontare i vetri rotti, smanetta a tutto spiano sulle inferriate. E immantinente parte anche l’immancabile pippone sulla situazione della giustizia italiana, sulle assicurazioni, sulle forze dell’ordine e gli immigrati, ovvio, loro, i nostri beniamini immigrati, protagonisti di qualunque lamentela all’italiana della P/E 2017.
E il mio Gerry Polemica d’ordinanza, il bellissimo Primate, non solo doveva pazientemente reggere la scala al fabbro mentre la sua casa d’infanzia era stata svaligiata, no, lui doveva anche sentirsi gli strali dell’uomo della strada contro tutto e contro tutti.
Secondo il nostro Mastro Geppetto comunque, alla fine della fiera, la colpa è della magistratura tutta con speciale menzione di colpevolezza per i giudici, questi incapaci che li mandano dentro due giorni e poi tutti a spasso, non gli fanno mica niente a quelli lì, perché ai giudici non gliene frega mica niente, questi vanno in giro subito, manco mezza giornata di galera, i giudici non lavorano mica, basta guardare  i tempi della giustizia, i poveri cristi in galera e questi qui invece nelle case al mare.
Ed è lì che, con la maestria dell’inconsapevolezza, è uscito dalla cucina Pater Primatae, mio suocero, che spippacchiando dalla sua pipa di legno, con espressione severa ma curiosa, pronuncia:
– Primate, ma glielo hai detto tu al signore che io sono un giudice?

La verità ti fa male, lo sai  Mastro Geppetto?

FACCIAMOCELA A FARCELA – il recruiting che non ti aspetti

I can’t keep on waiting for you
I know that you’re still hesitating
Don’t cry for me
‘cause I’ll find my way
you’ll wake up one day
but it’ll be too late
(Madonna – Hung up)

Ora io non dico tanto no, però, nzomma.
Da Agosto ho cominciato, molto sporadicamente, a mandare in giro civvì. Non sto concretamente cercando un nuovo lavoro, nonostante tutto attualmente sto in un posto figo e ora che Teddi non è più al timone mi sto anche godendo un po’ di calma.
Fatto sta che sul mio curriculum vitae adesso ci sono un paio di aziende importanti e di conseguenza quando mi candido mi chiamano, le offerte fanno sempre schifo ma insomma “piutost che gnent l’è megl piutost”, direbbero nel capoluogo meneghino.
Morale della favola, qualche giorno fa mi squilla il telefono mentre ero in ufficio, vado in una sala riunione per parlare liberamente e partecipo al seguente dialogo:
– Buongiorno, parlo con La Frangia Liscia?
– Sì, certo sono io, mi dica pure
– La chiamo da AgenziaDiSelezioneMoltoNota perché ho trovato il suo cv, deve aver risposto a un annucio… abbiamo un’opportunità nel campo farmaceutico. 
– Certo, mi dica pure (farmaceutico = soldi + lavoro che non muore mai, me piace!)
– Allora volevo farle delle domande sulla sua esperienza…
– Sono qui, chieda pure! (assertivi e sorridenti, assertivi e sorridenti!)
– Allora lei attualmente sta lavorando, giusto?
– Giusto!
– Come mai cerca altro? 
– Ma per questo, questo e quello… (motivazioni completamente farlocche a caso)
– Posso chiederle quanto è la sua RAL? (reddito annuo lordo, n.d.a.)
– Sì guardi, è così e così, con questo e quest’altro benefit e questo e quell’altro premio
– Ok bene, le lingue le sa?
 – (abbella, ma con chi credi di stare parlando?) Sì guardi parlo francese, portoghese, inglese, ovviamente italiano ma anche un pochino di spagnolo 
– Bene, competenze informatiche?
– Sì, quelle normali:  questo questo e quello
– E esperienza nel campo degli eventi fieristici? 
– Sì, guardi ho lavorato per anni nel campo con eventi di alto profilo istituzionale e bla bla bla…
Andiamo avanti così per circa 15 minuti, analizziamo le mie competenze professionali in ogni sfaccettatura, scendiamo nel dettaglio di ogni singola voce, mi fa parlare parlare parlare finché decido di prendere la situazione in mano. In fondo s’era fatta na certa e dovevo pur tornare alla mia scrivania.
– Guardi, se vuole sono disponibile  incontrarci di persona così facciamo il colloquio de visu. Magari mi dica, che figura state cercando…nel senso, che qualifica richiedete? 
– Ma guardi, veramente stiamo cercando una segretaria junior part time anche con poca esperienza da affiancare all’amministrativa, nel caso se conosce qualcuno mi manderebbe i contatti?

Sorry?
No veramente, dai, che problema hai?
Cioè, questa m’ha chiamato, si è sfrantumata le balle per un quarto d’ora buono ascoltandosi tutti i cavoli miei, s’è spulciata il cv fino alla dichiarazione aut.min.ric. e poi che vuole? Che le faccia io da recruiter? Io rimasi abbacinata, se non per meglio dire fulminata e poscia mi mancatte la parola [cit.]
Io di colloqui nella vita ne ho fatti tanti, ormai vado lì scioltissima, non mi mettono nemmeno più strizza, vado stringo mani+sorrido+affettezione e ne esco sempre decentemente. Ne ho fatti di assurdi, veramente assurdi, difficilmente dimenticherò quando mi hanno chiuso da sola in una stanza completamente bianca e insonorizzata con un pc e un excel da compilare. O quella volta in cui un più o meno noto architetto milanese mi ha chiesto quali competenze avessi nella gestione di un diario alimentare (la posizione offerta era in campo amministrativo). Il mio “in che senso?” deve averlo convinto a scartarmi (come una caramella da 118 calorie, n.d.a.).  Una recruiter una volta mi ha detto di non credere al mio stipendio nemmeno quando le mostravo i cedolini, non che fosse particolamente alto o basso, ma si era convinta che quella cifra per qualche ragione fosse finta. Una delle prime volte, ai tempi del Vampiro, mi chiesero ogni quanto andassi a messa (posso ride?). Mi è stato chiesto che musica ascolto, perché vado in palestra (hey, faina, le mie chiappe mosce non ti dicono nulla?), cosa si mangia nel mio Borgo Natio, che modello di cellulare ho, che macchina ha mio marito, se ho il mutuo, perché sono vegetariana, che lavoro fa mia madre e, su tutte, la madre di tutte le domande dei miei colloqui “come mai ha studiato portoghese e non spagnolo?”. Me gusta come lo mueves, baby.
I disagi della psiche umana hanno un arcobaleno di sfumature e io le ho ammirate pressoché tutte.
La laurea honoris causa in psicologia del lavoro non mi è ancora stata assegnata, mi pare un crimine contro l’umanità.
Però ti voglio bene, cara recruiter senza voglia de lavorà, te voglio bene perché hai nella voce l’incoscienza dell’età, la sfrontatezza dell’ignoranza, la faccia da culo de Maurizio Lupi (l’indimenticato).
E quasi quasi ci vengo a fare uno dei famosi “colloqui conoscitivi”, così ti insegno come si fanno ché fare formazione per beneficenza è una delle mie grandi passioni.
L’ho scritto tra gli interessi personali?

colloqui-di-lavoro

 

UNA VOLTA QUI ERA TUTTO CHAMPAGNE [cit.]

Parliamoci chiaro, cristal cliar, ho un ottimo matrimonio e una bella famiglia composta da me e Primate. Ma di quella divertente friccichea di quando ero su piazza, pesavo 48 chili e mi facevo le mesc da battona di alto livello…zero. Zerella. Zebra. Non che mi manchi eh, Dior ce ne gamberi, non tornerei indietro manco a pagamento. Il pensiero di un altro appuntamento tra un congiuntivo sbagliato e un drink offerto da me mi fa venire voglia di lanciarmi contro una finestra antisuicidio.
Comunque sia è banale, la speciale normalità delle relazioni sicure offre alcuni spunti di riflessione  e di ironia, ma aspettarsi cose tipo   questa o questa non sarebbe ragionevole. La stabilità è una cosa meravigliosa ma, a raccontarla, risulta noiosa.

Nzomma, mettiamolo un po’ di brio dentro sto blog, santamadonna. Quindi ho deciso che tirerò fuori un aneddoto datato ma inedito. Come quando si pubblicano i dischi dopo che muore uno famoso e pur di battere cassa a dumila si tira fuori un’incisione di una canzone orrenda e/o natalizia da schiaffarci. Io lo so come va a finire…va a finire che si fanno i concerti con gli ologrammi. E’ drammatico.

Tornando al punto, circa due anni fa ho smesso di lavorare per BrumBrum e per ThePresident. Tra i collaboratori fissi in cui mi “interfacciavo per fare deili apdeit”, ovvero gente che sentivo tutti i giorni per telefono, c’era questo giovane uomo all’epoca sui 38 -39 con le sembianze e le pose di un modello del noto marchio Boggi.
Ricordo chiaramente la prima volta che l’ho visto, SexyCommercialista, altezza media, corporatura smilza con i muscoletti evidentemente allenati che spuntavano dal frescolana del completo, camicia su misura e cifrata bene (lato sinistro, tra il quinto e il settimo bottone, non sul collo come i burini, n.d.a.), capello corto corto scuro con un accenno di brizzolanzia, occhi neri neri neri un po’ incappucciati, bocca carnosa e denti bianchissimi. Bono ma bono ma bono. Con quell’aria da non-così-giovane in carriera, la noncuranza di chi ha un fisico perfetto e non deve aggiustarsi la camicia quando si siede, la sicumera di uno così figo che manco ci fa caso. Un accento troppo milanese per i miei gusti, ma  il tono senza esitazioni di chi ci crede tantissimo ma con concretezza.
In parole povere, uno che lo vedi e ti cascano le mutande.
Io e SexyCommercialista ci siamo sentiti tutti i giorni dandoci del lei per circa tre anni, abbiamo litigato cortesemente più o meno tre volte a settimana e mai mai mai siamo entrati nella benché minima confidenza. Non ho mai saputo niente di lui e lui niente di me. Ok, è sexy, va bene, ma è pur sempre un commercialista. Io, oltretutto, se proprio dovevo pensarci, me lo immaginavo nel suo loft bianco, con la sua donna di turno alta bionda magra e superchic, possibilmente una ex-modella attualmente pr, giocare a tennis al circolo di sabato e altri stereotipi a seguire.

Poi gli anni passano, le mamme imbiancano e io sono andata via da Brum Brum spedendo, cinque minuti prima di chiudere la porta, la classica email dicendo ciao cari, è stato un inferno, potete contattarmi al seguente indirizzo email. E SexyCommercialista mi scrive il classicone augurio di tutto il bene professionale del mondo e ciaone.
Poi i mesi passano, le mamme continuano a imbiancare e improvvisamente, arriva una mail di SexyCommercialista che dice che spera di non tediarmi e chissà come sto e che comunque possiamo anche sentirci per collaborazioni lavorative ecc ecc. In quel momento io stavo lavorando da QuelliTipoGugol quindi ci stava anche che questo mi contattasse per vedere di attaccare un bottone aziendale. Morale della favola, ci scambiamo i numeri di cellulare, ci diamo del tu e ci diamo appuntamento una mattina a colazione in un bar della stazione. Cappuccio, cornetto e quattro malignate su BrumBrum, SexyCommercialista ha perso un po’ peso ed ha i capelli sale&pepe, è sempre un bell’uomo ma è un po’ sfatto, mi racconta quanto sia stata dura per lui diventare socio dello studio, quanto le cose vadano male economicamente lì nel mondo dei circolini del tennis e quanto abbia deciso di tenere duro nonostante tutto, parliamo di vacanze che programmo con mio marito e altri argomenti inutili. Dopo mezz’ora, tanti cari saluti e ognuno all’ufficio suo.
Intanto emerge che una mia ex collega e amica e il suo ex capo ora socio, entrambi sposati con figli, hanno una relazione. Non mi soffermerò perchè se no andiamo avanti per quindici anni, comunque sia tanto io quanto SexyCommercialista  sappiamo di essere a  parte di questa storiella torbida lenzuolifera.
Per dare la misura: lei una direttrice amministrativa e lui un commercialista di gente famosa.
Che vanno a fratte in una macchina da 140mila euri.

Un mese dopo il caffè in stazione SexyCommercialista mi scrive per un aperitivo, io – caruccia – la prendo come una roba tra ex colleghi e penso sia un’idea carina. Mi dice di coinvolgere anche gli altri due e io – caruccia  – la prendo come una rimpatriata perché alla fine ci conosciamo tutti e abbiamo lavorato insieme per anni. Rimaniamo d’accordo per la settimana a seguire, dopo il mio weekend in Umbria.
E..sbim! lunedì mattina mi arriva su uozzap, puntualissimo, il messaggio organizzativo di SexyCommercialista:
champa

Ora, non so nemmeno da dove cominciare a insultarlo. Cioè, è talmente tutto sbagliato che, cosa gli vuoi dire a uno che ti scrive così?
Beh, io comunque gli avrei detto questo:
Vedi SexyCommercialista, sì sono rientrata dall’Umbria e sì, per mercoledì andrebbe bene. Ma vedi, quando ti dicevo di essere felicemente sposata non era un modo di dire. E comunque. Comunque non sarebbe manco quello perché io potrei anche volermi trovare un amante. E magari questo amante potresti anche essere tu perché alla fine sei sexy, sei un po’ figlio di mignotta e hai dei bei denti – è fondamentale. Però però però ..però scrivi “ape”. E però ci provi via messaggio a 40 anni. 
E non è il peggio…il peggio è che pretenderesti che mi offrissi come preda sacrificale in casa, senza manco passare per uno sciampagnino su una qualsiasi terrazza dei salotti buoni milanesi. Pensi di farmi palpitare le ovaie cucinando qualcosa in casa, come se avessi 16 anni e fosse figo fare una serata casalinga. Come se una serata sul divano per una donna sposata e con una casa possa essere un’alternativa allettante. Ci mancava che mi dicessi ” e poi ci guardiamo la replica di Ballando con le Stelle”. Non pensi nemmeno di dovermi tramortire a colpi di Moet Chandon, no, mi vorresti sedurre in casa col vino comprato all’Esselunga e questo, per me, è offensivo. Vedi SexyCommercialista, qui dobbiamo andare back to basics. Qui non solum non mi conquisti, sed etiam me fai incazzà. 

Ma ho gli anni di cristo mica per niente, io. E allora mi ha fatto dapprima un po’ schifo e  dappoi un po’ pena perché pensava di essere figo e sciabolare la mossa del giaguaro.
E ho pensato che alla fine sono davvero fortunata ad avere il Primate che, per dire, non sa manco cosa sia Ballando con le Stelle e che quando passiamo le serate sul divano apre una bottiglia presa in enoteca.
E quindi sono stata signora:
champa2

Ndovina un po’ se s’è più fatto sentire?

VIAGGIO AL CENTRO DEI VANZINA

Vuoi venire con me? 
oggi ho tanta paura, 
questo mondo è selvaggio e un po’ contro natura
La musica non è una cosa seria – Lo Stato Sociale

Lavoro con tante persone, alcune molto interessanti, alcune per niente, alcune spregevoli. Lavoro con un riassunto del mondo occidentale e ricco: incongruenze, sprechi, slanci, camicie su misura su pantaloni di H&M.
Sono due anni che sto qui, che spendo ore e ore della mia vita in questo openspeis con le piante e le scrivanie regolabili, è inevitabile che abbia stretto amicizie nonostante la mia ferrea convinzione nel voler separare la vita privata da quella lavorativa. Ho fatto amicizia, vera, principalmente con delle donne un po’ più grandi di me, donne con cui ho affinità di sentimenti, di pensieri, di atteggiamenti.
Pe falla corta e pe falla breve, una di queste ha invitato  a cena me, altre due colleghe e Teddi la scorsa settimana.
Io faccio una delle mie famose torte a strati, mi vengono bene e faccio sempre un figurone come una brava casalinga anni ’50: tette grosse, torte grosse.
Teddi passa a prendere con la supermacchinina da rich&famous me e Sorrisona. Soviet arriverà coi suoi splendidi figli da sola. Ci avviamo verso desolate lande del nord Lombardia sotto la pioggia, nel traffico, ascoltiamo i Queen e parliamo di lavoro.
Giungiamo a destinazione e si spalancano le porte di questa casa che trasuda pezzi costosi, non è il mio gusto ma insomma…c’hanno speso e si vede, vogliono che si veda. Divani di pelle, sedie in pelle, bambini in pelle, vasche idromassaggio, spazi sconfinati e muri spatolati.
RicciaDriven, la padrona di casa, è sorridente e gentile, simpatica come lo è in ufficio e sono sinceramente contenta di essere lì a spezzare le conversazioni su budget, obiettivi, annualità e digitale con un po’ di sana chiacchiera semplicemente su di noi come esseri umani. Siamo tutti lì senza plusOne, senza accompagnatore, tranne ovviamente RicciaDriven che ha il marito in casa.
Apriamo lo sciampagnino, brindiamo mentre attendiamo Soviet che si è persa per strada sotto la pioggia coi figli, spezziamo la fame mangiucchiando antipastini in pastasfoglia col burro al tartufo, il salmone, il maledettissimo fegato grasso d’oca.
Finalmente arrivano tutti, lasciamo la masnada di regazzini con la tata assunta per la serata, lì a ribadire che, mazzo, siamo borghesi se non si fosse capito. Siamo quei borghesi lì, quelli con la mitica fabbrichètta, il famoso suvvettino, la casètta a Santa e tutte ste belle stereotipaggini qui. Ma RicciaDriven è veramente ganza, non è per niente snob né sborona, è una che riconosce il lavoro per quello che è, ammira chi si fa il mazzo e non le frega  molto di farsi amici i più fighi della cumpa. Ed è per questo che finirò la serata col pormi grosse domande sul suo gusto in fatto di uomini. O, perlomeno, di mariti.
Ci sediamo a tavola ed è così che inizia il Viaggio al centro dei Vanzina.
A capotavola lui, Leghistadeimieicoglioni, il marito di RicciaDriven. All’altro capo del desco lei, Soviet: meno di 40 anni, bionda, bel fisico, fuggita verso i 20 anni dall’ex Unione Sovietica per affermarsi in Italia come professionista di spessore, mamma e moglie, in calzini a righe e leggings, libera dopo una giornata di stress.
Alla destra di Leghistadeimieicoglioni, la moglie, come da prassi. Alla sinistra, Sorrisona: maglione mezzo ciancicato dal cane, dodo al collo, con a casa moglie e figlio. Lez dichiarata e militante.
Alla destra di Soviet ci sono io, umbra e si sente. Alla sinistra c’è Teddi dai mille colori.
Parliamo un po’ di lavoro, pettegoliamo un po’, savasandir, parliamo di bambini, di cucina, di arredamento…insomma, una cena tra adulti professionisti ma di compagnia.
Le posate d’argento, la magnum di bollicine, la tovaglia ricamata a mano, la pasta scotta.
Leghistadeimiecoglioni comincia presto a dare il meglio di sé con battute su quanto la moglie sia una rompipalle. Sta cercando confidenza sull’unico argomento che abbiamo in comune, la moglie, con noi che non lo conosciamo. Capita a tutti di sbagliare un’uscita.
Ecco, una.
Due magari.
Non una dopo l’altra.
Tutte.
Ogni singola parola è un dramma. Ogni parola è un insulto ad una morale non dico spiccata, ma decente. Ogni parola un sorso di voglia di morire. Ogni parola una crepa nella mia convinzione granitica che la democrazia sia il male minore. Ogni parola un imbarazzo grosso come un’elefante manco rosa, fuxia, nella stanza.
Ed eccolo inanellare una dopo l’altra frasi come queste:
– ma perché fai fare a tuo figlio ginnastica artistica? ma è un maschio! I maschi devono giocare, si devono menare!
– eh sì, sono stato in tv a una trasmissone…come era? ma che ne so! non so manco cosa ho detto, ho guardato tutto il tempo le cosce di quella *FamosaPresentatriceBionda*…non ci capivo un mazzo, però ha delle gran cosce con la minigonna giropassera!
– [riferendosi al figlio di sei mesi] come sei bello, eh?  io lo so che da grande qui ci sarà la casa piena di bella figa, eh? e papà metterà le tacche…
A questa, con mio totale sollazzo,  Sorrisona se ne esce “ma magari gli piaceranno i maschi, che ne sai…”
Leghistadeimieicoglioni a quel punto tira fuori uno degli ailait della serata:
– tutto può essere, ma non succederà…in questa casa si cresce secondo sani valori fascisti.
Poco conta che Sorrisona ha presto sottolineato come “sano” e “fascista” siano due concetti inconciliabili in una sola frase.
A questo punto, il mio animo trash vorrebbe un siparietto comprendente un doppiosenso su qualcuno che mangia una banana, una pacca sul culo della tata, un “negher” buttato via.
Sorridiamo tutti più o meno imbarazzati per RicciaDriven, facciamo finta di nulla, andiamo avanti facendo finta che in realtà no, non siamo davanti a un poraccio che veste i panni del cumenda, a un parvenu di bassissimo rango, no, siamo lì tra illuminati trenta-quarantenni neoliberali, che hanno visto un po’ di mondo e che leggono giornali in lingua originale.
Ma è teatro, nonostante parecchie delle mie risate siano autentiche, nonostante non abbia ancora ben capito come ho fatto a finire lì, io che vengo dalla campagna umbra, non può essere vero che siamo lì a tollerare questo chiatto mentecatto che pensa di essere simpatico a parlare di cosce, a ridurre tutto a questioni di soldi, a insultare chiunque di noi al tavolo pensando di poterne ridere. A insultare la nostra intelligenza, a insultare tutto l’impegno che ci ho messo per una vita a non essere ridotta come lui, in una gabbia d’oro così stretta che il cervello evidentemente sta andando in cancrena.

cumenda
E mi dispiace per RicciaDriven perché non voglio giudicarla attraverso la lente di quest’uomo che ha scelto di accollarsi, perché lei mi piace e non voglio guastarmi l’idea che ho di lei.

E poi finisce la cena, tutti raggelati che ci scambiamo abbracci e ringraziamenti. Io che mi sarei volentieri attaccata alla magnum di bollicine per tirare fuori il meglio di me e addormentarmi in macchina. Ma no, bevo l’acqua, saluto e abbraccio tutti.

Poi mi perdo in tangenziale con Soviet e finiamo alle tre di mattina a girare contromano nel parcheggio di un centro commerciale, ma questa è un’altra storia e non c’entra niente con quello che volevo dire in questo post.
Quello che volevo dire è: LEGA MERDA.

ASTENERSI BUONISTI – il mio sguardo insofferente al mondo del lavoro

Durante le 8 ore tenedenti alle 11 di lavoro quotidiano ho sempre aperta la finestrella di gimeil.
Lì, tramite la ciattina di gogòl mi tengo sempre in contatto con AmicaUmbra, ci scambiamo linc scemi o ci chiediamo come va. Nzomma, prima vivevamo insieme e questo accadeva la sera davanti a una tisana, ora che siamo diventate signorine grandi manteniamo questa costanza così.
Noi siamo due del centro Italia che hanno trovato lavoro senza spinte nella Milano già bevuta dei giorni nostri, ci siamo barcamenate in professioni più o meno adatte a noi e siamo giunte ad avere, tra un sospiro e l’altro, lo stipendio a fine mese. Io ho avuto modo di mantenere lo stesso lavoro dal mio trasferimento, faccio la balia di The President un riccone (chissà per quanto ancora) che s’è comprato un’azienda e gioca a farla fallire. Sta ottenendo risultati strabilianti.
Il mio lavoro inizialmente mi piaceva abbastanza, bella gente e bei discorsi, tanto francese, tanta Cote d’Azur, tante traduzioni legali…insomma, un bel modo per rispolverare la laurea unito a quell’aurea di intoccabile che solo essere il braccio destro di qualcuno di potente sa darti.
Non è il massimo? Lo so bene, io adoravo il mio lavoro di Roma, mi coinvolgeva e faceva innervosire, mi sfiniva e dava soddisfazioni e, per quanto qui sia tutto diverso, ho sempre cercato il buono di un posto di lavoro di alto profilo e relativamente affidabile, di un contratto lungo addirittura 12 mesi e con i bonifici di stipendio addirittura tutti i mesi.
Dentro di me ho sempre covato l’idea e l’aspirazione e la speranza di tornare a lavorare in comunicazione,  di fare quello che mi viene meglio e in cui mi sento a mio agio: mettere un tailleur e intrattenere relazioni istituzionali, elargire sorrisi anche con le vesciche sotto a piedi, ingozzarmi di nascosto di roba di catering di primo livello, guardare da vicino un mondo che più conosci e meglio lo eviti.
A contatto coi Signori della Guerra ho visto sta gente che mi ha fatto spesso -sempre?-  schifo, La Russa per dirne uno, gente che dall’alto dei suoi premi di produzione trimestrali da novantamila euro, veniva a piangere miseria con me perché le sue azioni del Palazzo delle Guerra avevano perso valore. Genitrice una volta mi disse “ma non ti viene di mandarli a fanculo?” eccerto che mi veniva e mi viene tutt’ora, ma ho elaborato un distacco chirurgico, ho visto davvero la decadenza putrefatta che c’è dietro tutte queste storie di soldi a palate. Dopo aver invidiato l’autista e le quattro carte di credito per dieci minuti buoni ho scovato il referto di tentato suicidio della figlia diciottenne, dopo aver sbavato sulla barca nel porticciolo di Cannes ho visto lo status di uozzap della ragazzina dodicenne col padre al terzo matrimonio “odio tutti”. Insomma se quella montagna di presunta bella vita, senza eccezioni, l’ho sempre beccata a doppio filo con qualche voragine sul dramma personale.
Sono come i cinesi, dico sempre, sono semplicemente molto diversi da noi ma non ci scambierei manco un’unghia.
Ma se pensate che questo sia un modo lungo e giracheterigira di dire “meglio nascere fortunati che ricchi” o solo “i soldi non fanno la felicità” beh, fermi tutti, non è come sembra caro!
Io sti mondi li osservo per lavoro e, onestamente, fare comunicazione con tanti soldi è stato bellissimo. Vogliamo mettere fontane di cioccolato alte tre metri? Mettiamole. Vogliamo mangiare al Savini in galleria a Milano? Prenotiamo. Vogliamo offrire i biglietti della prima alla Scala? Offriamoli e già che ci siamo sponsorizziamo un fantastico museo d’arte moderna.
Tutto ciò è stato semplicemente divino, soddisfacente, grandioso, divertente e clamorosamente sulle spalle dei contribuenti.
Ora no.
L’amore che strappa i capelli è finito oramai [cit.] e sono qui, in un’azienda che dovrebbe produrre prodotti che non produce comprando materiali da fornitori che non paga per vendere i suddetti prodotti a clienti che non comprano e, quando comprano, non ricevono la merce. Tutto questo, in one word: la crisi, beh, mi fa cagare.
Mi fa schifo, mi annoia, mi stressa di quello che stress che ti fa venire voglia di ammazzarti e zero adrenalina.
Mi chiamano sti poracci per il saldo di fatture da 400 pidocchiosissimi euro, mi chiama quell’altro che ha comprato una felpa cambogiana da cinquanta pidocchiosi euro e siccome non gli è arrivata allora pensa di potermi dire che io non capisco quanto sia grave. Mi arrivano email di gente che dice di citare personalmente in tribunale me, Lafrangia Liscia, perchè pare una volta j’ho risposto al telefono e detto di chiamare l’amministrazione e allora sono cattiva e metteteme dentro e buttate le chiavi.
Mi chiama un birraio artigianale a dirmi che per l’evento vuole mille miseri euro per la fornitura e devo rispondergli che è troppo. Troppo? Ma se na cena tra quattro stronzi che siamo io, il Primate, AmicaUmbra e Altissimo ne spendiamo 60 di Falanghina? Io non ho davvero parole.
E poi c’è un altro aspetto: gli annunci di lavoro. Ogni volta che ne pubblico uno ricevo 200 o 300 cv in meno di 24 ore ed è avvilente. E’ la prova provata che devo anche dire grazie e sissignore perché almeno io uno straccio di lavoro ce l’ho. E comincio a ricevere telefonate su telefonate di persone della mia età o anche più grandi che dicono “io ho bisogno, ho un bambino, vengo anche per poco” e, siccome non sono una bestia, cerco sempre di dare una spiegazione con tono carino, di essere sincera, di svicolare un po’ dalle direttive per cui “se li volemo li chiamamo noi” e “le faremo sapere”, perchè ho ben presente quanto faccia schifo stare a casa in attesa di un donatore di lavoro. Ma essere carini sempre per pura pietà va bene, solo non va bene 300 volte al giorno, è deprimente. Quello che all’inizio dicevo con spontaneità e entusiasmo, con sincerità e comprensione ora è sempre la stessa frase stantia che suona vuota e falsa.
Lavorare così è pesante, è svilente e non è per niente figo.
La vita di ognuno di noi è piena di piccole miserie, almeno al lavoro voglio scialare, voglio poter pensare un minimo in grande.
E, sì, lo so, a scuola non c’hanno manco la carta igienica per pulirsi l’ano, lo so. Ma qui è il privato, qui questi cercano maldestramente di ammonticchiare capitali, non c’è nulla di nobile, nessuna velleità educativa.
Io voglio immolarmi per otto ore al giorno alla grande de dello spendi&spandi: l’immagine aziendale.
Basta morti de fame, basta fatture insolute, basta insulti per poche centinaia di euro, basta ragionare sempre da miserabili. Che due palle.
Meglio ricchi che poveri, mi spiace, ma da qui non se scappa.
Lo sporco capitalismo ce lo siamo preso, farà anche schifo, però godiamocelo.

A me lavorare coi poracci fa schifo, questa è la verità.
Ridatemi i politici corrotti, ridatemi i caccia che scoreggiano il tricolore, ridatemi i musei, sono Bionda, ridatemi le mie maledettissime fontane di cioccolato.

CAMBIO DI LUC PER VANDA E LUISA – cronache da uno sposalizio che si avvicina

Prima di passare al sugo, alcune brevi considerazioni:

– la vicenda de idduemarò sta raggiungendo le vette della più fastidiosa cronaca da Feisbuc. Si è scatenata na pioggia di linc di ogni sorta, tutti differenti tra loro ma equamente insopportabili, che mi infesta la bacheca giorno e notte, giorno e notte. Ho due o tre contatti a cui s’è risvegliato un insano amor patrio tramite questa notizia, non si capisce bene a che titolo e perché considerando che uno è un maestro di arti marziali e l’altra è una disoccupata pugliese. Ovviamente non li depenno dagli amici perché mi servono per spettegolare. Invero va detto che tutto quello che mi ha apportato questo vociare circa i due pistoleros [cit.] è stato: la conoscenza della finora ignorata parola “marò” (ignorata in questo senso, perché io la usavo solo per cose tipo “marò, ho lasciato il fornello acceso!”) , il ritorno alla mente di Giuliana Sgrena che, diciamocelo, ce l’eravamo scordata tutti, di conseguenza il ricordo delle DueSimone note agli onori della mia personale cronaca perché avevo rinominato un foulard “la sciarpa delle DueSimone” e del viaggio in Germania col Primate di cui la sciarpa era stata indiscussa protagonista. Personalmente quello che penso della vicenda de idduemarò è: me pare che Rossella Urru ce la semo ricordata solo a Sanremo con Geppi Cucciari che è stata messa lì per compensare l’elegantissima farfallina di Belen. Sparo e chiudo.

– credo che Uozzapp stia rovinando il mondo. Ho un blog, figuriamoci se sono contraria alle nuove forme di espressione. E sicuramente c’è un modo intelligente di usare dei semplici strumenti che, in fondo, sono comodi e rapidi. Però ci sono cose che stimolano immediatamente un utilizzo improprio da parte dei più, tra cui annoveriamo: il rossetto color mattone, il plateau, il mojito, il decolorante per capelli, l’ecopelle, i ravanelli e – appunto – uozzapp. Una delle frasi che meglio ricordo di GRGA è “creare contenuti di comunicazione in appositi spazi di relazione” e, se uozzapp è lo spazio virtuale di comunicazione, spesso e volentieri è il contenuto di comunicazione a mancare. Oppure non mi sono accorta che tutti intorno a me hanno l’assoluto bisogno di esprimere concetti profondi e sentiti e ragionati. Propongo una giornata in cui ci si parli solo se si ha qualcosa da dire, si mandino sms solo per comunicare qualcosa e si rifuggano le conversazioni in stile “che fai? ma niente! che palle eh? eh si! pucci pucci? si micci micci? gnignigni e pipipì”. Sforziamoci di essere più socievoli e meno social.

– ma questa tendenza delle magliette corte avanti e lunghe dietro? Io non ho ancora maturato un’opinione sicura, fondata, certa e giudiziosa.

– mi sono iscritta a un corso di dinamica mentale. No, non sono una matta ippi niueig. No, non ho bisogno di uno psicologo (anche se, chi non ne ha bisogno?). No, non faccio yoga. Ho deciso che è una figata e quindi lo faccio, vi aggiornerò sul mio stato di salute mentale.

Ecco, come sempre ho sbracato con le premesse, le ho fatte troppo lunghe. C’è gente che con le mie premesse ci potrebbe scrivere dieci post, e qui ci sarebbe da scrivere per giorni e giorni su quelli che si aprono un blog e poi gli sa fatica scrivere, ma non tergiversiamo e passiamo a parlare di: zinne!
Perché, non so se s’è capito, ma mi sposo a luglio. Ho già un abito e non ancora le scarpe (dovrei vincere il superenalotto senza giocarci per prendere le uniche che mi piacciono) ma soprattutto ho il mio fisico da pin up senza culo in miniatura. Sebbene io qui possa scrivere il vero e il suo contrario, nessuno ha mai messo in dubbio che io fossi una bionda molto procace. Vale a dire che sono alta un metro e una vigorsol ma ho un notevole parco airbag (non oso manco immaginare l’impennata de zozzonerie nelle statistiche di ricerca che già non se la passavano male). Ho il classico fisico “dietro liceo e davanti Cristina dal Basso” in versione naturale e questo rende veramente difficile trovare un intimo comodo e normale per la vita di tutti i giorni. Figuriamoci un completino zozzone per il matrimonio!
Nzomma siccome lavoro in centro a Milano esco e mi tuffo nelle vie della moda col bancomat pronto a tutto. Passo in rassegna tutti i miei marchi preferiti: Triumph, Valisère, Passionata, LaPerla, Chantelle, Etam. Scopro che nessuno ha quel che fa per me, o non della mia taglia, o “guardi che le strizza” o “ha un giroschiena minuscolo!” e simili. Giro in lungo e in largo e alla fine entro dove non si può non trovare qualcosa: alla Rinascente di Piazza Duomo.
Salgo un piano dopo l’altro, butto l’occhio sulle nuove borse di Michael Kors, un occhiatina ai tubini di Chloé, prendo in mano un sandaletto di Caovilla. Tutto sentendomi, come da prassi: brutta, povera e malvestita.
Ma chi la dura la vince, arrivo strenuamente al quinto piano, quello della lansgerì. Vado dritta da LaPerla e scopro che non fanno nulla oltre una certa misura  che è l’unica misura a partire dalla quale il petto di una donna può essere considerato “tette”, il resto sembravano costumini per ragazzine spigliate ma che non hanno ancora sviluppato. Rosico moltissimo e vado  avanti. Giro lo sguardo e mi ritrovo in mezzo a due signorine vestite come le infermiere dei film di Alvaro Vitali: calze con la riga, grembiulino rosa aperto su cosce e seno, pizzi in bella vista e dei tacchi troppo alti per una poveraccia che sta lavorando, infatti mi vengono incontro con la leggiadria di un TRex. Non c’è dubbio, mi trovo da Agent Provocateur, il fornitore ufficiale dell’intimo delle passeggiatrici di lusso. Quello che ho visto lì, nessuno può immaginare. mutande in fili di cuoio, strass da capezzoli, fruste e manette, robe che dicevano essere mutande ma che a me parevano lacci per scarpe in pizzo. Manco a dirlo, in un posto così il problema della mia taglia non c’è. La commessa non si è fatta il benché minimo problema a scostare la tenda (di velluto nero) del camerino (di velluto nero) e guardarmi con mio reggisound spaziale e sotto le mutande rosa con l’orsetto che portavo.
Volevo morire, ma poi la mia attenzione è stata captata da un’altra cliente del torbido negozio. Perché io avevo la scusa virginale del matrimonio, quindi era lecito mi provassi quasi tutto. Ma quella signora in golfino beige, capelli castani, occhialetti da impiegata delle poste, ginz stinti e hoganmmerda, che cosa avrà voluto comprare? Non ho saputo decidere se stimarla o pensare “hai capito er mignottone?”.
Poi sono andata da Chantelle dove ovviamente non avevano la mia taglia quindi mi hanno offerto lo spettacolino impagabile di una donna araba velata che chiedeva se, oltre al completino da perfetta maiala che stava acquistando, c’era un altro string più piccolo abbinato.
Ecco, queste cose io non le ho veramente mai capite, perché le cose private sono private e quindi uno tra le mura di casa fa quello che vuole e se si appende selvaggiamente ai lampadari io faccio anche l’applauso. Però mi ha fatto una gran tristezza vedere una mortificata nel corpo, vestita come una suora vestita male, che spende e spande comprando gli unici capi che può non mostrare, dimostrando così di amare la moda e la cura di sé e, allo stesso tempo, di essere così sottomessa a un uomo da sfogare il proprio buongusto solo a suo uso e consumo.

Quindi a questo punto non mi resta che decidere se avere un gran bel decolleté nella vita abbia un prezzo. E se questo prezzo sia proprio 260 euro. Mortacci loro.