STO BENE SOLO CON LE MIE SCARPE NUOVE, IL RESTO NON MI MUOVE [cit.]

Mi sono abbandonata davvero troppe volte alle mie debolezze. Mi pareva dolce, mi pareva intenso, mi pareva che non avrebbe fatto poi così male. Che in fondo non era tanto grave, così fan tutte, non sono la prima e di certo manco l’ultima. Ero convinta che certe situazioni fossero irremovibili dalla mia esistenza, mi crogiolavo nella certezza con superficialità.

Invece erano solo pochi momenti e ho perso una cosa importante per me, in cambio qualche tiepida emozione, qualche fuoco di passione. Insomma, ho goduto ma ho sbagliato.

Sono una donna della perdizione, è vero. Mi sono attaccata alla pizza e ai dolci e m’è venuta la panza. E quindi adesso la pago cara, addio forma fisica, addio “ma dimostri 22 anni!” e compagnia bella. Tra i capelli che si stingono assumendo un color giallo ruggine, il culo impiattito e abbassato, la panza sblusata anche sui ginz a vita alta, ragazzi miei, è un dramma.

E allora ho trovato una simpatica soluzione che per una settantina di euri mensili mi dovrebbe aiutare: l’acquajimmy.

Insomma, conoscendo la mia mancata propensione naturale allo sforzo, ho reperito una piscina palestrata a 50 metri da casa. Sono andata, mi sono imbarazzata parlando con la resepcionist strabica del nord, ho fatto la visita col medico convenzionato, ho effettuato un esborso di denaro e ho vinto la tesserina del mio primo mese acquaginnico.

Munita di un costume intero nero coi profilini fuzzia, le ciabatte di Minni, l’accappatoio tecnico rosa sciocching niente mi può fermare: gimmerò con le vecchie trippone e tornerò ad essere la gnocca che tutti conoscono.

Arrivo in piscina e c’è una puzza di cloro che quasi svengo. I capelli mi si sfibrano da sotto la cuffia di gomma grigia che mi sta sagomando il taglio dello scalpo.

Buone notizie: gli istruttori sono tutti maschi e tutti fighi. Uno, in particolare, seduto come un bagnino ma senza i Carrera, è da sturbo: alto, moro, occhi neri, abbronzato, faccia pulita. Già lo amo e già mi vergogno come una ladra.

Mancano tre minuti all’inizio della lezione e siamo io e una sessantenne (che poi vedrò in costume adamitico nello spogliatoio). Ci buttiamo in acqua mentre dietro di noi orde di giovani in forma frangono i flutti con le loro bracciate decise.

Il nostro istruttore sta a torso nudo, ha i pantaloncini besg e i capelli arancioni, decisamente non mi piace. La musica è, quantomeno, improbabile: Baglionichecoglioni. E io che mi aspettavo una roba molto emtivipusc, un Maic Posner almeno. E invece no, daie de classici italiani. La signora vicino a me è grintosissima, io mi spiaggio a bordovasca e aspetto indicazioni. Dopo tre minuti l’istruttore mi fissa, mi vuole incoraggiare, e dai che ce la fai, e dai così, e dai rilassa le spalle (rilassa le spalle? Devo spingere gommapiuma pari al mio peso sotto un mare di acqua e cloro e mi devo pure rilassare?). Lo avviso che sono circa sei anni che non mi alzo da una seggiola. Mi dice che in un mese vedrò i frutti, io lo informo che il mio obiettivo è sopravvivere e strisciare fino a casa per vedere Izz Fattor. E lui è lì che fa la battuta “petto in fuori, ma non troppo ah-ah”. Grazie, sei molto gentile, non mi metti per niente in imbarazzo. Arriva un’altra che non saluta nemmeno, è della mia generazione, ha la cellulite e spigne un casino come se l’acquajimmy fosse una roba che le viene spontanea, maledetta.

Insomma continuiamo, io mi impegno tantissimo ma a un certo punto prendo un calcio da uno che fa dorso, una manata da uno stileliberista che ci crede tantissimo e intanto faccio i lardominali: Signore pietà, Cristo pietà.

E lui, il mio istruttore che da oggi si chiamerà Roscetto, che fa? Lui mi incoraggia, siori e siore! Si avvicina allo stereo, smanetta, mi guarda orgoglioso e fa “questa ve la dedico!!!”. Parte a palla “Non mollare mai” di Gigi d’Alessio. Lui ride, torna alla piscina e comincia a mimare la chitarrina.

Io sento che il mio giorno si avvicina e penso che avrei voluto spirare con più dignita. Di certo non in costume, in una piscina melmosa di disinfettante, con una cuffia di gomma che mi sta segando la calotta cranica con davanti un palestrato che fa microfono e chitarrina intonando dai-non-mollare-mai-finchè-vita-avrai.

Arriva la fine dei cinquanta minuti più tristi di questo mese, corro nello spogliatoio e vedo che insieme a me è uscito dall’acqua anche il sosia carino ma senza faccia da culo di Nicolas Vaporidis. Non male, direi. Mi tolgo la cuffia per scuotere le doppie punte e Roscetto mi chiede se sono rossa naturale come lui. Mi vesto velocemente senza docciarmi, mi asciugo al volo i capelli e torno a casa soddisfatta.

Insomma l’acquajimmy mi aiuterà, mi farà conoscere gente nuova, aumenterà la salubrità del mio percorso terreno, ridurrà la ritenzione idrica e tante altre belle cose che uno, per settanta euri al mese, non si aspetta. Che bello, ho scoperto questa fonte di salute e bellezza, come sono contenta!

 

Il giorno dopo avevo 38 di febbre.

NOI CHE SIAMO SCICC SCICC SCICC IN MODO ASSURDO

Prendo appuntamento dal parrucchiere per le 13.00. Prendo un autobus e arrivo in questo nuovo salone. Mi fanno un massaggio alla cute, una piega un po’ di merda e il parrucchiere ci prova. L’unico parrucchiere etero del mondo l’ho conosciuto io, ovviamente. Ha tatuaggi in ogni dove e le sopracciglia metà delle mie, quando chiedo – ironicamente – dove abita, ci tiene a rispondere “romano, romanista, romano dentro  e fori, romano de Garbatella”.
 Torno al lavoro con un quarticello di ritardo ed esco cinque minuti prima. Corro al treno, corro al bus, corro a casa.
Chiamo AGB che continua a non rispondere. Mi trucco gli occhi cimurrosi. Mi gonfio i capelli ormai mosci come non mai, fard fucsia, pelle diafana. Entro in quel tubino drappeggiato con pizzo sopra e sotto, salgo sui sandali di ex-fidanzamento e decido che – sì- morirò di freddo, tanti mazzi.
Quindi sayonara fantastico trenc col quadretto viscì, benvenuta stola! [cit.]
Splendida splendente, coi diciotto gradi dell’autunno romano, mi avvio al tacsi. Scopro che il tassista ha vinto un concorso all’Istat, che non ha fatto la specialistica di scienze politiche e altre cose così interessanti che quasi vomito [cit. davvero per intenditori].
Giungo a casa di Elettrica, l’amica romana in carrierissima di AGB, attraverso il patio (un patio! Ho sempre sognato di attraversarne uno!) e giungo all’appartamento pariolino.
Di lì, nuovo tacsi e tutti in un cortiletto nei pressi di Palazzo Madama. Diamo i nostri nomi, le ostes con le unghie di plastica brillantinate ci fanno passare. Saliamo al buffè e scopriamo una manica di vecchi magnoni. Ci mettiamo in fila e, tadà, arriva il solito burino che passa avanti “no, ma la fila non c’è…si fa così..” borbotta il panzone. E chi ti era? Quel simpaticazzo di Giovanardi.
giovanardi
Assaggiamo tutto, piadina, ricotta, stracchino e zuppa inglese compresi. Onestamente, tutta sta ricercatezza e un cibo da appena sufficienza, burini atteggioni. In fondo si scorge il banco dei sommelié. Lì, metto in pratica una delle grandi regole della vita: agli eventi bisogna farsi amici ben 2 categorie di persone, nello specifico i buttafuori e la flotta del catering.
Cominciamo a bere e poi ci dedichiamo ai discorsi dei rampantissimi amici di Elettrica, esilaranti come una sparapunti.
Continuiamo a bere e emerge con evidenza che l’unico simpatico davvero è anche l’unico che non parla di quanto è figo il suo lavoro, l’Espagnolone.
Lì metto in pratica la seconda grande regola della socialità: capita alle volte di stare in mezzo a gente fa finta di divertirsi ridendo immotivatamente a battute noiose e banali. E già è un dramma. Ma il peggio è quando succede che queste genti si divertano veramente ridendo a battute noiose e banali. Ecco, lì entra in atto la Seconda Grande Regola: bere. Senza esagerare ma abbastanza da sembrare svagate e ridanciane. Io e AGB applichiamo questo diktat con stile e noscialanza.
Scendiamo nel cortile dov’era allestito lo spettacolo con tanto di archi, tenore, attore  e raccomandata.
Scorgiamo Gaia De Laurentis che magna e se ne va, senza colpo ferire. Poco più avanti la rossissima Marina Ripa di Meana con dei legghinz. Adesso, a 70 anni i legghinz. Io la amo.
Ormai c’è salita la sbornia quindi ci accomodiamo e non facciamo altro che ridacchiare, sedute appena dietro al simpaticazzo Giovanardi (che sbadiglia). Espagnolone ridendo mi dice che sono troppo cattiva (aehm, Espagnolone, si chiama “ironia”, hai presente quella che tutti qui non hanno?).
Finisce l’esibizione con sommo gaudio di tutta la platea, esclusa la Ripa che ha smammato da un pezzo. Andiamo tutti in centro a piedi a bere al Bar del Fico. E che fai, una bella caipiroska a stomaco praticamente vuoto non la bevi? Essì che la bevi.
Dunque AGB racconta della volta che, a diciannove anni, chiamando disperata un consultorio le rispose la Segheria Consulto.
Torno a casa, il tempo di struccarmi e tonfo a letto. Un po’ di mal di piedi, un po’ di mal di testa, un po’ di nostalgia per AGB che riparte domani e rivedrò chissà quando.

 

NOTTE BRAVA ALL’OSCEN BLU

Viene a trovarmi Toscanaccia da Cecina (o daccescina, come dice lei) poiché da mesi piange il suo ex che, intanto, “pipa gioioso” con un’altra.
Decidiamo di passare un finesettimana spensierato con Amica Umbra quindi ci organizziamo: venerdì sera Foro Italico e sabato sera Oscen Blu.
Il venerdì scorre liscio, andiamo a un evento dell’Audi, notiamo che sono tutti bellissimi e bellissime, tutti in posa, vestiti abbastanza bene, sorseggianti vodka-burn e nessuno che balla. Qualcuno prova a muovere una gambetta ma si ferma subito: se balli in discoteca se aut, pare.
Io, incurante, ballo con Amica Umbra e Toscanaccia ha mal di piedi.
Il sabato è all’insegna dello sioppin, misuro un tubino con spalline in ecopelle che pareva veramente tanto da LediGaga e quindi decido di comprarlo. Faccia schifata di AmicaUmbra, grido disperato di Toscanaccia “ Frangia, deh, fa hahare!”, faccia schifata del commesso burino. A malincuore mollo l’abitino e passo il resto del tempo a pentirmene.
Si fa sera e decidiamo di andare alla chiusura dell’Oscen Blu, estivo dell’Art Cafè, discoteca fighetta di Villa Borghese. Passo quattro ore a decidere cosa mettere, alla fine opto per il luc da segretaria maiala coi capelli ricci e arancioni.
Ci mettiamo d’accordo con Sirenotta e le sue amiche e partiamo tutte insieme alla volta della vita notturna.
Tempo cinque minuti dall’ingresso, Sirenotta si ritrova circondata da regbisti. Se dove c’è Barilla c’è casa, dove c’è Sirenotta c’è regbi.
Toscanaccia, spinta dal mal di piedi imperante, si acceccia su una ringhiera, io ballicchio lì vicino col mio drinc, AmicaUmbra e Secchetta idem.
Da lontano si scorge un tizio, sgomita tra la folla, si dirige con fare imperativo in una direzione prossima alla mia.
Una botta qua e una là avanza lanciatissimo. Mi si ferma davanti.

  • Ciao.
  • Ciao.
  • Ti ho vista…
  • Ehm..
  • Sei proprio bella, una bellezza nordica…
  • Ehm..grazie…
  • Come ti chiami?
  • Frangia, tu?
  • Coionello, piacere
  • Piacere
  • Sai, con questi occhi azzurri..questi capelli biondi…

[costui mi legge dentro!]

  • Beh, biondi…rossi direi..
  • Ma che rossi…ora rossi…
  • Vabbè, quanti anni hai?
  • Trenta, tu?
  • Indovina…
  • Sei giovane, ne avrai 28…
  • Veramente nemmeno 27!
  • Vabbè, per stare sicuro.. [mah!]
  • Cosa fai nella vita? Vivi a Roma?
  • Sì, abito in Zona Limitrofa, sono un professore di matematica…insegno…

[solo io posso rimorchiare un professore in discoteca]
[…]

  • Ah, davvero? Interessante, così giovane. Anche io lavoro a Roma.
  • Senti, come sei bella, ma come hai detto che ti chiami?
  • Ah, non te lo ricordi Coionello
  • No, vabbè, scusa, mi sono perso…
  • Vabbè, cmq mi chiamo Frangia.
  • Ah, Frangia! Vero! [ma va?!] Senti magari ci possiamo vedere
  • Magari anche no…
  • Tipo per un caffè, un gelato…
  • Eh, chi lo sa! Sta città è grande però può darsi che capita di incontrarsi…sai..la vita è strana!
  • No vabbè, magari mi dai il tuo numero…
  • Direi di no.
  • Magari ti do il mio…
  • Eh, ma non ho il cellulare! Hai carta e penna?
  • No, dove le trovo ora?
  • Eh, non so…

E qui mi sfodera la mossa magistrale: si mette la mano in tasca, estrae il portafoglio e mi allunga un biglietto da visita!
Mi giro, lo saluto, guardo Amica Umbra ridendo e le dico che stasera ho vinto io! Il più sfigato l’ho trovato io.
Arriva Sirenotta e inizio a raccontarle il misfatto.

  • Oh, Sirenò, non poi capì, è arrivato uno, prima m’ha detto che ero bionda..
  • Tu? Ahahha…ma è cieco?
  • No, aspè, poi m’ha detto che dimostravo 28 anni…
  • Azz…
  • Poi non si ricordava come mi chiamavo e, dulcis in fundo, m’ha mollato il biglietto da visita!
  • Ahahahah, che disastro! Lascia sta va, è arrivato uno da me, uno sfigato assurdo…diceva di essere un professore di matematica…

Ciò-è.
Camicia bianca? Camicia bianca. Occhi azzurri? Occhi azzurri. Biondino magretto? Biondino magretto.

  • Frangè, che ne deduciamo?
  • Non lo so, Sirenò, che ne deduciamo?
  • Che ai professori de matematica gli piacciono le bocce!

FA SCIC, FA SCIC, UNA COPPIA COSI’ [cit.]

che fine hai fatto?
ti sei sistemato?
che prezzo hai pagato?
che effetto ti fa?
vivi ancora in provincia
ci pensi ogni tanto alle rane?
l'ultima volta ti ho visto cambiato,
bevevi un amaro al bancone del bar
perchè il tempo ci sfugge
ma il segno del tempo rimane

[Baustelle – Le Rane]

 Probabilmente si è capito, ma io adoro AGB. E’ bella, intelligente, simpatica e sfigata: la mia amica ideale. Ci vado molto d’accordo e la vita fa di tutto per assegnarci un destino comune.
Tra le tante passioni che hanno permesso a me e AGB di cementare la nostra relazione si possono annoverare: gli sciampi pantène, Donna Moderna, lo studentato triestino, la cura della mia presunta gonorrea, una serie di ex fidanzati indecenti, attraversamenti pedonali di uomini duplo-muniti, prosecco e sacher.
Insomma AGB aveva conosciuto il tizio coi capelli alla Francesco Renga, aveva avuto un’insoddisfacente disavventura e si era buttata nel grande campo dell’affettamento di cervelli di ratto. Così, per seguire una passione.
Dedicandosi al lavoro, vivendo con un caro amico e chiacchierando con la Regina (sarda dai capelli neri e le gote fuxia et molto bella) si è imbattuta in un giovine avvenente.
Tale giovine avvenente risponde al nome di Luca Siracusa. Di qui si evince la sua provenienza, la Siggilia. Alto, moro, occhi neri, fisico palestrato e ben randellato. Oltretutto colto, impegnato nella lotta antimafia, ben vestito e ricco. Aggiungete a tutto questo un colpo di fulmine per AGB. Per dire: primo appuntamento a teatro. Nonzosemmispiego.
Nzomma passano due o tre mesi di felici copulate seguite o anticipate da discorsi profondi, uscite divertenti, baci appassionati e tante belle cose.
Poi lui pare troppo preso dai suoi settemila impegni nel socio-politico-amministrativo-universitari e quindi, con distacco et nevrosi et sacher, si mollano.
Lacrime, film strappalacrime, grassi saturi, notti in bianco. Poi lui, rinsavito, ritorna. AGB felice come una pasquetta al mare lo fa penare un po’ per poi ripiombare tra le sue tre braccia.
Durante il periodo estivo il nostro beniamino Luca Siracusa torna in terra natia e altrettanto fa AGB, che proprio dalla sua dimora brescianina, mi manda il seguente pivvuttì con oggetto “sfighe di donne”:
 no ma complimenti al maschilista (riferimenti alla vicenda dello Scrittore, n.d.a.). ma come sempre cara Frangia vinco io, e non ce ne sono di banane.
il mio amico da vent'anni Pierino ad agosto è andato a new york con suo fratello e Giulietto. Giulietto doveva andarci in coppia con la morosa ma si sono mollati poco prima. allora lei ha ripiegato su una vacanza a caso in sicilia. dove ha incontrato un siciliano che si è scopata a raffica per poi mettere TUTTE LE FOTO in facebook. tutte. compreso un video in cui il siciliano le dice 3 volte "ti scopo tutta".
ora faremo il gioco dell'impiccato: come si chiamava questo siciliano incontrato a caso in sicilia:
L _ _ A
S _ _ _ _ _ _A
si, lui, che 14 giorni prima mi ha trombata dicendo che amava solo me e mi vorrebbe tanto sposare.

CIAO.

Adesso, per cortesia, adunate tutta la gente che conoscete che abbia passato statistica all’università o anche solo quelli che alle medie andavano bene in matematica, tenete lontano Tremonti e rispondete alla seguente domanda: quante possibilità ci sono che una tua conoscente si trombi ripetutamente un siciliano qualsiasi che –toh!- hai conosciuto e ripetutamente amato a Trieste? No, vabbè, cioè. Questa è una di quelle storie che ti fanno venire voglia di giocare al Superenalotto.
 
Mapperò, AGB è una donna che non si perde d’animo, è una che cade in snichers e si rialza in tuelv.
E quindi due giorni fa mi invia la seguente:
 
insomma si sa che sono fashion e conosco persone chic.
conosco anche emerite merde ma concentriamoci sulla prima frase che compensa il tutto.
insomma questa Gran Sculone, 29enne Pesinobrescianese di nascita studiosa d'arte che lavora per il ministero dei beni culturali e ha una casa con terrazzo sul phantheon che nemmeno sgarbi, ha scritto questo libro-ricostruzionestorica-radicalchic- su un Pesinobrescianese che è partito e con mezzi suoi tipo nell'800 è arrivato in Argentina dove ha fondato una universita e qualche fondazione fondamentale per l'umanità e robe cosi. Questo linro è stato talmente apprezzato nel mondo culturale e nell'universo intiero che l'ambasciata argentina l'ha ospitata per un mese a Buenos Aires, nell'ambasciata ove si sono svolte feste in suo onore. E fin qui sticazzi e un casino di oooooooooooo e di aaaaaaaaaaaa.
Sta di fatto che la presentazione in Italia è stata fatta a Posillipo con Cecchi Paone che farà adottare questo libro ai suoi studenti universitari e, guarda un pò, a Roma,
29 settembre, edificio accanto al Senato della Repubblica, degustazione di piatti tipici, spettacolo teatrale, musiche argentine e gente mondana come se piovesse.
ah già ho 2 inviti, uno per AGB e uno per Lafrangia Liscia..conoscete?
MAU so che è un mercoledi e le ferie sono un casino ma potremmo scendere in treno insieme e se vieni avrò presto un invito anche per MAU.
scusate adesso vado perchè sono troppo fashion, credo che mi lascerò andare morta sul divano per almeno un paio d'ore mangiando patatine.
olè!

Ok, adesso non ci soffermiamo sul mio odio per Gran Sculona, ma concentriamoci tutti su un solo punto focalissimo: che mi metto?

DIETRO A UN PORTONE C’è SEMPRE UN CONTATORE DEL GAS

Turn away, turn away, close your eyes
you can runaway.
It’s not enough.

 I see the lights through the rain, oh tonight
but they never change.
So what is love?

 

Quando la vita è una scatola piena di cioccolatini e tu ti abbuffi vuol dire che sì, sei una persona che si butta appieno nel fuoco dell’esistenza ma, sì, sei anche una persona con la cacarella.
Insomma, ci ho messo un po’ a riprendermi, sono diventata di un colore molto estivo: giallo sole.
Dell’abbronzatura nessuna traccia, del mare nessun profumo. Io dell’estate ho solo i capelli sfibrati.
Ma la mia esistenza ha preso una svolta. Ebbene, sono stata convocata da CapaMagna e CapaSgobbona, mi sono seduta e mi sono sentita dire quanto sono e brava, e veloce, e produttiva e…sì, mi rinnovano l’ingaggio di schiavitù. Non si sa a quanto e per quanto ma sì, resterò qui, nello Zoo di Testaccio.
E quindi, savasandir, mi serve una casa a Roma. La terza in un anno. Cioè.
Siccome anche AmicaUmbra e MarchigianaMontante erano alla ricerca di una fissa dimora, abbiamo deciso di mettere su un bisinis. Ovvero: io e AmicaUmbra, a spasso sull’Umbromobile, abbiamo trovato un appartamento centrale, grandicello ma vuoto. Abbiamo messo insieme le nostre indigenze e stabilito di ammobiliarlo. Era la cosa più conveniente e quindi via per tutta la capitale alla ricerca di una cucina wenghè e un tavolo faggio e una madia del Settecento. Che ve lo dico a fare. In qualunque caso, sappiatelo, la gente vi regala per due soldi un topolino e dei mobili fighi. Basta chiedere, davvero.
Tutto questo gran daffare mi toglie un sacco di energie e mi ricarica allo stesso tempo, ho più voglia di uscire, di vedere gente, di chiacchierare di ante e piastrelle.
Nzomma una sera preparo un incontro tra LaSirenotta (reduce da una bella scottata con Avvocatucci e le sue fioriture da cervo a Primavera) e ErCapitano. Costui è giovane, bello, simpatico, romano, alla mano, colto…insomma: un figo da paura che cammina a panza in fuori e culo in fuori. E Sirenotta ha tanto, ma tanto, bisogno di un po’ di sana gioventù. ErCapitano mi manda un messaggio “Ciao Cacona, ti aspetto in piazza con un amico e un limone”. Ecco, aveva davvero un limone. Io avevo altre due amiche. E il suo amico, per la cronaca, è BassoMaBono.
Quello che doveva essere un gelato in piazzetta si trasforma in una sangria sul lungotevere, una caipirosca [al pescionfruit, n.d.a.] con schiantino a Piazza Trilussa, un rum a Campo ‘de Fiori e poi, che fai, non prendi er moito mejo de Roma? Va detto che io odio il moito, ma quello era davvero buono. E dentro aveva una fragola e un lampone e una mora. Io mangio la frutta di BassoMaBono, mi giro e vedo Sirenotta che fa al Capitano “Capitano…la vuoi la mia mora? Ti do la mia mora…” Ecco, queste sono le cose per cui vale davvero la pena vivere.
Rientriamo alle tre e mezza, ubriachi marci. Io vado a letto e comincio a fare le bolle [cit.] come un CristalBol. Due ore dopo mi alzo, mi doccio, vomito  e vado al lavoro come niente fosse.
La Sirenotta ha una faccia da reduce del Vietnam ma, come sempre, ci distinguiamo in produttività e alitosi.
Arriva giovedì sera. E giovedì gnocchi. Invece no, giovedì Calormediorientale. Ebbene, era a Roma, dopo due anni abbondanti che non lo vedevo. Inutile negare che la cosa un po’ mi emozionava. Metto una camicia bianca, un semplice paio di ginz e dei sandaletti bassi blu. Mangiamo una pizza con un suo socio, lo molliamo in albergo e facciamo quattro passi. Parliamo, le sue donne, il suo lavoro, i miei impicci. Mi abbraccia.
E io quella sera più che mai mi sono resa conto che ci sono delle cose che, davvero, finchè non ti capitano, non sai cosa vogliano dire. Tra queste possiamo enumerare:
– andare a vivere via da casa (e non dite “e ma io a casa faccio tutto”, non vuol dire niente)
– rasarsi i capelli (una volta sono arrivata all’orecchio e poi ho smesso, per dire)
– andare in coma etilico (no comment)
– incontrare a distanza di molto tempo la più grande passione della tua vita.
In quel momento lo sai che la tua vita è un’altra, che senza lui vivi benissimo e viceversa, però il tempo si ferma un attimo, si cristallizza. Chissà com’è possibile che persone tanto unite e tanto intime arrivino ad essere così distanti.
Una cosa che forse non salta subito all’occhio quando si osserva CMO è la sua capacità di dire in modo semplice delle cose complicatissime da spiegare. Una su tutte “quando una cosa la butti fuori, esterna a te, ormai è fuori, non ti fa più niente, ma se sei costretto a mandarla giù, quella rimane giù e se scavi la trovi lì, come l’hai lasciata”.
E insomma passo la nottata completamente in bianco. Mi lavo la faccia, arrivo in ufficio in stile molto zaambè-ae-ae [cit. onestamente molto bella] con due ore di sonno all’attivo del giorno prima. Molto bene.
Ma fosse questo il problema, sarebbe un nonnulla. Mentre ero a passeggio con CMO, questi sentiva sete e quindi si fermava ad acquistare dell’acqua. Nel contempo io, in attesa davanti al baretto, tiravo fuori il cellulare e controllavo eventuali chiamate o essemmesse. Manco a dirlo, un messaggetto. Bancario? No. Grga? Nisba. Ebbene sì, Lui.
E tutti coloro i quali pensavano che con la proposta dell’Ichea avesse toccato il fondo, beh, cari miei, vi sbagliavate. Eccone le prove:
Hola, come va? Io sono ad O. (puglia) per due impianti con T. Energia e XXX (francesi). Te come stai tutto bene? Baci!
Facciamo un po’ di analisi sintattico-lessicale: “Hola” e già non ci siamo. Poi mi racconta del suo lavoro, ecchemenefrecammè? E, in ultimo, la perla del pronome personale oggetto al posto del soggetto. Uggesù.
Insomma, morale della cosa, non gli rispondo. Non per questo evito di domandarmi che cavolo abbia nella testa insieme al truciolato dell’Ichea.
E adesso sono in ufficio da sola, le colleghe sono all’estero e mi è appena passato a trovare Grga.
Forse quando Marchigiana Montante mi dice che c’è troppo passato nel mio presente, non ha tutti i torti.
La stessa Marchigiana Montante mi ha presa sabato e portata nelle Marche per la prima volta in vita mia. Sono sbucata al ristorante durante la cena della nostra ex-coinquilina, vestita da cameriera. Commozione, risate, taglieri di formaggi, ravioloni ai porcini, Madeira, crema catalana. E poi tutti a ballare in un posto fighissimo detto Passetto di Ancona, una specie di discoteca lungomare megagalattica con tanto di drink ufficiale delle discoteche al mare: il ginlemon annacquato. Io, in realtà, essendo in zona limitrofa, speravo di incontrare FabriFibra monamur. Nada, ma l’anconetano è pieno di fighi. Che parlano come pecorari, ma boni.
In qualunque caso: a ottobre c’è la mega festa di inaugurazione della Frangia’s Mansion. Siete invitati in molti (Tomada, ovviamente, deve venire in incognito, ormai non lo voglio conoscere), vi sarà permesso l’ingresso solo se in possesso di un accessorio Ichea il cui nome contenga allo stesso tempo una O sbarrata e tre K.

 

LA SINDROME DI STOARROMA

C'era una volta una giovane e procace bionda che lavorava nel pessimo mondo degli eventi istituzionali. E oggi non c'è più. O meglio, c'è una specie di reliquia di quella bionda giovane e procace. Reliquia è sempre bionda ma ha la ricrescita, a luglio è pallida come un cencio e ha una cacarella epica. Una di quelle cacarelle di cui non si ha memoria nella storia dell'uomo. Una cacarella che è talmente forte ma talmente forte che ormai Reliquia defeca acqua Lete. Ma prima che la sciagura facesse di me stessa Lafrangia, me stessa Reliquia, beh, prima sono accaduti dei fatti degni di nota per gente che degna di nota i fatti miei.
Diciamone uno: ho portato Bancario a pranzo a casa mia di domenica coi parenti. Ma siccome c'era una parente sarda simpatica, Bancario non se l'è filato nessuno. Cioè, non è che l'abbiano ignorato, ma hanno appena fatto in tempo ad etichettarlo come "ok-va-bene-può-andare" e si sono fiondati sulle ventotto portate di cibo. Bancario si è trovato bene, si è spiegato molte cose di me, s'è appanzato, s'è abbioccato a tavola e via andare, senza smuovere una paglia.
Diciamone un altro: è venuto a Roma da me AmicoGaioLondinese (AGL). Non so se ne ho mai parlato, lo conobbi a Trieste in uno dei pochi luoghi sociali che frequentavo: la mensa universitaria. Notammo da subito delle affinità elettive quali la passione per Madonna. In  più lui è stato il primo ad istradarmi sulla via della mia vera natura: la GheiAicon.
Fatto sta che lui sogna di fare lo sceneggiatore e infatti lo fa. Però deve pure mangiare e quindi fa il commesso in un negozio di valige a Londra, a Piccadillisircus.
Siccome sta vivendo una crisi amorosa col suo IndianoBello, tutto occhi neri e bicipiti, è fuggito una settimanella in Italì.
Arriva il giovedì della fantastica inaugurazione del mio altrettanto fantastico ufficio. Unica cosa degna di nota lo sciampagnino con l'etichetta arancione, le tartine mela e salmone e le mie calze. Roba da infarto. Noi che amiamo FilipMatignon.
Insomma AGL mi chiede di andare con lui a una cena in zona Gianicolo, a casa del fidanzato di una sua amica che sta a Roma. La PleiboiMenscion? Na catapecchia a confronto. Arrivo, in camicia bianca e ginz, stacchetto per le scale e vedo: 2 bonazzi, 1 vecchiotto, 1 simpatica, 1 sfattona e 3 attempate. Tutti cordiali e simpatici: l'attore in cerca di occasioni, l'avvocata di mezz'età zitella foreva, il riservato menager brizzolato bono per tre con un trencino tutto sessi, il padone di casa borghese ricchissimo e cordiale e la sua ragazza normale, la signorotta zitellissima e a capo di una grande industria, la sfattona creativa mezza brilla… Insomma, una roba che nemmeno in una commedia francese. Condite tutto con una ventina d'anni più di me e abbondante formaggio. Alla fine della serata, tutti mi chiedono il bis dei racconti in stile blog. Una delle attempate mi propone un corso di recitazione, gli altri mi chiedono di tornare. Come no, pare vero. E tutto questo perchè il mitico AGL doveva trovare un aggancio per uno stasg nel cinema amerregano.
Diciamone un terzo: il 29 giugno a Roma è festa, i santi patroni. Quindi ho fatto ponte e il lunedì sera accolgo calorosa la proposta di AGL: "andiamo in un locale frocio?" Manco a chiederlo! .
Organizzo una mini truppa composta da me, AGL, Ciminiera e Spilungona. Ciminiera, come ricordano gli annali, è una mia ex coinquilina coi capelli rossi molto bella e molto sarda, acconciata a trans per l'occasione. Spilungona è una frequentatrice assidua della mia ex casa molto bella, molto alta e molto secca. Da quando si tagliò i capelli venne soprannominata La Lesbica Anni '80, e se vai in un locale gaio non è un piccolo particolare.
Speranzosi che accoltellassero AGL in un raptus omofobo, ci trucchiamo a dovere come tre passeggiatrici, si sa mai che arrivino le telecamere di StudioAperto.
Insomma andiamo, beviamo un drinc (io una caipirosca alla fragola), e ci sediamo ad osservare la fauna: donne camioniste, uomini donne, uomini molto bonazzi. Ciminiera rimorchia un nero bellissimo e un po' troppo maiale. Tutta la mia stima alle donne che rimorchiano uomini nei locali ghei. Dopo un po' AGL ci presenta un paio di ragazze conosciute nella fila del bagno. Familiarizziamo e beviamo un altro paio di drinc. Morale della favola: finiamo tutti in pista con una di queste due donnesessuali che mi palpeggia e mi dice che noi tre non sembriamo camioniste e siamo belle. Ma va? Poi prende una matita per gli occhi e scrive I W UR LOVE sul braccio di Spilungona. Mettono una canzone di LediGaga e noi partiamo in coro e ci dimeniamo come matti, come se BedRomenz fosse
il  nostro manifesto esistenziale.
Sul finire della serata io trovo il coraggio di dichiararmi a quella splendida creatura del barista. Uno che finchè non lo si vede non ci si crede. Una specie di JoscArtnett tutto muscoli (indovina-indovinello). Scopro che è brasileiro e gli dico "apascioneime!" e lui "bela, a me me piasce u paccu!". Giuro, su ste cose non si scherza. Faccio raggiante "anche a me! quante cose in comune!". Niente, torniamo a casa, mangiamo torta di zucchine e melanzane all'aglio e andiamo a dormire.
Tra le altre cose degne di nota c'è di certo il concerto di Elio e le Storie Tese a Roma. Il biglietto costava troppo e quindi ho chiesto a AmicaUmbra di sguinzagliare qualche conoscenza. Entriamo in lista vip, aggratiss, e ci mettono in prima fila centrale. Momento di puro godimento. Inutile dire che è uno dei migliori concerti della storia della mia giovane vita, voglio regalare una perla:

– non starai mica piangendo??!!??
– no, è che mi è entrata una statuetta del duomo in bocca!


(Ovviamente questo video non l'ho girato io che ero mooooolto più vicina)

Poi sono stata alla manifestazione contro la legge bavaglio, ho avuto così culo da beccarmi l'intervento di Saviano. Poco dopo, per mettere in pari tutta sta botta di coscienza sociale, sono andata a cena in una trattoria lorda romana: Qui se magna! Adesso, tra i tanti motivi per cui si può giudicare Roma una città veramente infernale, emerge qualche ragione che fa di questo agglomerato urbano la città eterna. Una di queste è trovare una trattoria con la tovaglia a quadri, in cui spendere meno di venti euri a testa, mangiare come a casa di nonna e avere il conto con l'intestazione Qui se magna!
In tutto questo passa una settimana e arriva in uichend scorso. Bancario organizza una visita ai musei vaticani di sabato mattina. Io comincio a dare segni di cedimento: mi so gonfiano le gambe e sono inappetente. Poi inizia lo scacaccio (se per caso mi sono persa qualche A con l'acca, sappiatelo, quell'acca è andata giù per lo sciacquone di casa mia). Per il sabato sera, ancora a digiuno, cerco di riprendermi e mi infilo le scarpe da tennis su quelle due pagnotte da mezzo chilo che sono i miei piedi.
Ho già preso i biglietti, voglio andare al concerto. Della Bandabardò-bardò. E che non si cominci ad additarmi come gumunista, semplicemente mi piace quella musica. Punto. Non ammetto polemiche. Ma io dico, andare a un concerto dei (o della? io preferisco "dei") Bandabardò e non poter saltare per paura di vedersi uscire l'intestino, è come pensare a LediGaga senza occhiali da sole: no se puede. Mi godo la musica, canto quelle che so, mi viene un po' di fame chimica per tutte le canne che si sta facendo la gente intorno a me e torno a casa.
Insomma, adesso che forse sarò costretta a lasciare la capitale, so che un po' mi mancherà.

PIETRE VERDI DI BAHIA, AL TIMONE LA FOLLIA

Questa assenza pesa più a me che ai miei (ormai) sparuti lettori, lo posso assicurare.
Nzomma come al solito me ne combinano peggio di Carlo in Francia (modalità vecchia profe delle medie on).
Potrei cominciare a raccontare di quando la Figlia di Mazzinga si è bellamente fatta un cannone alle undici di mattina in ufficio. E poi, alle solite, si è appisolata con una mano al maus e una all’aifon viola coi brilluccichini.
Potrei continuare con l’episodio del Bancario che mi scarica senza batter ciglio dicendomi che tanto tra noi non può funzionare e, al mio pianto nghé nghé, si è presentato con una palet di fard cotti Scianel che scanzete!
Sarebbe degno di nota anche l’episodio in cui incontro la mamma di Bancario che si è appena scolata un gelatino alla grappa. E mi parla, mi parla, mi parla. Il gelato doveva essere davvero forte considerando che il suo commento è stato “è una ragazza semplice e spontanea”. Ho rischiato la paresi da sorriso forzato in quei sette-otto minuti in cui tenevo la pancia in dentro.
E che dire dell’agente immobiliare superboro che mi mostra l’appartamento della vita insieme a AmicaUmbra e MarchigianaMontante? In pratica vorrei cambiare casa, vorrei avere un contratto di affitto in regola per la prima volta in vita mia, quattro stanze da arredare. E sono incappata in un annuncio mediamente banale che ha rivelato un appartamento in centro bellissimo, vuoto e nemmeno da svenarsi.  Ne ho parlato con le mie dirigenti: la prima mi ha detto che sarebbero stati molto interessati a rinnovarmi il contratto “qualora io fossi stata d’accordo”. La seconda ha detto che me lo diranno a fine luglio.
E quindi tutti i chilometri macinati in quel del Mondo Convenienza –ah la cui forza è il prezzo –oh si sono trasformati in quintali e quintali di inutili madonne –eh.
E devo pure trovarmi un nuovo lavoro…e che ci vuole “in questo paese ricco di opportunità per i giovani” [cit.]!
Ma insomma…passiamo alla ciccia. Grga si è sposato. Sì. Lo so, è dura anche per me.
E mi invita con messaggini email superliminali a passare nel suo ufficio. E io ci vado. Mi apparecchio mediamente a dovere, con quel tanto di finto spontaneo che va sempre bene. AmicaUmbra mi fa i capelli mossi, una camicia azzurra, un ginz (tagliaquarantaaa), una bella cinta scamosciata di quelle che ci giri dentro venti volte, un sandalone tacco dieci marrone scamosciato molto clessi. Perle a pioggia, es iusciual.
Il suo ufficio è molto bello, molto in centro, con una vista molto panoramica, molto disordinato e mediamente puzzolente di pipa. Lui ha dei mocassini neri di pelle vomitevolmente harvardiani.
Mi fa vedere la fede, faccio una facciaccia. Se la toglie.
Mi dice che mi sono cresciuti i capelli e che mi stanno bene. Li sfiora.
Mi porge un succo alla pera. Beve dell’acqua leggermente frizzante.
Mi fa vedere una foto del matrimonio. No comment.
Mi racconta del suo addio al celibato in compagnia della moglie. Sì, l’ho pensato anche io.
Mi trova in gran forma, dice. Ma sono sopra i cinquanta, ahimé.
Mi dice che se mi incontrasse per strada. Gli dico che siamo nel suo ufficio, invece.
Mi dice che se a cena illo tempore non notò la spocciatura, adesso nota bene.
Mi chiede di sedermi sulla sua gamba per leggere una cosa al pc. Deglutisco e resto in piedi.
Mi tira il fiocchetto della cinta. Si apre.
Gli faccio notare che è sposato. Per lui non è un problema. Figurarsi per me.
Vede il colore del mio reggiseno [carta da zucchero, n.d.a.]. Chiede se è appaiato. Lo è.
Usciamo dall’ufficio. Saliamo in ascensore. Mi guarda il culo ma non allunga le mani. Ahimé.
Ci salutiamo e prendiamo due taxi. Arrivo al Colosseo e arriva il suo messaggino.
Torno a casa, scendo dalle scarpe. Mi chiama il Bancario perché gli manco.
E io capisco tutto, i valori, la fiducia, l’affetto, i trucchi di Scianel. Ma certe volte anche la mia fedeltà è messa a dura prova.
E comunque riandremo a cena.

 

LA FIGLIA DI MAZZINGA

Ultimamente, sul posto della mia donazione di lavoro, c'è un sacco da fare. Abbiamo un sacco di scadenze, di consegne da ultimare, di bus navette da organizzare, di aerei e pulmini da concertare. Nzomma, ci facciamo un culo come un secchio. Ovviamente in proporzioni del tutto sproporzionate. Adesso, poi, ricomincia pure quella fase terribile che le mie superiori amano chiamare ricol, praticamente si mette in piedi un vero e proprio col senter di qualità che invece che scassare la minchia alla casalinga di Voghera e di Tiburtina, la scassa all'ambasciatore e al console e al direttore e all'amministratore.
Indipercui si sono aperte le assunzioni: dopo due progettini miserrimi a Romantica e Riccia, capaci studentesse di materie umanistiche che tentano invano di campare di ricerca e sbarcano il lunario presso lo zoo di Testaccio, si è proceduto all'assunzione di una terza ragazza secondo il metodo classico: la raccomandazione.
Non so chi è, mi dice Bisissima che è la prima a sapere la novella. Dicono che ce l'hanno imposta da livelli altissimi. Io la guardo con fare scrutante come a intimarle di sputare lo stagno pieno di rospi che porta in gola e poi alzo le sopracciglia strappate di fresco, classico mio atteggiamento indifferente che non tradisce affatto la mia pettegolaggine radicata nel profondo del cuore.
Aggiunge di sua sponte che la mandano da molto in alto, dalla faccia sconvolta deve fare di cognome Padreterno. Io, tra me e me e tra me e Sirenotta, mi chiedo come mai una spinta da Gesucristo debba venire a lavorare allo zoo di Testaccio. Rimango coi miei dubbi in tasca fino a ieri mattina, quand'è arrivata La Figlia di Mazzinga [cit.].
Sono io ad aprirle la porta. Ebbene, anche voi come me sarete vittime del pregiudizio sulle figlie di papà romane. Cioè, pensateci, le figlie di papà romane sono una categoria a parte, sono come tutte le figlie di papà del mondo ma, in più, so daa capitale. Le trovate stanziali nei soliti cinque locali, si vestono tutte negli stessi cinque negozi, hanno tutte la smart dei soliti cinque colori, vanno tutte nelle solite cinque palestre, fumano tutte le stesse cinque marche di sigarette. Le si distingue da pochi caratteri distintivi: la megabeg di Vuitton (e si devono vederei i loghi, chiaro), cinque-otto-undicimila braccialetti d'argento a catenella di Tiffany, le foto del cane di piccola taglia sul cellulare, i ginz a sigaretta, i capelli lunghi con o senza estenscion, uno stuolo di amiche dai nomi assonanti a Doda, Pupi, Cici, Mimi, Nuni, Pata, Lale, Trilla, Milli e tutto quello che vi viene in mente basta che sia un bisillabo.
Nzomma, dicevo, apro la porta alle nove e dieci. E noi entriamo alle nove. Ed è il suo primo giorno di lavoro.
Mi si para davanti l'ultima cosa che potessi immaginare. Esatto: cosa. La descrizione abbisogna di essere moooooolto dettagliata. Parto dai piedi: zeppe in sughero, nere, spuntate, col fiocchetto. In sughero, cioè. Calza a rete nera. Già voglio morire. Pantaloni neri a mezza caviglia, un incrocio malriuscito tra un pinocchietto e un capri. Ma cosa si vuole sperare quando si incrociano Bossi e la Binetti? Ecco, questo sono i suoi pantaloni. Una maglietta nera, una specie di lungoscaldacuore grigio e un giacchino nero. Fin qui niente di speciale, almeno nella parte superiore del corpo. Ok, porta appese al collo delle perle finte, ma ha pur sempre 21 anni, ancora non sa, non capisce.
Una cosa non ho ancora detto, ed è di vitale importanza: La Figlia di Mazzinga è una bora. Per i non romani: è una coatta, una truzza, una tamarra, na cafona, na burina, na mezza gabber. Eh sì, sì, ha delle velleità da pancabbestia. E' la Kat Von Dee de noantri, la nostra amata Figlia di Mazzinga. Di primo acchitto scorgo dei capelli con sfumatura alla nuca e frangia a metà fronte, dritterrima, tinti neri con mesc alle orecchie bianche. Uggesù, cavatemi gli occhi. Un pirzing in piena guancia, dove sul mio tenero visino di bimba bionda si staglia una dolcissima fossetta. Gli espansori a entrambe le orecchie di almeno due centimetri e mezzo (se non sapete cosa siano gli espansori siete davvero ma davvero dei vecchi che girano per blog), il pirzing alla base del collo (sì, lì!) e basta. Poi, per un attimo si toglie la giacca e dal golfino traspaiono due braccia completamente tatuate, dai polsi alle scapole. O madonna, vi prego ditemi che è venuta con una Harley, vi scongiuro. Invece no, è venuta con la sua bella Ciuno parcheggiata sulla rampa dei disabili. Quanta civiltà tutta in una sola bora.
Non vi dico del pirzing che ha in mezzo alle tette perchè altrimenti mi vi impressionate.
Occhei, su, l'ho pensato anche io di me stessa: sono una sciocca superficiale che si ferma alle apparenze.
E invece no, perchè io con La Figlia di Mazzinga ho pure provato a parlare. Ma non ci capiamo; beh, la buona volontà c'è da entrambe le parti, il problema è che parliamo lingue diverse. Io mi esprimo nel mio italiano stentato con cadenza umbra e un po' romana, lei invece padroneggia il Ciancichese. Praticamente comunica coi versi che fa ciancicando la gomma da masticare. Ne escono come tipo: "come va?" "aggghngg ggiggg". Cioè, mica è facile.
Vabbè, magari non è una che ama parlare, sarà una persona pratica. Come no. Ha qualche difficoltà a digitare la chiocciola sulla tastiera e si impanica di fronte al segno =. Vabbè, sarà emozionata. Come no. Sarà per questo che mentre Riccia le spiega come usare il sistema di gestione, lei spugnetta il telefonino. Sono tutti gesti che tradiscono senza ombra di dubbio l'emozione del primo giorno di lavoro. Ok, lei ecsel non l'ha mai usato. E manco Autluc. E manco Uord. Però sa subito digitare http://www.facebook.com e rimane basita di fronte alla connessione filtrata. Questa è chiaramente ansia da primo giorno. Allora Ossetta si mette lì con calma e cerca di comunicarle che i fail ecsel non sono manifestazioni di entità metafisiche, che le cellette non si colorano così a darci prova di un dio onnipotente. E lei, interessatissima, chiude gli occhi e dorme.
Non scherzo, mi venissero le doppiepunte sui peli del culo se scherzo.
Tu le parli e La Figlia di Mazzinga sta lì, immobile, come una Sfinx, occhi chiusi e mani alla tastiera. Un gatto di marmo.
Non ci volevo credere. E' troppo troppo troppo assurdo. Cioè, già non me la vedevo alle fiere a dire bellapettè a Bagnasco. Però pure dormire in ufficio il secondo giorno di lavoro…signori miei, questa è una fuoriclasse. Una così ti fa rivalutare come non mai Anacapita.

VITA TRA DUE REFRESC

Ne sono successe di ogni. Di ogni (che espressione singolare, ne convengo).
Insomma ultimamente la mia vita si svolge tra un refresc e l’altro della posta elettronica in attesa di risposte a email, risposte a civvì, risposte esistenziali. Vivo il brivido dello spam e poco più.
Fatto sta che, nel frattempo, qualcosa devo fare (oltre a spendere diottrie e diottrie su ecsel). Quindi, di seguito, una serie di avvenimenti in ordine crono e logico.
CHEZZ: ebbene, quell’uomo magnifico che è il Bancario, essendo a conoscenza della mia condizione di indigente, è venuto a prendermi al lavoro porgendomi una bustarella. Questa, strumento di corruzione delle mie languide membra, conteneva due biglietti per lo spettacolo dei mici canterini.
A teatro, tra gente di ogni sorta disposta a pagare una cospicua sommetta, abbiamo assistito a questo balletto e cantetto di tutti tizi vestiti da Coveri con le capocce da gatti. La storia non si capisce, fatto sta che alla fine vince l’unica gatta coi tacchi.
Se vi capita, andate a vederlo. Chezz è bellissimo, vi viene proprio da dire io un Chezz così, non l’ho visto e non l’ho sentito mai. Uscirete canticchiando Mister Mistofeles urbi et orbi in secula seculorum.
GRAND HOTEL CRISTICCHI: Allora, sono stata a vederlo dal vivo. E’ stupendo, meglio di come lo ricordassi, e scusatssèppo. Altissimo, con quei capelli meravigliosi. Mette su questo spettacolino semplice e affascinantissimo. Un terzetto d’archi, un flauto traverso, un pianoforte e lui alla chitarra acustica. Apre con Vorrei cantare come Biagio Antonacci, chiude con Menomale. Di mezzo ci infila qualche successo alla Studentessa Universitaria e qualche altra meno conosciuta dalle masse ma anche più bella (leggere Il nostro tango) . Legge stralci storici impegnati e di sinistra, canta (senza il mio coro) una roba mezza inneggiante a Carlo Giuliani, recita la parte di un filippino emigrato in Italia. E’ proprio un figo. Lo amo.
Il suo concerto era, nelle mie proiezioni mentali, la grande occasione per conoscerlo e  pertanto mi ero acchittata a dovere. Tubino turchese di raso (che i fedelissimi ricorderanno) e tacco vertiginevole. Insomma, fino a qui niente di che. Il bello veniva col trucco e parrucco: occhi pestati e capelli frisé. Perché dopo dovevo andare con Amica Umbra all’ 80VogliaDiscoParty di Tcc.
L’80VOGLIADISCOPARTY DI TCC: Mi invita Tcc tramite Feisbuc, rinnova l’invito tramite essemmesse. E che fai, non ci vai? Essiccheccivado. E poi, disciamoscelo, io ho Il Vestito per le feste anni ’80 (tutti quelli che sono miei amici di Feisbuc lo hanno visto, gli altri rosichino vita natural durante). Un tubino nero fasciantissimo in plastica pura, incrocio grinzato sul decolleté generosamente esposto, lunghezza sotto al ginocchio con spacchetto irrilevante. Niente di che, fino a qui. Ma il bello sono le maniche: da condono. Due mega-giga-ultra-super panneggi che tendono dalle mie spalle a più infinito bianchi a puà neri. Un panneggio separato dall’altro da una serie di rose rosa con foglie, grandi come il mio pugno che è grande come il mio cuore che ha la circonferenza pari alla lunghezza della pianta del mio piede. Insomma: un abito fatto con tutto il mio cuore ma un po’ anche coi piedi. Condisco tutto con abbondante lacca, un fiocco di paillettes tra la criniera, una matita verde smeraldo, un fard fuzzia e delle calze bianche autoreggenti e velate.
L’invito, che millantava la presenza dell’indimenticata Fabiana Inculamorti, intimava il divieto d’ingresso a quanti non si fossero presentati vestiti a tema.
Ecco, all’ingresso eravamo vestite a tema solo io e Amica Umbra, coi suoi legghinz di pelle e il suo tutù nero a fiori.


 

Decidiamo quindi di occupare la postazione del bancone del bar. Dietro al bancone del bar. Cominciamo a distribuire cocktail all’umanità (in cui, ovviamente, siamo comprese anche io e lei) inventati con quello che rimaneva. Io sponsorizzo come fosse una mia invenzione lo Sciampagnoransg. Finisce la serata con il lascivo balletto su Amblù Eddabudì-Dabudà e, ubriache come poche volte nell’ultimo anno, torniamo a casa in tacsi.
LUI: l’ho rivisto. Dopo un anno e nove mesi di gestazione, l’ho rivisto. In provincia umbra, di mattina, venti minuti, al parchetto. Mi ordina la colazione, fa una battuta a cui ridiamo solo io e lui (il cameriere mi fa “come la vuole l’acqua signorina?” e lui, rispondendo per me, “la signorina la beve potabile”), chiacchieriamo di lavoro. Lui è sempre identico, con la sua camicia a righe bianche e azzurre e l’orologio che costa un monolocale. Sorride come sempre, si imbroncia come sempre. Mi dà un buffetto sulla guancia: è memorabile. Lui che fa una cosa dolce spontaneamente…questa cosa ha dell’incredibile. Sarebbe verosimile immaginare che dopo sia andato a uccidere a mani nude otto gattini per compensazione. Insomma, non succede e non ci diciamo niente di speciale, giusto un po’ di imbarazzo al momento dei saluti. Si lascia scappare un paio di affermazioni quali “ti sei dimenticata tutto, non ti ricordi più niente” o “tanto tu sei sempre tu, non sei cambiata per niente”. Insomma, affermazioni che finiscono in “niente”.
L’ho sognato per quattro notti e poi pace.
GRGA: ho rivisto pure questo! Aperitivo prematrimoniale. Faccio un’autocitazione e mi infilo il tubino turchese di raso (che i fedelissimi ricorderanno) e il solito tacco vertiginevole.  Un succo di frutta io, un cappuccino lui. All’aperitivo. Nell’attesa del suo arrivo, a un angoletto di Piazza della Repubblica (che è tonda) rimorchio un tizio secco e sbattuto in stile Franz Ferdinand che liquido con un “ciao eh”. Tra tutte le stronzate supercarine e  veramente molto da Grga, si fuma una sigaretta. Sono rimasta sconvolta: Grga che fuma. Questa è ansia da matrimonio signora mia, vera ansia da matrimonio. Mi lascio scappare un “ma mica ti devi sposare per forza, eh!”, così, con la mia certa noscialanza. Lui dribbla e torna a bomba sull’argomento del mese: l’addio al celibato. Di seguito l’esilarante (mah…) listina dei suoi desideri dalla quale io dovrebbi attingere idee.
lista grga
BANCARIO JONES: anche detto il mio frequentante. E’ un omino adorabile e odioso allo stesso tempo. Quando è adorabile si fa mettere nudo in piedi nella vasca da bagno, si fa tosare la pecora che gli vive in braccio, si fa passare col panno svuiffer per togliere i pezzetti di pelo residui. Quando è odioso mi invita a prendere un aperitivo in Via Frattina, come niente fosse e poi mi fa un livido al braccio. Praticamente voleva regalarmi una borsa e un paio di scarpe fa-vo-lo-si ma facendomi una sorpresa. Quindi davanti alla vetrina incriminata mi ha strattonato, coi suoi leggiadri novanta chili, per un braccio. Io ho tirato un urlo, l’ho mandato a farsi benedire da Bertone e poi mi sono resa conto di quanto stesse accadendo tutto-intorno-a-me. A quel punto, per tenere il punto, ci ho messo un punto: se mi vuoi fare un regalo, me lo compri e me lo porti, mica me lo devo scegliere io. Eccheddiamine.
Inutile dire che, da quel dì, pare che il mio armadio si abbini solo a quella borsa che, per la cronaca, ancora non possiedo. 

QUI UN TEMPO ERA TUTTA CAMPAGNA, aka NOI RAGAZZE DELLO ZOO DI TESTACCIO

Addio, addio, addio, addio ai Parioli.
Quante volte l’ho sognato, questo momento. Addio ai viali alberati pieni di pollini, addio ai palazzi boriosi e barocchi, addio alle colf indiane in giro coi cani delle padrone troppo impegnate per spassarseli alle 8 del mattino, addio ai baristi silenziosi, gentili e impiccioni come delle vecchiette di una piazzetta di paese. Addio al caffè a un euro e venti, al cornetto integrale più unto della storia, a quel tragitto di sette chilometri che durava almeno un’ora. Addio ai commenti da scaricatore di porto fatti da gente travestita da avvocato facoltoso, addio alla buganvil, al micio alla finestra. Addio al vecchietto che raccoglie cicca per cicca tutti i mozziconi del vialetto, addio al ragazzo del bar che mi dice di vivere nello scantinato di un palazzo bene “do’ ce tengono i filippini”.
Addio pure alla signora che gestiva il bar, sempre in tiro, con gli orecchini in plastica azzurra, la frangetta passibile di condono, i ginz troppo aderenti per la sua età, al suo sguardo malinconico mentre racconta di quando lavorava nel cinema. Probabilmente portava panini, ma erano panini da diva. Addio a cosce d’acciaio, coi suoi occhialini gialli e le sue chiappe scultoree nel completo grigio. Insomma, addio agli ultimi cinque mesi.
Ma soprattutto: benvenuto Testaccio.
Ebbene, lo zoo s’è trasferito, con immenso gaudio delle cape. Sono soddisfazioni, ci stiamo ingrandendo, abbiamo nuovi incarichi, nuove responsabilità e quindi anche una nuova sede.
Tra le varie novità si possono annoverare: Bisissima che mi dirige (nonostante abbia la padronanza tanto dell’italiano quanto dell’inglese pari alla mia dell’ingegneria aerospaziale), la cassetta delle lettere zeppa di minacce tra vicini, la vecchia pazza in vestaglia di pail che si aggira nel cortile del palazzo, la tizia mora con le mesc arancio che si parla con l’altra mora con le mesc fucsia, il bar di Quarcheduno di fronte.
Quarcheduno meriterebbe un post tutto per sé: sembra la caricatura di un film di Verdone. Capelli rasati ai lati, ciuffa da burino riccia che manco un pornoattore dei migliori anni Ottanta, tatuaggi vari ed eventuali inneggianti alla Maggica e ar Pupone. Il tutto innaffiato dal caffè più schifoso del globo terracqueo. Ma Quarcheduno è amico della Capa Magna (le cape sono due, una lavora e l’altra ha i soldi, Capa Magna non è quella che lavora), lei coi suoi villini in centro e le sue borse di Balenziaga, lei e i suoi amici tatuati coi bar.
Ma insomma, la nuova sede è più bella, più luminosa, più spaziosa, più pulita. Più tutto. E quindi noi dobbiamo gioire appresso alle cape: e quanto scola bene i piatti lo scolapiatti, e quanto scrive blu questa penna blu, e quanto sono pratici i separé tra una scrivania e l’altra pure se non si sente una minchia a parlarsi tra colleghe, e quanto è bella la vista sulla parete di cemento armato muschiato ché il verde -si sa- aiuta la concentrazione, e quanto sono belli tutti questi negozi, che bella la vetrina del GS e del cinese, che buona questa pizza bisunta a soli sette euri al pezzo,e cosa dire del meraviglioso punto di marrone questa merda di cane secca?
E guai a mostrare non dico disappunto, ma almeno una normoreazione. E io dovrei anche gioire del filtro internet con cui non vedo manco il Corriere della Sera e del fatto di essere sola solissima in ufficio con Bisissima.
Ma in tempi di crisi, con la disoccupazione alle stelle, bisogna anche rendere grazie di avere un’occupazione, indipendentemente dal fatto che la persona di ruolo superiore al tuo faccia le interviu, sia bisi, ti chieda rimainder, dia adito (“a cosa?” “dovevamo dare adito! Dare adito!”), chieda in merito a viaggi (“chiedere cosa?” “chiedere in merito! al viaggio!”), decida la polisi, refresci, beggi, mecci, cecchi, ciargi.