DUE RECEMPSIONI: CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO e L’AMORE DURA TRE ANNI

Attenscion plis: post tutto cuore-amore

Ultimamente sono un po’ reticente sulle recempsioni. Nel senso, mi pare di leggere sempre cose troppo personali e, di conseguenza, difficili da consigliare.

Poi è successo che l’altra notte, inaspettatamente, mi è entrato nei sogni uno dei personaggi che menzionati qui nel blog (chiamerollo, per brevità, Il Protagonista). Arrivava al mio paesello in treno con un neonato al seguito, suo figlio appena nato. Li sistemavo in camera di mia madre e Il Protagonista, nonostante fosse venuto qui solo ed esclusivamente per me, cominciava a trattarmi male. A dirmi che non sapeva cosa ci stesse a fare lì, che aveva un figlio, che su e giù. E io, strozzando giù domande come "ma quindi lei era incinta mentre ci vedevamo? e tu lo sapevi? e che mazzo fai qui da me?", facevo amicizia con quel frugoletto (che parola da Pollianna, madò). Insomma, tentavo invano di portarli a passeggio tra i vicoli medievali e a prendere il ghiacciolo in un bar che ha chiuso da almeno dieci anni. Il Protagonista continuava a fare lo stronzo e a minacciare, chissà perchè, di prendere un treno il prima possibile per tornarsene nelle sue lande.

Inutile dire che mi sono svegliata malissimo. Ma tipo, che ne so, come uno che s’è mbriagato di vicinet, come uno che ha portato le crocs ad un aperitivo esclusivo. Nzomma, peggio di quando sogno di andare a scuola in pantofole, per dire.

E che c’entra tutto questo con sti libri? Boh. Una connessione, però, ci dev’essere.

(Ah, sì, ho anche sognato Lui nel giardino di mia nonna, ma vabbè).

CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO – di David Grossman

E’ il mio primo Grossman e, per un po’, sarà anche l’unico. Passavo alla Borri per caso (la tessera Feltrinelli non mi tenta ancora abbastanza e poi io c’ho la calamita alla stazione Termini, credo comunque che abbiano licenziato lo Gnomo Libraio, n.d.a.) e ho visto una bella copertina. Il titolo mi ha colpito, la storia sul retro di copertina chettelodicoaffare.

C’è questo tizio, Yair, che vede questa tizia Myriam tipo ad un ricevimento. Non si parlano e non si conoscono ma lui trova l’indirizzo di lei e comincia a scriverle. Le propone una corrispondenza sincera e senza fini pratici. Parlarsi, scriversi, conoscersi. E basta. Nessun incontro è una delle condizioni. Lei accetta.

Il libro si divide in una prima parte con tutte le lettere di lui e una seconda parte con quelle di lei. Si delineano così i profili delle loro vite, delle loro abitudini, delle loro manie e debolezze: il figlio autistico di lei, l’incapacità di essere padre di lui. Le rispettive vite di coppia serene e abbastanza felici ma mai sincere fino in fondo. Due famiglie e, soprattutto, due individui. Perchè all’interno di quelle lettere fittissime e frequentissime, Yair e Myriam trovano il coraggio di essere agli occhi dell’altro, quello che non sono stati mai neanche per se stessi. Si svelano, si scoprono prima a sé e poi all’altro in maniera nuova e inaspettata.

A un certo punto (verso pagina 200) si penetra nella follia d’amore così tanto che, boh, quasi si perde il filo.

Ho sottolineato una marea di passaggi che adesso non posso riportare altrimenti mi tocca pagare i diritti.

Ho deciso senza mezzi termini di leggere immediatamente questo romanzo epistolare quando ho letto la prima riga:

"Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi."

(per una roba del genere, sfido qualunque donna a non cascarci)

"Tre, quattro frasi come questa e poi, di colpo, mi hai chiamato per nome. Hai chiamato per nome la materia prima che mi compone. A un tuo semplice tocco ha subito un rapido processo di mutazione, cambiando colore, temperatura, consistenza, modificando la struttura molecolare delle sue componenti nobili rispetto a quelle più vili. Cos’altro posso dire?"

"A volte provochi in me dolori simili a quelli che si provano durante la crescita – nelle articolazioni dell’anima, però." (questa segnatevela da mettere in un bigliettino coi fiori giusti, funzia al cento per cento)

" Vieni, accucciati sotto la mia ala, non dire nulla ma ammetti in cuor tuo che è possibile immaginare il matrimonio anche così: due individui che si osservano, uno di fronte all’altro, in un rito prolungato, lentissimo – il rito dell’esecuzione di una persona amata."

"Ci sono dei geni a cui vengono date le tessere di un puzzle con l’immagine di un pappagallo e loro ne ricavano un pesce. Io ti ho consegnato un parassita e tu hai ricomposto un uomo. Usando gli stessi pezzi ma migliorandone il risultato."

Ce ne sono mille e mille altre, praticamente sembra un libro di storia evidenziato da un ragazzino di prima media: tutto giallo. Ma ne vale la pena.

L’AMORE DURA TRE ANNI – di Frédéric Beigbeder

Peccato averlo letto in italiano e non in francese. Divertentissimo, di quei libri che proprio scoppi a ridere sull’autobus in piedi e la gente intorno ti guarda come se fossi scemo. Molto breve, 140 pagine, si macina in tre ore e racconta la storia di sto riccone scapolone trentenne parigino alle prese col suo primo divorzio. Nonostante il finale, è disincantato, provocatorio e molto ironico.

Siccome ormai m’è presa bene con le citazioni, in questo caso dovrei citare la dedica di colui che m’ha regalato il tomino (non famo battute ovvie, per cortesia, che sono intollerante al latte) perchè è bella bella bella, una di quelle cose che non è che te le trovi scritte dietro le copertine tutti i giorni .

Inoltre, leggendo, mi è venuto in mente un discorsetto fattomi non troppo tempo fa che diceva pressappoco "ma sai, il punto è che adesso mi sembra che…ma poi, cioè, io non ci credo più all’amore, non dura, magari un anno…ma poi…capisci?" E a me venne da rispondere "io capisco molto bene che te ne devi da annà affambrodo" ma non dissi niente. Risi tra me e me delle debolezze nascoste sotto teorie sui grandi sistemi.

Veniamo alla parte veri fanni:

"L’eleganza è questo: mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, scopare quando se ne ha voglia. Comunque, non aspetterò di morire d’inedia per vedere gli amici."

"L’amore dura il tempo che deve durare, per me è lo stesso. Ma per farlo durare, credo che occorra imparare ad annoiarsi. Bisogna trovare la persona con cui si ha voglia di annoiarsi. La passione eterna non esiste: cerchiamo almeno una noia piacevole."

E poi, la mia preferita, tra le tante sottolineate col pastello rosa:

"Certe ragazze hanno un tale sguardo bovino che vi fanno sentire un treno di campagna."

Leggeteli, leggeteli, leggeteli.

DUE RECEMPSIONI: NINNA NANNA E CASTELLI DI RABBIA

 

Finalmente mi sono decisa a recempsirli, anche se li ho finiti da un pezzo. O meglio, il primo l’ho letto da un sacco, il secondo l’ho iniziato con slancio,interroto con impeto e ripreso a forza per finirlo in cinque secondi netti.

Entrambi i tomi mi sono stati regalati da uomini. Tra l’altro, approfondiamolo sto argomento: perchè gli uomini mi regalano sempre libri? Solo quest’estate tra amici e spasimanti avrò ricevuto sei o sette libri. Cioè, ma le rose? i cioccolatini? tutti oggetti smarriti. A questo fenomeno io do due risposte possibili (e ugualmente inaccettabili): sembro una cretina, un’illitterata completa che ispira scolarizzazione. Oppure – solo ora capisco che è peggio – passo per possibile intellettuale. E sappiamo tutti che nessuna donna è più antisesso dell’intellettualoide che ti diventa tanto cara amica con cui confrontarsi e bla bla bla.

Oddio: ho appena realizzato che se sommo i peli che mi campeggiano beati sugli stinchi e la mia libreria…beh, oddio, la seconda ipotesi prende piede con una certa decisione.

Ma insomma, stavolta sarò breve (no, non farò la battuta banale che più banale non si può "sarò breve e circoncisa", no) e riporterò qualche frase che ho sottolineato, giusto per dare l’idea (e per farvi dire, quando li leggerete "ah, questa è la frase che diceva Lafrangia – in preda a manie di protagonismo).

NINNA NANNA di Chuck Palaniuk

 

Un giornalista con l’aspetto di un assicuratore, una tipa coi rasta rossi e neri, fotomodelle morte, un fricchettone ambientalista fumatore, un infermiere necrofilo, una tizia coi capelli rosa e molto rossetto, tanti diamanti, bambini morti, l’amore ai tempi delle disgrazie personali: tutto dentro un romanzo della lunghezza perfetta. Di pochi libri si può dire che non durino né una pagina in più né una in meno di quanto si sarebbe voluto, è un libro dall’architettura perfetta. Interessante e scorrevole, non banale e non palloso, divertente, macabro, triste e fantasioso in parti uguali. Da leggere senza se e senza ma.

"Gli esperti che studiano l’antica Grecia dicono che all’epoca la gente non si considerava padrona dei propri pensieri. Quando gli antichi greci formulavano un pensiero, era perchè una divinità aveva deciso di dargli un ordine. Apollo gli diceva di essere coraggiosi. Atena di innamorarsi. Oggi la gente vede la pubblicità delle patatine al formaggio e si fionda fuori a comprarle, però lo chiama libero arbitrio. Almeno gli antichi greci erano più onesti."

 

CASTELLI DI RABBIA di Alessandro Baricco

 

Baricco è sempre Baricco, sbaricca in continuazione e fa le bariccate. Lo so. Baricco scrive dialoghi surreali e pianta storie senza spazio e senza tempo. Perde trenta pagine appresso alla descrizione di un viaggio mentale scaturito dallo sguardo di un bambino e poi percula tutti con una fine a sorpresa che gli risolve tutte le questioni in sospeso. In tutti i libri di Baricco (io ne ho letti solo due, ma insomma mi pare che l’andazzo sia quello) ci sono donne abbandonate da uomini poetici,riflessivi, sognatori, innamorati, ma sempre stronzi. Stronzi per qualche ragione profondissima, ma sempre stronzi.

Tutto ciò non mi ha impedito in nessun modo di lasciarmi prendere dalla leggerezza e dalla poesia con cui i personaggi sono costruiti: il piccolo Pert che deve crescere con la giacca del presunto padre, che sarà uomo solo quando la giacca diventerà della sua misura. Pekisch che sente una musica in ogni persona e ha come obiettivo estrinsecare la nota che suona in ognuno di noi. La bella Jun innamorata del marito fedifrago e disposta ad attese interminabili in nome dell’intesa perfetta che hanno quando sono insieme. Hector Hereau, l’architetto innamorato del vetro e di una donna che riduce in frantumi quel poco di senno che gli resta.

Potrei andare avanti per ore a descrivere, ma mi fermo e lascio spazio alle citazioni, che è meglio.

"…noi non siamo calzini ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di star dietro a un nostro desiderio. Si fa la schifezza e poi la si paga. E solo questo è davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante."

 

"Neanche cagare è una delizia. Ma ha i suoi vantaggi."

"…la vita è sostanzialmente incoerente e la prevedibilità dei fatti un’illusoria consolazione."

"C’è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come le medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli."

E poi la più bella, quella che sta sul retro di copertina e che infonde un po’ di sano senso di rivincita:

"Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde."

 

 

RECEMPSIONE: CHESIL BEACH

Di Ian McEwan

Me l’ha consigliato GRGA. E’ un libello di poco più di cento pagine. Appena finito mi sono detta "che palle". Invece no, mi sbagliavo.

In realtà la storia non è chissà quanto avvincente, anzi. Florence ed Edward sono inglesi, hanno poco più di vent’anni e si amano. Si amano e quindi si sposano. E dunque devono passare la prima notte insieme, terrorizzati.

Lei ha letto qualche articoletto femminista ma il perbenismo del dopoguerra e una presunta frigidità la bloccano. Lui ha sentito i discorsi degli amici, ha la testa piena di idee del sesso più o meno veritiere e un sacco di ansia da prestazione.

E si ritrovano così a Chesil Beach, dopo la prima cena da marito e moglie, a guardarsi e a sfiorarsi prima che con le mani, coi pensieri. Ma sono pensieri orribili, carichi di tensione, di paure, di aspettative proprie e dell’altro. E tutto condito con la vischiosissima inesperienza.

E’ così che si consuma il trionfo dell’orgoglio e della paura, in un fuoco di frasi non dette e inutili rancori covati, mentre lei corre via dalla spiaggia e lui non sa rincorrerla.

E si arrabbiano e si odiano perchè non sanno di amarsi davvero e tanto.

Insomma Chesil Beach è la storia dei fallimenti del sentimento, una storia triste e tristemente comune.

Di certo non entrerà nella mia top faiv dei libri della vita, ma mi ha fatto riflettere a posteriori e non capita spesso. Da leggere senza troppe aspettative. Magari io ci ho visto dentro più di quanto non ci sia.

RECEMPSIONE: PASTORALE AMERICANA

Di Philip Roth.

Che due palle.

In primis voglio dire che il tomo è tutto sgualcito. Vale a dire che l’ho portato per treni, metro, a piedi, panchine, gabinetto, letto, scrivania, ufficio. Per due mesi. E io non ci metto mai due mesi a leggere un libro. E non è un buon segno.

Ma passiamo alla trama: inizia con una riunione scolastica tra vecchietti. Il vecchietto narratore è uno scrittore ebreo impotente e incontinente perchè operato alla prostata. E non si capisce perchè dovessimo venire a conoscenza di questo particolare. Insomma questo vecchietto scrittore viene incaricato di redigere la biografia del vero protagonista della storia: Levov Lo Svedese. Lo Svedese è un ebreo alto e biondo che pare svedese, che a scuola era un figo, che era campioncino in tutti gli sport, che eredita un redditizio guantificio, che sposa una reginetta di bellezza cattolica e che incarna la kalokagathia dell’uomo americano moderno anni Sessanta.

Insomma questo bravo-bello-ricco e questa intelligente reginetta di bellezza fanno una figlia, Merry. Hanno un allevamento di mucche. La figlia intartaglia (o tartaglia che dir si voglia). E quindi diventa insicura e odia la madre. E non funziona nessuna cura. Allora diventa una megacicciona americana contraria alla guerra del Vietnam e mette una bomba all’ufficio postale. Ammazza un cristiano che stava lì per caso. E poi latita per anni e anni. I genitori si esauriscono e quindi la madre va a farsi un lifting in Svizzera. E poi si fa costruire una casa da un architetto, tutta moderna. La madre si fa anche l’architetto che le sta progettando casa nuova. Intanto Lo Svedese riesce a incontrare la figlia che, nel frattempo, ha ammazzato altre tre persone e poi è diventata giaina, ovvero non mangia e non si lava e respira attraverso un velo per nuocere il meno possibile agli esserini che vivono nell’aere che circonda questo nostro ingiusto mondo.

Il tutto in 458 pagine. Di cui almeno 200 piùccheppesanti.

Dello scrittore ebreo di inizio storia non si saprà più niente. Il libro finisce con un paio di domande niente affatto interessanti o profonde. La critica alla perfetta società americana che in realtà è solo di plastica e bla bla bla bla è solo scontata e particolarmente noiosa.

Non solo, da questo libro non si impara nulla. Né un’informazione, né una riflessione, né un sorriso, né una lacrima. Niente, nada, nisba, no no no.

Sul retro di copertina c’è Baricco che dice che è il libro più bello degli ultimi dieci anni di letteratura americana, il Niuiorcher che esalta sto domandone finale e anche la data in cui ha vinto il Pulitzer Prize.

Mah. E’ proprio vero che de gustibus…

Nonostante ciò dentro ci ho scovato qualche frase davvero bella, qualche citazione che di certo non dimenticherò.

Ne condivido un paio:

"Ci volle un po’ di tempo perchè una ragazza con i piedi per terra come Dawn si abituasse a quella venerazione dei capelli; si sarebbe potuto credere, ascoltando le conversazioni delle altre ragazze, che le possibilità della vita fossero nei capelli: non in mano al tuo destino, ma in mano ai tuoi capelli."

"Scrivere ti tasforma in una persona che sbaglia sempre. La perversione che ti spinge a continuare è l’illusione che un giorno, forse, l’imbroccherai. Che cos’altro potrebbe farlo? Fra tutti i possibili fenomeni patologici, questo è uno che non ti rovina completamente la vita."

"La semplicità non è mai così semplice. Tuttavia, c’è voluto un certo tempo perchè cominciasse a farsi domande. E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi."

Insomma, non posso dire "non leggetelo" perchè non si consiglia mai di non leggere. Però, tipo, leggete altro.

RECEMPSIONE: IL PETALO CREMISI E IL BIANCO

Di Michel Faber.cremisi

Me l’ha consigliato GRGA. Quando gli chiesi "ma di cosa parla?", mi rispose che non era tanto di cosa ma come ne parla.

Insomma l’ho ordinato alla Borri, ho aspettato un paio di settimane e niente. Allora l’ho ordinato dalla libraia zoppa del mio paese e in tre giorni ce l’avevo. Sommo sgomento quando l’ho ritirato: pesa un colpo e mezzo, è enorme. E’ senza ombra di dubbio il libro di piacere più lungo che abbia mai letto per intero (escludo i plurimi tentativi falliti morti a pagina venti de I Fratelli Karamazov). Ha la copertina rossa, il retrocopertina bianco e il titolo scritto in giallone. Non l’avrei mai alzato da uno scaffale se l’avessi incrociato per caso. Me lo sono ritrovato tra le mani con in testa il giudizio positivo di GRGA e un sacco di voglia di farmene un’idea personale. Portarlo avanti e indietro in treno ha portato alla scomparsa degli angoli della copertina e all’insorgere di un gran mal di spalla destra mia.

La storia narra di una prostituta dell’Ottocento, Sugar, e di un uomo facoltoso (William Rackham) che la paga per essere la sua amante esclusiva. A questi due si affiancano in un turbine di andirivieni la moglie di lui (Agnes) gravemente incosciente del tumore che la sta facendo impazzire, la loro figlioletta ingenua e pura, tutta una serie di domestici poveri e incattiviti dalla condizione che li affligge.

Poi, però, nel corso della narrazione si delinea in maniera netta tutta una schiera di attori di secondo piano che assumono un disarmante spessore. Uno per tutti il fratello di William, Henry: deciso a prendere i voti combatte tutti i sensi di colpa possibili per la sua fatale attrazione verso la vedova Emmeline. La disperazione dell’indecisione, la ferocia della colpevolezza inespressa, il dolore della possibilità irrealizzata sono sentimenti che accomunano, prima o poi, ogni essere umano. E in Henry tutto ciò fuoriesce all’ennesima potenza.

Oppure Caroline, colei che apre la scena: una puttana della peggior specie, povera, brutta, ignorante. Quasi la si considera colpevole della propria brutalità sino a che non se ne svela la ragione che è semplice e banale: la vita sa rendere il migliore degli essere umani come l’ultima delle bestie da soma.

Sugar di certo è il personaggio più complesso anche perché è il più profondamente analizzato. Appare raffinata e tanto lontana dal proprio status sociale all’inizio quanto misera e debole alla fine. Illuminata e all’avanguardia all’inizio quanto impotente e limitata alla fine.

Quando i libri sono grossi è bene che siano belli.(Alice Sebold) si trova scritto sul retro, ed è vero. Altrimenti novecentottantuno pagine non si reggono. E io, personalmente, le ressi [cit.].

Insomma adesso non mi rimane nemmeno semplice parlare di un libro tanto lungo  e tanto dettagliato. Posso, però, come sempre, dire quello che non mi è piaciuto: il narratore è onniscente e il tempo della narrazione non coincide con quello della storia. Inoltre, sta minchia di narratore onniscente, (soprattutto all’inizio e alla fine) si rivolge al lettore. E va bene che ognuno vuole sentirsi parte in causa dell’arte che approccia, però la parte me la voglio assegnare da sola, voglio stare lì a guardare e non soppporto che sia lui a dirmi "adesso guarda qui, adesso girati di là". In più certe volte la fa un po’ lunga, tipo quando cita stralci del tutto superflui dei diari di gioventù della povera pazza Agnes. Andava bene anche un po’ meno, decisamente.

Splendide, invece, tutte le sensazioni tattili evocate. Più che gli odori e i colori qui si parla di calore, di freddo, di umidità, di viscosità. Spesso e volentieri l’associazione è fatta con scene di sesso (numerose e dettagliate) o di malattia.

Infine questo per me è stato il libro della prima volta, la prima volta che ho sottolineato. Ho faticato, lo ammetto, a violare le pagine con il matitone azzurro. E l’ho fatto principalmente per GRGA, voleva un mio giudizio a riguardo e ci tenevo che fosse fondato.

Devo ammettere che adesso ne sono felice, soprattutto perché così posso citare qualche stralcio e, magari, invogliare qualcuno alla lettura. Procediamo:

"Agnes non crede nell’esistenza dei sogni. Nelle sua visione del mondo, certi fatti accadono quando siamo svegli, e altri quando dormiamo. E’ conscia che alcune persone – gli uomini, in particolare – guardano con sospetto a quello che succede quando gli occhi sono chiusi e le lenzuola sono ferme, ma lei non ha dubbi di questo genere. Ignorare gli eventi nottutrni come se si trattasse di cose irreali equivarrebbe ad attribuirsi il potere dell’invenzione, e lei sa istintivamente di non possedere alcun potere creativo. Creare dal nulla: solo Dio può farlo. Solo gli uomini nella loro mostruosa arroganza e spudorata blasfemia, possono dissentire! Solo loro possono rinnegare metà delle loro vite, dicendo che tutto ciò non esiste, è pura fantasmagoria!"

" A tutti gli altri ragazzi piaceva più di tutto sentire il suono della propria voce; lui preferiva quella di lei. Né era soltanto la musica di quella voce ad avvincerlo: era la meno stupida di tutte le ragazze che conosceva. Sì, certo, era ignorante dei soliti argomenti che le ragazze ignorano (più o meno ogni cosa che conti), ma lui capiva che aveva una mente insolita e originale….lei vedeva davvero un Mondo in un granello di sabbia, e un Cielo in un fiore di campo"

Insomma, ce ne sono molte altre, ma copiare per me è faticoso e per chi legge è inutile. Vale la pena di spenderci tempo, questo è quello che posso dire.

Se vi interessano le cose serie, poi, non avete che da cliccare.

Precisazione ad uso degli svogliati: una persona a cui avevo parlato dell’opera in corso di lettura mi ha fatto notare che non ho accennato minimamente alla famosa scena del pompino di pagina 142. E’ evidente che potrebbe essere di stimolo alla lettura. Di stimolo, appunto. Ma che trivialità.

GIASTIS

Poco tempo fa pubblicai un video di una bella tipa (o topa) che pubblicizzava mutande e reggiseni improbabili, tendenzialmente all’ora di pranzo e di cena, mentre una vagonata di donne simil-me si sentiva in colpa pure di mangiare le zucchine lesse.

Adesso io non voglio fare la morale agli esperti di marketing, anzi. Non mi interessa. Io semplicemente nutro un’invidia folle e cattiva e perfida e tutto nei confronti di Adriana Lima, che possa ingrassarsi riempiendosi di cellulite all’istante! Io non sono una di quelle contente di come sono, cioè, so bene che potrei essere peggio ma perchè non dovrei voler essere una ventenne brasiliana bilingue, ricchissima e fichissima? Non capisco.

Ma a questo mondo, alla fine, una giustizia c’è sempre e quindi ollain ha iniziato  a girare un video nel quale tutte noi fantastiche ragazze con la panza e il culo basso ci possiamo rispecchiare. Finalmente anche noi coi nostri completini di laicra banali che ci segnano tutto il segnabile, ci evidenziano tutti i difetti evidenziabili e sono in colorini talmente improbabili (verde mela, arancio scuro) da sbattere su qualsiasi carnagione, anche la più lampadata.

Ebbene, omeni, questa è la verità! (irsutismo compreso e pacco escluso, sia chiaro):

RECEMPSIONE: CON LE PEGGIORI INTENZIONI

E’ un libro di Alessandro Piperno che mi è stato consigliato da GRGA. (Sì, anche io ho riso pensando a chi me l’ha consigliato e al titolo).

Innanzitutto va detto che il tomo è stroncato dalla copertina: scura, tetra e assolutamente non adatta al fine per cui era stata concepita.conlepeggioriintenzMi spiego meglio. Il libro è in prima persona, narratore è il protagonista (Daniel Sonnino) figlio fallito di una ricca borghesia ebrea romana anni Ottanta. Il tizio ci racconta, con tono (sin troppo) disincantato e critico cosa si celasse sotto la patina dello splendore della vita a cento all’ora di quell’epoca. Parla del nonno Bepy (che mi ha tanto ricordato il Conte Mascetti di Amici Miei): pelle perennemente abbronzata, completi di lino chiaro e occhi cerulei. Della madre: di famiglia cattolica, pratica, decisa, fedele-sempre a quell’albino borioso ma lavoratore del marito. Delle famiglie dei suoi compagni di classe: dai parvenu troppo lampadati ai bellissimi da copertina, dalle feste con cinquecento invitati e cascate di champagne alle motociclette lucidissime in piazzetta, passando per vacanze a Positano, statue, suicidi, cadute finanziarie e scoregge in piscina.

Insomma, dicevo, la copertina avrebbe dovuto essere più scintillante, invece sembra impolverata. Non so se sia voluto, in qualunque caso a me non piace.

GRGA mi disse a proposito dell’opera in questione "è una bella descrizione della Roma borghese". Nulla da eccepire.

Il problema, però, è che è solo una bella descrizione. La storia non sussite, non c’è. Ci sono episodi, anche lunghi, ben narrati, ma non c’è trama. La psicologia dei personaggi non è approfondita, se ne svelano le pochezze, le debolezze, le motivazioni futili alla base delle  apparenze splendenti…ma niente di più.

La lingua è ricchissima, ho scoperto un sacco di parole nuove e di certo non si può dire che Piperno non sappia scrivere. "E’ un signore che sa scrivere" [cit.]

Insomma, certamente da leggere, ma più a fine istruttivo che costruttivo.

RECEMPSIONE: UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Se c’è una cosa positiva nel pendolarismo è che si legge di più, perlomeno io leggo di più. Perché non riesco a concentrarmi sulle dispense di marcheting (senza eccezioni di sorta), né a dormire a bocca aperta (tranne qualche rara eccezione) né a sentire tutti i giorni, a ripetizione, le canzoni dell’emmepitrè che non ho voglia di cambiare.

Il tomo in questione lo comprai il giorno in cui conobbi lo Gnomo Libraio, non sapevo nulla di questo librone rosso con la costa viola. Giusto che era di moda, che l’aveva letto il prof di economia e che era campione d’incassi. Mi dissi che valeva la pena fare un tentativo.

Si tratta di un giallo ambientato ai giorni nostri in Svezia, è la storia di un giornalista (Mikael) e di una strana ragazza (Lisbeth) intorno a un caso di dubbia economia internazionale (Vagner contro Wennerstrom) e assassini. O presunti tali. E’ un libro di genere  – definizione che detesto, opinione alla Zecchi – ma nel suo genere è bello. Scorre liscio e allo stesso tempo incuriosisce. Tra le pecche annovererei l’eccessiva dovizia di particolari nella descrizione della genealogia dei Vagner, la sveltezza ai limiti del frettoloso della scena in cui appare l’assassino e la fine strappicchiata alla bene e meglio.

Mi spiego meglio: io capisco che si tratti della complicatissima saga di una casata svedese ma non vedo il motivo di addentrarsi sul figlio del cugino del marito della zia della vicina di casa del nonno della sorellastra di uno qualsiasi dei personaggi. Cioè, io dopo un po’ perdo il filo.

La scena in cui si svela l’assassino, va detto, è molto emozionante. Ho dovuto leggere sino alle due di notte (con la solita simpatica sveglia puntata sulle sei) perchè avevo paura di dormire senza sapere come andasse a finire. Sono facilmente impressionabile, per carità, però è proprio da inquadratura cinematografica: saspenz veloce, azioni improvvise, colpi di scena giusti. Talmente fatta bene che avrei voluto durasse di più. (Sì, vabbè, poi perdeva d’efficacia bla bla bla…).

La fine, diciamolo, non va bene no, no, no. Si nota con enorme facilità che è stata modificata per creare gli altri due libroni che seguono. E’ proprio troncata, netta, ci manca solo la sigla del telefilm. Mi ha fatto pensare alle inquadrature finali di Centovetrine quando Ettore e Laura stanno lì lì per baciarsi e comincia la canzunciella di Gianni Morandi. E’ artificiosa in maniera fastidiosa.

Ultima nota dolente: il libro pesa proprio tanto. E’ composto di circa settecento pagine scritte con carattere grande e leggibile però è una mazzata. Mi impicciava nella borsa di scuola, occupava lo stesso posto del pranzo e a letto mi sfiancava il braccio. Lo dovrebbero fare in fascicoli.

Mi rendo conto di aver elencato solo quasi note negative, in realtà la storia non è male. E’ un libro di intrattenimento, non bisogna cercare dentro altro: scordarsi significati intrinsechi, morali, illuminazioni circa dio, l’anima e il mondo. Di sta roba nisba, nothing, rien, nada de nada. Chi non l’avesse letto lo può tranquillamente fare in spiaggia st’estate, tanto la borsa da mare è capiente.

RECEMPSIONE: DANCE DANCE DANCE

Uno dei miei libri preferiti di sempre, entra in direttissima nella top faiv dei migliori libri letti nei miei primi venticinque anni.

L’ho finito da tempo ma ho voluto aspettare prima di recensirlo. Un po’ ero presa dalla questione del libraio, un po’ che è un libro strano. Poi oggi mi sono venute le mestruazioni e ho capito che s’era fatta l’ora.

E’ il secondo Murakami che leggo, il primo fu Norwegian Wood che mi piacque immensamente e allo stesso tempo mi lasciò dentro una gran malinconia (ne ha scritto molto meglio di quanto saprei fare io lanoisette).  La copertina recita "un folgorante noir giapponese", penso che se l’avessi comprato in base alla copertina – e quindi se la definizione folgorante-noir-giapponese mi fosse piaciuta – sarei rimasta immensamente delusa. Spero che dopo la mia recempsione si capisca perchè.

La storia narra di questo uomo intorno ai trentacinque, separato, scrittore di trafiletti per brochure che, a metà tra sogno e realtà, sente i suoi pensieri materializzarsi sotto forma di paure e intuizioni. Sul suo cammino incontra una serie di donne: prostitute misteriose che scompaiono, una tredicenne sensitiva, una famosa fotografa, una ex moglie e una resepscionist di albergo. Tutte hanno per lui un significato diverso e svolgono la funzione di guida: lo portano a bordo delle proprie vite alla scoperta della sua identità, alla ricerca di se stesso e della sua natura. In tutto questo ci sta di mezzo un attore bello e famoso che gli diventa amico, una morta, delle ossa, un tipo con un braccio solo e le Hawaii.

I viaggi che compie a Sapporo e alle Hawaii, seguendo un pianto femminile che sente nel sonno, altro non sono che il simbolo della svolta, del passaggio alla consapevolezza che la vita non può passare addosso senza lasciare traccia.

Due immagini ricorrono spesso, le ossa bianche pulite e splendide e l’espressione "spalare la neve". Se la prima ha un che di macabro, la seconda sta a rappresentare la concezione del lavoro – e anche dell’esistenza – del protagonista: inutile e ripetitivo, senza personalità, faticoso ma non impegnativo.

Murakami scrive benissimo: mai troppo prolisso, mai frettoloso. Dimostra, per l’ennesima volta, che è un libro con un uomo come protagonista apparente, ma il vero soggetto sono le donne: forti nelle loro ansie e nelle loro paure, pazienti ed emotive come solo loro sanno essere.

E poi, nella vita, si incontrano tomi pallosi, tomi che corrono via sotto gli occhi, che divertono, che semplicemente dilettano, tomi che insegnano e poi, come Dance Dance Dance, opere che lasciano un segno senza che te ne accorgi.

RECEMPSIONE: UN RAGAZZO

E continua così la mia scoperta di Hornby. Ho capito definitivamente che per quanto qualcosa possa essere piacevole, alla lunga, mi smarona.

Il libro è fresco, innocente, divertente: non c’è niente che non vada. MA, c’è sempre un MA, io ho visto il film. E lo so che finisce diversamente, lo so che è il film che viene dal libro e non viceversa. Però tutte le incongruenze (vedi i capelli di Marcus lisci nel film e ricci nel libro –  e si sa che alle questioni tricologiche io sono sensibile) mi hanno urtato, mi hanno reso difficile girare la mia pellicola mentale.

La storia, come molti sanno, narra di questo scapolone ricco che ha come funzione principale della sua esistenza temporeggiare. Surfa sulla vita con fare indifferente e superficiale, non si sofferma, non analizza. Poi – ma va?- si innamora dei rapporti interpersonali profondi. Dapprima con un ragazzino squinternato, poi ovviamente con una strafiga in carriera.

Ho trovato un grosso errore nella traduzione (o nel controllo della traduzione): il verbo scherzarsi per prendersi in giro. Poi non so, magari sono troppo suscettibile a riguardo, ma si sentiva proprio che era stato tradotto da qualcuno del nord. Che fastidio. Mica per il nord, eh, ci mancherebbe. Ma perchè i modi di dire erano tutti molto lontani da me ( e molto vicini alla Lombardia o al Veneto o a qualcosa lassù).

L’ho mangiucchiato in quattro giorni. Quattro bellissimi giorni in cui ho perennemente pensato a Iuggrent. Canticchiando questa canzoncina fantastica.