HOUSE OF STOCARDS – IL FINALONE

Per chi se lo fosse perso, la premessa è un post su VermeDagliOcchidiGhiaccio in cui si parla di lui e di come una grossa parte – quella sana – dell’ufficio di QuellitipoGugol lo malsopportassero.
SpeedyGonzales ha provato a parlarci, a dirgli che forse bisogna evitare di trattare la gente come se puzzasse sempre di guano, ma Verme non ce l’ha fatta, il bagno di umiltà lo terrorizza e ha continuato convinto per la sua strada lastricata di ubris e magliette FruitOfTheLoom.
Allora io ho preso e mi sono seduta sul greto del fiume, ho atteso nemmeno troppo a lungo ed in lontananza ho visto arrivare il cameriere in livrea:

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Ciao Verme, goditi il finesettimana più lungo della tua vita e a mai più rivederci.

 

House of Stocards

Immagino sia una cosa molto comune, l’avere argomenti a cui si è molto sensibili.
Alcuni sono uguali per tutti, altri soggetti alle proprie convinzioni politiche, etiche, morali.
Per quel che mi riguarda, la mia sensibilità gravita intorno a cinque o sei poli fissi: detesto qualunque opinione che puzzi anche solo vagamente di misoginia, omofobia, claireabuso di potere, razzismo, malsopportazione degli anziani, discriminazione dei portatori di handicap e classismo. L’antivaccinismo (rendiamoci conto di che lemma siamo stati costretti a inventarci) si sta prepotentemente facendo avanti.
Sto divagando, l’argomento che ho in testa mi fa innervosire e comparire in volto un sorriso beffardo allo stesso tempo.
Tornando al classismo, o allo snobismo, e applicandolo al mio posto di lavoro – lo Zoo del Digital – beh, posso affermare senza paura che da quando Teddi è andato via qui la scala dei valori è cambiata.
Perché un conto è appiccicare al muro un cartellone che recita “noi siamo coraggiosi, siamo uguali e diversi, la diversità è un valore, siamo creativi” e via andando, un conto è trasformare ste quattro americanate in un comportamento fortemente inclusivo e rispettoso in Italia, un posto in cui già non prendersi una pacca sul culo ogni mattina è un risultato apprezzabile.
Morale della favola: Teddi va, Speedy Gonzales arriva e, presa com’è dalla sua agenda folle, ci fa da revisore dei conti senza manco guardarci in faccia.
Ed è in ambienti così, quelli in cui si guardano solo gli schermi e mai le facce, che le ingiustizie trovano spazio, nei posti in cui non si parla si ascoltano spesso le frasi più sbagliate. In queste situazioni si scopre quanto potere e rispetto siano in relazione tra di loro, il primo temuto e agognato e il secondo ignorato.
Nfatti arriva lui, il VermeDagliOcchidiGhiaccio, giovane bello e rampante, le migliori università, i migliori viaggi, i migliori lavori fin da giovane, la miglior famiglia, le migliori case nelle migliori zone della città.
Viene da un’azienda concorrente e ha lavorato molto all’estero, siamo tutti curiosi di conoscerlo e di farci dare informazioni sull’altra metà del cielo digitale. Da subito mi sembra un ragazzino un po’ strafottente, ma ingenuamente ho scambiato questo atteggiamento per scanzonato decisionismo. E invece no.
Il mio ruolo ibrido in ufficio (faccio tutto e non faccio una mazza, non è una cosa semplice da descrivere) è stato immediatamente etichettato da lui come “quella che sa dove sta la cancelleria e prenota le sale riunioni”, io ho iniziato a sorridere sotto i baffetti.

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Poi mi si è ritrovato davanti nelle riunioni dei capireparto, seppur io non abbia sotto un reparto, ma non si è fermato manco un secondo a domandarsi perché.
Parla di figa, di calcio, di Gazzetta, di birra. Continuo a dargli una scianz e a ripetermi che lo fa per integrarsi coi maschietti (tutti over 30, n.d.a.) e per parlare di argomenti banali e comuni.
Poi Sorrisona, che lavora con lui, comincia ad essere triste. EnergiaPura, che lavora con lui, comincia ad avere le occhiaie e a litigare con la tipa perché torna troppo tardi la sera. Tunnel sta lì, incosciente ma con percezioni negative. RicciaDriven, con la moderazione che la contraddistingue, lo bolla come “una testa di cazzo”. E ‘nfatti.
Nel brusio generale sento stagliarsi frasi come “non dobbiamo mica andare due a due come i finocchi”, “questo fail lo fa anche un bambino handicappato” e via andare.
Quando poi VermeDagliOcchidiGhiaccio ha concluso una riunione dicendo che ci serve gente con lauree di più alto livello ho capito che Teddi aveva ragione a dirmi che dovevo lavorare sulle mie abilità politiche.
E quindi ho sentito crescere dentro di me Doug Stamper  , ho capito che era ora di sfruttare quell’innato senso di confidenza che riesco a costruire con un sacco di persone sul lavoro.
Non sono brava in ecsel, non sono un drago nei calcoli e mi annoiano le procedure tecniche, mi stufo presto di un sacco di cose tranne di una: le persone. Mi piacciono i dettagli e mi piace metterli insieme, è questo che porta gli altri ad aprirsi con me: mi ricordo i nomi dei loro figli e il regalo che pensavano di prendere alla loro zia per un compleanno, ricordo quanto zucchero mettono nel caffè e che il tonno nei tramezzini una volta gli ha fatto acidità e quindi non lo mangiano. Ricordo se fanno crossfit o attack, ricordo che hanno un scadenza domani. Ed è per questo che molti si sentono compresi o benvoluti e mi affidano i loro pensieri, le loro idee, le sensazioni…i loro dati.
A me fa piacere, talvolta mi annoia, in generale amo essere apprezzata e amo essere loro amica ma, più o meno involontariamente, ho raccolto un archivio di pensieri e dinamiche che non è difficile incrociare. Come in una ricostruzione da effetti speciali di CSI ho ricostuito una rete luminosa di contatti e pareri, di inclinazioni e opinioni.
E’ così che Gugol ha fatto i triliardi, no? con le informazioni. E col suo potere di canalizzarle. Così io, novella influenzer della vita reale, ho iniziato a farmi scivolare tra le labbra frasi e mugugni con Speedy Gonzales, tentando invano di non sembrare mafiosa, ho instillato il dubbio, messo la pulce all’orecchio, mi sono mantenuta super partes pendendo chiaramente da una parte: la parte del boia che vuole tagliare la testa di VermedagliOcchidiGhiaccio.
Vedi Verme, io non ce l’ho con te nello specifico, io ce l’ho con tutti quelli come te, i tronfi tromboni convinti che tutto il resto del mondo vorrebbe essere come loro, quelli che non si pongono mezza domanda prima di essere irrispettosi. Quelli che pensano che “se uno è povero è perché non è abbastanza bravo per non esserlo”. Non mi piaci e probabilmente io non piaccio a te, anche se effettivamente io so dove sta la cancelleria e te lo posso ripetere mille volte, visto che per te è un’informazione che non conta niente, ma il problema non è che non sai dove trovare un quaderno, il punto è che tu non capisci dove sono le leve per sopravvivere qui dentro.
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Però Verme, sai, ti devo pure ringraziare, perché quello che Teddi mi diceva amorevolmente, io l’ho appreso meglio da te, mi hai fatto capire che la politica la imparo meglio con le cattive.
I migliori esami li ho passati  sotto pressione, adesso vediamo quanto tempo serve prima che le risorse disumane mi mandino una mail con oggetto “confidenscial” e in allegato il tuo licenziamento.
Come dicono a Parigi “apprecchia il culo che arriva la ciccia” baby!

L’ultimo avamposto della decenza online

Non devo certo spiegarlo ai blogger, come si rimorchia ollain.
Non devo certo parlare delle relazioni virtuali, quando Catfish è alla sesta stagione.
Non devo certo dirlo io, che i social hanno cambiato la percezione di sé e degli altri.
Non devo certo sottolineare che Tinder è la versione touchscreen del mercato delle vacche (quanto erano più oneste le serate cafone al latinoamericano?).
Non devo certo insegnarvi io che, però, controllare il profilo Feisbuc di uno che vi piaciucchia  può farvi accedere a uno stargate di mostruosità, tipo che condivide le bufale sulla magnitudo dei terremoti o le foto sella Senicar.
Non devo certo entrare nei dettagli su Grndr o Hornet, i maschi tendono ad essere degli allegri porci,  quello è per loro un contenitore adatto (e pieno de fregni, in effetti, n.d.a.).
Tante sono le cose che ormai non hanno più bisogno di analisi, né di demonizzazioni, i social sono parte integrante della nostra vista e come tale la influenzano e la pervadono in  mille aspetti. Tra questi, come non annoverare il lavoro? Infatti anche per quello c’è un social, ed è Linchedin.
Linchedin non si capisce bene a cosa serva di preciso, ma in generale è uno strumento per fare “netuorching”, cercare offerte di lavoro di aziende sedicenti “smart” e dove al massimo si va a ricercare un contatto con qualche compagnuccio delle elementari che ora ha la fabbrichètta, la casètta, la barchètta e che potrebbe offrirvi diecicappanettianno. Su Linchedin si mette il proprio cv in forma ben riassunta, qualche interesse politicamente correttissimo – diritti dell’infanzia, su tutti – e una foto civile, urbana e professionale.
Più in generale su Linchedin ci sono anche forum di discussione perfettamente inutili, condivisioni di articoli motivazioni, manager che promuovono i loro tuitt o fanno vedere che leggono IlSole, tanti tanti tanti aforismi sulle differenze tra un capo e un leader.
Quindi, in tutto questo parlare e condividere per dare aria al proprio cv, spuntano persone di ogni sorta che, attirate dai “brend” del mio cv, mi chiedono di connettersi alla mia rete, entrando dunque in possibile collegamento con tutti quelli che conosco io.
Salvo casi umani particolari, io tendo ad accettare tutti, non si sa mai e poi non c’è nulla di male. E così ho fatto anche stamattina, imbattendomi quindi in questo Engineer at Global Shipping Company.
Il tempo di accettare la sua richiesta, visto che QuelliTipoGugol hanno molti contatti con aziende di logistica, e mi ritrovo il seguente messaggino privato both in english and italian:
linkedin

Morto di figa livello: Linchedin.

 

QUALCUNO NORMALE – Chirurgia plastica capitolo 1

Qualcuno mi dica che tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Lavori una vita ma tutto questo è normale
Non c’è via di uscita ma tutto questo è normale
La gente è impazzita ma tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Qualcuno normale – Fabri Fibra e Marracash

Finisco sempre col domandarmi se alla fine il problema sono io, perché sinceramente non mi pare normale collezionare un caso umano dopo l’altro in ogni singolo settore della mia esistenza. Passi per gli amici ché alla fine magari sono simili a me, passi per i colleghi ché alla fine ti si accozzano, passi per il familiari ché non te li scegli. Ma io c’ho pure la barista del bar sotto l’ufficio che è problematica.
Nzomma, devo subire un intervento di chirurgia plastica. Chissà se un giorno approfondirò questo argomento.
Comincio a cercare dei chirurghi che, si sa, la selezione del fornitore per un grande evento è pressoché tutto. E un chirurgo plastico a Milano è come cercà Maria pe Roma.
Cerco tramite pareri di gente che conosco, tramite suggerimenti di amici di amici e poi ovviamente uso anche internet. Ma come faceva la gente a trovarsi i clienti prima di internet? Continuo a non trovare risposta.
Incontro di tutto, ma di tutto tutto: siti di chirurghi con in bella vista due tettone in un reggiseno fuxia di pizzo, culi di marmo di ogni foggia, nasi di ogni forma e colore…ce n’è per un intero freak show.
I punti in comune tra tutte le offerte sono essenzialmente tre:
– l’assoluta vanità del chirurgo
– l’assoluta assenza di pori della pelle da qualunque foto
– l’assoluta insensatezza degli slogan dei dottori, tipo:
bellezza unica

Ma che significa? No veramente, che vuol dire in italiano sta roba?
Poi ci sono proposte di interventi che, per usare un eufemismo, fanno sorridere:
FILO CHE SOLLEVA
Questo è “il filo che solleva” il culo. Bi ap. Invero le foto del sollevamento devo dire che sono molto convincenti.
Vabbè, fatto sta che contatto una serie di medici. Contatto anche quello che ha rifatto lezzise a Belen. Mi scontro con segretarie in assetto da guerra che non sono disposte a darmi un appuntamento prima di Luglio di un anno non ben specificato, altre che penso vengano da un corso di formazione della Worwerk perché insistono per avermi in studio più di un venditore del folletto.
Alla fine scelgo un tipo, la cui PR (sì, molti chirurghi hanno qualcuno che cura loro le relazioni pubbliche) firma qualunque cose con un hashtag. E l’hashtag è #labossdelletette.
Vado da questo dottore un pomeriggio tardo, è vicino all’ufficio e lui si è detto molto disponibile a un’operazione a breve come da mie esigenze.
Mi accomodo in sala d’attesa e vedo gente girare con in mano fari, telecamere, cose.
Vicino a me c’è una con il presunto ragazzo che passa il tempo a guardare il cellulare e dire: “nooooo, hai visto amo???? è morto Notorious BIG, quanto mi dispiace! Mi piaceva un casino, cioè è un rapper fighissimo, chissà come è morto…nooooo, che dispiacere!”.
Vaglielo a spiegare che era il ventesimo anniversario della morte del suo – a quanto pare – rapper prefe.
Nzomma , con quaranta minuti di ritardo mi riceve il dottore, mi fa scendere in una stanza sottoterra e mi prende delle misure, mi spiega un po’ e mi fa un preventivo pressoché stellare.
A quel punto gli chiedo come mai ci fosse tutta quella gente in giro per lo studio, stavano forse ristrutturando?
No. No no. Stanno facendo un reality. Il dottore è il protagonista di un web reality sulla chirurgia plastica con tanto di provini via web per le possibili candidate.
Vabbè dai, è il duemiladiciassette, magari è un modo per farsi pubblicità e poi vai a capire, magari è famoso, chissà, dev’essere bravo, forse.
Passano i giorni e io contatto altri dottori ma intanto mi porto avanti e comincio ad effettuare le analisi preparatorie preoperatorie di rutìn.
Uno di questi esami è un’ecografia dell’addome. Vado in un noto centro medico milanese accanto all’ufficio per velocizzare, mi metto in coda alla casa automatica e poi sento chiamare: “Signora Liscia? Prego!”, raccatto borsa e cappotto e mi avvio allo studio.
Ad aprirmi la porta c’è questo essere che chiameremo Dottor Full Monty: bono ma bono. Ma ragazzi, ma bono veramente. Non è minimamente il mio genere (in fin dei conti mi piacciono con la panza e la barba) però è innegabilmente un bellissimo uomo. Altezza media, capello pettinatissimo un filo tamarro, mento e zigomo scolpitissimi, dentatura in ceramica, i pettorali che si vedono dal camice.
Ovviamente l’ho guglato ed eccolo qui:
dottoreScoprirò durante il mio percorso di stolching che è quello che ha spunturinato la bocca alla futura lider di CasaPound (CasaPound MERDA sempre, n.d.a.).

Sinceramente ho pensato a una chendid camera, mi sono detta “vedrai che mo questo comincia a spogliarsi o mi dice di essere un tronista di Lady Mary”.
Nvece no.
“prego si sdrai, sollevi la maglia, abbassi l’allacciatura della gonna” e via di gel e di manopola. Il braccio muscoloso che si muove mostrando un bicipite che sa cosa sia un bilanciere, lo sguardo perfettamente disteso rivolto al monitor.
“trattenga il respiro e tiri indietro la pancia” abbello, da mo che sto tirando indietro la pancia!

E gira gira con la manopola, mi inzacchera tutta la camicia, un casino. Continua e poi, Dottor FullMonty schiude la sua bocca perfettamente simmetrica e pronuncia con decisione “ha l’intestino pieno pieno pieno di gas!”

Dottò che faccio, rilascio?

Noi ragazzi dello Zoo del Digital

Se tu mi chiedi cosa faccio in questa vita amico mio
La sola cosa che so dirti è non lo so nemmeno io
Arisa – Guardando il cielo

Col tempo cambiano tante cose, figuriamoci se una donna giovane non cambia lavoro durante l’amore ai tempi dello stage.
Ho finito un anno e mezzo di fa di lavorare presso BrumBrum…non saprei cosa dire se non che è stata un’esperienza partita benaccio e finita tra le fiamme dell’inferno del mobbing. Non sono mai stata una particolarmente morbida nei confronti dei propri doveri, ho sempre speso parecchio di me in quello che faccio, indipendentemente dal salario…nella convinzione che io non sono il mio lavoro, ma porto me stessa in quel che mi metto a fare, eppure sentire rubare in un modo così ingrato il mio impegno mi ha letteralmente annientata.Peggio, mi ha spenta.
O forse, più semplicemente, a ‘na certa arriva un momento che di svegliarti e passare la giornata in un mare di stronzi ti fa affogare nella merda. Plausibile, semplice, probabilmente la verità.
Comunque, ci sono attimi della vita che non ti spieghi, uno è stato il mio colloquio di dieci minuti in due stanze lontane circa 700 metri una dall’altra con due persone totalmente diverse, undici mesi fa.
Mi ha chiamato la solita agenzia interinale d’ordinanza, chiedendomi di mentire sul mio civvì…”guarda che io non ho per niente un ottimo inglese, io ho l’inglese arrangiato, quelli so bilingue, dove cavolo vuoi che vada?”
“Frangia, senti, facciamo che cambi il tuo buono in ottimo e me lo mandi, ok?”
E quindi sono arrivata nei coloratissimi uffici di questo colosso del mondo moderno, che per facilità chiamerò Prestidigitale.
Il classico posto wannabe in California ma sto a Piazzale Loreto.
Mi accoglie questa signora splendida dal rossetto corallo chiaro e le sopracciglia alla Cara su capelli rossicci, dall’età pressochè indecifrabile (giovane vecchia o vecchia giovanile?), magrissima – savasandir, siamo a Milano baby – che io dovrei sostituire tipo dopo 2 giorni. Mi dice che lei si occupa di troppe cose per stare lì a spiegarmi e che devo parlare col Mega Direttore Galattico “che è molto demanding, quindi è importante fare push back”.
Avrei dovuto farmi un selfie solo per rivedere la mia faccia in quel momento. Click.
Poi passo in quest’altra stanza e incontro lui, il mitico Mega Direttore Galattico. In effetti è Mega: 2 metri per 2 di uomo maxigigante, gli stringo la mano e dico addio alle mie dita destre…ciao amiche di una vita, vi ho voluto bene, grazie per quello che avete fatto con me pettinandomi o facendomi scrivere i compiti in classe. Miracolosamente mi torna indietro il braccio e la mano è ancora attaccata, potrei iniziare a credere in Jesoo. Scopro che è davvero anche Direttore, maxi capo del mondo delle galassie dei bit, dell’internet e di tutto quello che può passare per una fibra ottica, scarlattina inclusa. Non scopro subito che, a dirla tutta, è anche Galattico.
Ha un braccialetto rosso di quelli che ti contano i peli del culo dal battito del cuore nel polso e ti dicono quanto peseresti su Saturno. E’ cordiale, affettato e studiato, ha una camicia lilla, mi fa delle domande tipo “rispondi subito, subito, subito!”, non so se ridergli in faccia o mandarlo a Viterbo. Per puro culo rispondo la cosa giusta, o azzecco una battuta o – col senno di poi – semplicemente non mi stava ascoltando, ma ride. Mi fa il colloquio in inglese e voglio morire. Ma non muoio.
Fuori in 60 secondi e va bene così, onestamente la mattina avevo fatto un colloquio dettagliato meno ansiogeno e più rassicurante.
Ma se è vero che quando te dice male te mozzica pure la pecora, è anche vero che quando finisci per caso sotto una buona stella ti va di culo e tutte quelle che mandano a colloquio con te sono delle morte di sonno.
Abbiamo avuto culo quel giorno, sia io che Teddi, il Mega di cui sopra.
E nzomma qui ci diamo del tuo, qui mangiamo la frutta bio, qui è importante sentirsi una squadra, e qui la gerarchia non esiste ma ricorda che Teddi non ama che si venga in ginz.
Io ho passato 15 fottuti giorni all’inferno: ero finita a lavorare casualmente alla Prestidigitale, quasi non ci credevo, e poi eccomi lì a non capire manco cosa si dicessero le persone. In questo mix di itanglish incomprensile sia nello stivale che oltremanica. A usare un programmino demmerda del computer anche per potersi spostare da una scrivania all’altra, perché vuoi mica che uno , chessò, dall’India non possa vedere dove minchia sei seduto tu in un maledetto openspace a Milano. Non sia mai.
Ho pianto di paura e poi ho riscoperto una roba che mi sembrava aver perso per strada all’università, quella forza che non capisci perché cavolo stai facendo qualcosa che ti fa soffrire ma senti che smettere sarebbe sbagliato: la tenacia. Che per una svogliata, pigra, insicura, paranoica e ancora pigra come me, è praticamente tutto. Tenacia e sensi di colpa ed ecco che la mia vita segue un movimento regolare. Oserei dire intestinale, se andassi di corpo normalmente. E invece.
Poi le cose sono cambiate, io continuo a non capire quasi nulla di quello che si dicono coi loro acronimi del menga, ma mi sono ambientata e sono stata fagocitata.
Siccome wannabe in California pure io adesso, ogni tanto dico “miting” al posto di “riunione” ma mi impegno a non “schedulare” e tutte le solite robe che avete già letto su Feisbuc perchè, probabilmente, come me siete tutti dei fanatici del bello scrivere e del bel parlare (non si dice grammarnazi, puttana galera!).
Ho tanti colleghi, ma tanti, ma tanti…e maledettamente così vicini, a portata di scrivania.
Nzomma: lavoro nuovo, vita nuova, bestiario nuovo. Non chiedetemi se sono felice, sono principalmente stanca ma troppo adrenalinica per riposare.
Benvenuti nello Zoo del Digital, we never stay calmi.

INCREDIBILE ROMANTICA

Due sono i grandi temi di cui penso sempre che un giorno parlerò e poi invece non lo faccio mai: la MalBal, la ex del Primate, e Feisbuc e tutta la annessa tecnologia dei tempi moderni, il mio rapporto con questi argomenti, disamina, svolgimento, somme tirate e napalm.
Oggi, fatalità, ne parlerò contemporaneamente, perché la vita ci aiuta a sognare e poi la realtà ci fa capire che siamo molto poco fantasiosi.
Per dire: io ho sognato – anni fa – che mi facevo Mattew Bellamy nel bagno di un discopub abusivo di una frazione del mio paese. Ma mica mi immaginavo a cosa sarei andata incontro ieri sera sbirciando il mio cellulare figo abbastanza nuovo di pacca e omaggio del Primate.

In pratica niente, c’ho sto telefonone su cui arrivano notifiche, email, tutticosi come succede a chiunque si sia arreso ad essere rintracciabile in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
E questo è un fatto.
L’altro fatto è che il Primate ha una ex che non vede e non sente da anni, brutta e cattiva com’è d’uopo, che non si capisce come sia possibile, ha trovato un altro uomo che se l’è caricata. D’altra parte c’è chi è nato per essere bello e chi è nato per soffrire, Darwin non è il primo cretino che passa.
Il terzo ed ultimo fatto che va a comporre il quadro sinottico della disgrazia di ieri è la manifestazione di Gugolplas. G+ è la classica cosa che tutti hanno sentito nominare ma nessuno ha veramente capito che cosa sia o come funzioni, tutti ce l’hanno e nessuno lo usa, un po’ come Linchedin e il praimer per labbra.
Quindi, morale della favola, ieri sera tornando da una cena accendo lo schermo del telefono e vedo una mail: Il fidanzato di MalBal ti ha aggiunto alle sue cerchie di Gugolplas.
Ora, io e lei non siamo amiche (posso ride?), lui in teoria non dovrebbe sapere della mia esistenza e del mio nome, io so del suo perché sono umbra, l’Umbria chiama il tartufo, il tartufo chiama il cane da, il cane chiama il segugio, quindi io sono una stolcher.
Quindi chiamo in causa il mio comitato di consigliere sulla faccenda: Mun, ex amica della MalBal ormai convertita al lato biondo della forza, e la sempre fedelissima AmicaUmbra.
Chiedo loro come sia possibile che sto tizio arrivi a me, come possa arrivare al mio indirizzo nomecognome@ , che minchia vuole e simili.
AmicaUmbra ovviamente rimane sconvolta e mi dice cose come “…strane coincidenze…”, Mun, chiaramente fa l’espertona di social e comincia a dirmi che sono io che penso male che blablabla.
Fatto sta che le chiacchiere stanno a zero e la realtà dice che il fidanzato della ex di mio marito mi ha messo nelle sue cerchie. Ma magari mori.
Insomma io la prendo con molta filosofia, grande eleganza, savoir vivre e bon ton come sempre: amiche, che mazzo faccio? lo cancello? sì dai, lo blocco. Oddio no, dai, lo tengo così spettegoliamo!
Mun, placida: ma toglilo, io  di quei due meno so e meglio sto, sti due stronzi…anzi, me li devo anche incontrare a una festa di una carissima amica comune che palle…non c’ho manco voglia di scambiarci due parole di cortesia.
A questa frase mi scatta il colpo di genio e consiglio di sfoggiare alla festa  un autfit composto da bella maglietta con stampata su la foto del mio matrimonio.
Poi proseguo la conversazione con AmicaUmbra:
certo che è una cosa strana…
– eh, sì. Io sarò anche paranoica ma certo che…boh…
ma tu pensi che sia lei?
– ma no dai, te pare? dici che è una stolcher come me?
– ...non saprei…certo la cosa non le può essere indifferente…guarda noi…
– ho capito guarda noi, ma insomma, io c’ho pure il suo indirizzo e il suo numero di casa, pensavo di essere io quella matta…
ahahah…davvero?
– sì guarda, anzi mo la chiamo, te lo immagini?

Pronto, ciao, sono Frangia, piacere tuo…volevo dirti che il tuo ragazzo mi ha aggiunto su un social, gentilmente puoi dirgli che sono sposata? Grazie.

LA GENEALOGIA CHE NON TI ASPETTI

Non so come ma mi seguono. I figli di Mazzinga, intendo.
Nello Zoo di Testaccio lavoravo per gli amici dei colleghi dei parenti dei conoscenti degli zii dei simpatizzanti di, ma qui a Milano no. Quindi quando a Roma arrivò la figlia di Mazzinga non mi stupii, qui a Milano invece sì. E il bello è che qui invece è arrivata la famiglia Mazzinga al gran completo. Innanzitutto io lavoro per Mazzinga padre che s’è subito portato dietro sua figlia per prendere il posto che era stato pensato per me. Poi è arrivato il Socio di Mazzinga che s’è portato dietro il figliastro. E’ un po’ che penso a come rinominarlo ma onestamente ho poca fantasia…penso che lo chiamerò il PerfettoCoglione.
PerfettoCoglione è un benestante figlio di una élite monetaria lateromilanese, sta per prendere (con calma) la laurea specialistica in un ambito umanistico, è di altezza media e sottopeso in maniera tragica. Per dire, tra le costole gli si vede la pelle che si muove al ritmo del battito cardiaco. Arriva sempre vestito di grigino, ginz grigini, olstar grigine, una camicetta di marca ma un po’ stropicciata, un maglioncino di marca ma sempre stropicciato, la pelle tra il grigio e il giallo uovo, capelli neri come la pece. Zaino in spalla e cuffie giganti alle orecchie, si aggira per la città tamburellando le dita al ritmo della sua musica alternativa sparata a palla dall’aifonquattresse, si definisce così un dendi, un ipster, un alternativo, uno diverso dagli altri, un filosofo. In due parole: un PerfettoCoglione.
Nella vita desidera l’indipendenza, vuole prendersi le sue responsabilità, vuole vivere da solo, vuole amare una sola donna, vuole vivere veramente, vuole andare a vivere a Parigi e aprire un ristorante boemien. Infatti si è fatto mettere nello stipendificio, fa un partaim di 3 ore giornaliere in cui passa a lamentarsi con me dello stipendio, sta su internet a guardare siti di conferenze a cui poi non va, compra alla Ricordi libri di filosofia che non legge e viene a dirmi che il suo nuovo autore preferito, che proprio gli ha cambiato la vita, è Baricco. Lo conosco da meno di sei mesi, lui mi pensa la sua vecchia guru pur avendo solo tre anni meno di me, e si è sentito libero di confessarmi che non ha fatto sesso per dieci mesi consecutivi perché pensava alla ex, mi ha messo a parte di tutte le sue aspirazioni: giornalista, traduttore, ristoratore, rappresentante commerciale e, non ultimo, atleta di triatlon. Si sente sempre in tempo a cominciare una nuova strada che non comincia, un po’ animo maledetto da questa famiglia ricca e borghese, PerfettoCoglione ha fatto il cameriere per protesta. Ma poi per sicurezza ha smesso.
Insomma, morale della favola, PerfettoCoglione me lo ritrovo tutte le mattine davanti con questa faccina da barboncino bastonato che mi chiede se voglio un caffè che puntualmente faccio io per entrambi. Mi racconta scanzonato e fintoinsoddisfatto la sua vita e mi fa una grandissima pena, i suoi venticinque anni vissuti con la profondità di uno stipetto del Mondoconvenienza, la sua filosofia alla UilliPasini ma più banale.
Ovviamente sul lavoro non sa fare nulla, sbaglia persino a compilare il foglio presenze, però si dice padroneggi – causa Erasmus – la lingua d’oltralpe. Ed è per questo che faccio io qualunque tipo di traduzione, da quelle commerciali a quelle legali a quelle di “si è inceppata la ventola del tender”, proprio perché lui e il francese sono una cosa sola.
In uno dei miei impeti montessoriani lo esorto a tradurre due righe due di una comunicazione di servizio. La guardiamo insieme, la traduciamo a voce insieme e lo mando alla sua scrivania a mettere per iscritto le quattro paroline. Mi chiama all’interno, la ripetiamo, aspetto la mail. Mi richiama per sicurezza. Poi mi arriva la sua mail con la premessa “me la correggi per favore?”. Sento proprio l’ictus che arriva. Inspiro, espiro, inspiro, espiro. Alzo lo sguardo verso il cielo ma mi si blocca a metà: alla porta c’è lui, PerfettoCoglione, che vuole che gli spieghi qualcosa come “distinti saluti”. Io mi metto a ridere e do lezione di lingua straniera.
Lui tutto contento mi guarda e fa:
– Frangia madonna come sei brava tu…
– A fare cosa,caro?
– Con noi, hai tutta questa pazienza, sempre, non so come fai…davvero..
Lo guardo, sorrido gentile e carina, sguardo da suora missionaria
– Mi pagano.

ZAN-ZAN!