#COMESEFOSSESANREMO 2018: LE PAGELLE DELLA QUARTA SERATA

Innanzitutto i link per le pagelle della finalissima:

LINK PER LA PAGELLA DELLA FINALISSIMA IN WORD

LINK PER LA PAGELLA DELLA FINALISSIMA IN PDF

Il santino di oggi non poteva che essere l’unica concorrente della storia a vincere nella stessa edizione sia Sanremo Giovani che Big, il tutto coi capelli leopardati:
annalisa

annalisaleopardo

Tempo che vado dal sarto cinese, torno e pubblico i miei risultati di ieri.

#COMESEFOSSESANREMO 2018: LE PAGELLE DELLA TERZA SERATA

Cominciamo con le cose importanti: ecco i link per le pagelle di stasera:

LINK PER LE PAGELLE DELLA QUARTA SERATA IN WORD

LINK PER LE PAGELLE DELLA QUARTA SERATA IN PDF 

Il santino di stasera è niente popò di meno che: Cristina D’Avena, una vita iniziata da KissMe Licia, continuata con un tour di 30 anni nei centri commerciali di domenica pomeriggio e un inaspettato picco proprio con un disco di duetti….chi meglio di lei per stasera?
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Una terza serata che si è svolta all’insegna di un solo grande motto: CHE PALLE.
Baglioni che fa se stesso senza la benché minima ironia, la Hunziker che mette su un siparietto a favore delle donne che mi solletica tutti gli istinti femminicidi, Favino in un ruolo mortificante e mortificabile che ironizza su Steve Jobs.
Mi domando come gli sia venuto in mente di ridere su uno morto di cancro che non è mai stato simpatico, soprattutto di parlare di Jobs a una platea che compra i cellulari coi tasti grossi.
Poi questa mania di parlare male un po’ tutte le lingue: gli ospiti stranieri che cantano in italiano come degli slavi, Favino e Miscel che si cimentano in un inglese che non ha nessuna ragion d’essere.
Tocco di classe giocato malone da parte della produzione: la presenza di Gino Paoli e di Giorgia, entrambi ampiamente dopo le 23, quando eravamo già tutti ampiamente pigiamati. Peccato, davvero.
Vogliamo fare una riflessione seria? Gino Paoli e Ornella Vanoni danno 20 piste a Kolors e Rubini di ogni foggia, possibile che non riusciamo a inventarci niente di meglio e finiamo sempre a guardare a 100 anni fa? Che fine faremo di sto passo il 4 marzo?
Vogliamo fare un’altra riflessione seria? Ma il culo che ha Giorgia che portando la 34 trova tutti i vestiti ai saldi? Parliamone!
Sono arrivata alla fine veramente stanca, bellissimo il colpo di coda di Nino Frassica e Memo Remigi, un arzillo vecchietto tutto tinta per capelli e protesi dentarie che, comunque, ironizza sul fatto di essere a un passo dalla fossa: sciapò. Purtroppo però a mezzanotte e mezza, dentro il letto, con RaiPlay sul cellulare avevo solo voglia di dormire…ennesima occasione sprecata.
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LE HIT ESTIVE DELL’ESTATE 2017 – “IL SUPERCAFONE ME SPICCIA CASA” EDITION

Salgo e perdo i sensi, penso a quel che pensi, non vorrei fermarmi mai
Vivo i tuoi momenti, sento quel che senti, non potrei fermarmi mai
Oh, se mi cerchi
Oh, non fermarti mai
TU MI PORTI SU – Fish feat. Esa & Kelly Joyce 

Quand’è che l’estate ha smesso di significare qualcosa per me?
Forse da quando ho finito il liceo, da quando all’università agosto significava ritorno in Umbria, da quando a Roma significava passeggio casuale al Pigneto.
Forse da quando soffro il caldo, mi si gonfiano le gambe, da quando sto col Primate e per lui l’estate è sinonimo di studio e preparazione agli esami di settembre e ottobre.
Da quando lavoro in un posto che non fa chiusura aziendale e devi elemosinare due settimane come fossero oro, da quando al mare non ci vado da tre anni.
Forse da quando c’è la possibilità di dire “vabbè in vacanza a dicembre”. Forse da quando le serate di tacchi alti e musica fino alle cinque del mattino sono diventate un pallido ricordo lontano.
Forse da quando ho capito che a me, partire il venerdì per tornare la domenica destinazione Liguria, mi faceva veramente cagare. Forse perché la Liguria è un posto di merda popolato da stronzi [cit.]. Forse perché la Liguria non può clinicamente piacerti se adori l’Abbruzzo.
Forse perché andare in piscina con lo Scarabeo da sola mi piaceva un sacco, arrivavo lì e conoscevo tutti, stavo da sola ma non era un problema trovare compagnia ed è un po’ in contrario di adesso in cui bisogna avere un’agenda pure per prendersi un aperitivo (mi sono ritrovata a dire “incastriamo i calendar” più di una volta con la morte dentro).
Forse perché una volta le hit estive mi piacevano e adesso mi smaronano (Ghali e Tzn esclusi, n.d.a.).
Forse perché sto seriamente invecchiando e arrivo, come oggi, a Luglio che mi sento uno straccio e odio tutti e vorrei solo stare sul divano e dormire dormire dormire.
Forse perché dieci anni fa Genitrice, per me, in estate, era quella che mi vedeva passare in casa per sbaglio preparandomi del cibo e ora io non vedo l’ora di farmi le vacanze con lei.
Tante cose sono cambiate e, sarà che è estate, sarà il caldo, ma non penso che possa andare bene fare un vomito 11 mesi l’anno per stare bene due settimane lontano da casa (e tocca pure dì grazie perché c’è chi sta peggio, *Frate Indovino bestemmiato*).

Detto questo, questo è un blog a carattere analitico, scientifico, e io ho un dovere morale in qualità di bionda procace, quindi indossati i miei sandaletti col pelo solo trendy, presento di seguito le otto hit estive che hanno fatto sussultare anche quel gentleman der Piotta:

8 – NEL MALE E NEL BERE – Briga
“Che cosa vuoi che ti do?” seguita da una incalzantissima rima pena/schiena/falena/Venezuela…che cosa vuoi che aggiungO?

7 – EL PARTY – Jake La Furia feat. Alessio La Profunda Melodia
La premessa è che la lezione di Real Ball si conclude con una seria pesante di squat e la base è una canzone di Jake la Furia. E già non ce semo. Ma poi veramente devo respirare la stessa aria di uno che si fa chiamare “La profunda melodia”? Non mi pare giusto.

6- NON FARE LA SOTTONA – Gordon
Va detto che io, Gordon, lo trovo così brillante che è quasi secsi.

5 – RICCIONE – The Giornalisti
C’è qualcosa di più ridicolo di un PR con la barbetta che si atteggia a poeta pensatore? Tommy, caricami la caipiroska e stai nel tuo.
Particolare attenzione a “e intanto cerco in mare un’aquila reale”.

4 – CONO GELATO – Dark Polo Gang
Li amo, mi sembra di vedere il circolo ricreativo per i figli difettati della mafia Sinti, il tutto ambientato in una Bulgaria appena post sovietica.

3 – LA TOCCO PIANO – HighSnob
Nota di merito alla barra del fidget spinner e alla magliettina della Robe di Kappa da bambino povero.

2 – BENE MA NON BENISSIMO – Shade
C’è un barlume di ironia anche tra i cafoni, grazie.

1- CHE NE SANNO I 2000 – Gabry Ponte feat. Danti
Non si ruba in casa dei ladri, è proprio vero. Gabry Ponte is back and is here to stay, vado a stamparmi una maglietta con la faccia di Marvin e Prezioso.

7 COSE CHE FACCIO QUANDO SONO TRISTE

Per ogni stella che si stacca dal cielo
C’è un dolce sguardo che si scopre da un velo
E un altro giorno che ti viene in regalo
Tu chiudi gli occhi e non ci pensi più …
…piccola dolce selvaggia malinconia vattene via!
Pixi Dixi Fixi – Mimmo Locasciulli 

 

Ci sono dei giorni, tipo oggi, in cui mi assale il pessimismo cosmico. Una piccola nota negativa fa da detonatore per una bomba di nichilismo e pessimismo senza pari.
Per esempio venerdì sono andata a farmi la piega da un parrucchiere imbecille e, al posto di avere una chioma setosa, mi sono ritrovata con una scopa di saggina in testa con le doppie punte, se possibile, in evidenza.
Poi sabato sera a mezzanotte SpeedyGonzales, la mia capa, mi ha mandato una mail per cazziarmi…in parte aveva anche ragione, ma magari ne possiamo parlare in un momento che non sia sabato sera a mezzanotte.
Morale della favola, queste due piccole sciocchezze, hanno scatenato un senso di insofferenza per la vita che non provavo dall’adolescenza. Probabilmente perché dentro di me lo so che devo tagliarmi i capelli anche se non voglio e che devo cambiare lavoro anche se è troppa fatica.
Chiaramente questo pessimismo non trova soluzione in se stesso, figuramose, no, questo pessimismo genera mostri e riflessioni che vanno da Gegia a Steven Hawkins sul perché mi ostino a volere capelli lunghi, sono forse sintomo di insicurezza?, e perché sto facendo ora questo lavoro di cui non mi frega assolutamente nulla e che mi appiattisce le sinapsi finché l’unica cosa che ne esce è “l’iva sulla frutta è al 10%”, ecco sto sprecando la mia vita, forse dovrei davvero andare ad aprire un ostello in Patagonia e perché no il ristorante di bruschette in Birmania.
E la morale è così, ti rompe i coglioni quando tu vorresti solo galleggiare tra una mezza gioia e uno scoglionamento, fluttuare lieve senza impegno. Nfatti m’hanno detto che sono poco paranoica, sì.
Ma non si può sperare che la tristezza passi da sé, senza prendere in mano la situazione, lo dicevano anche i Litfiba dei tempi d’oro ” chi visse sperando morì non si può dire”, quindi evitiamo di ridurci come Piero Pelù a The Voce of Italy e sorridiamo che la vita ci sorride. Più o meno.
Quello che salva l’uomo, in situazioni di estrema precarietà emotiva, molti dicono sia la passione. Per qualcuno, per qualcosa.
E se quel qualcuno nel mio caso è il paziente  Primate, quel qualcosa sono i miei 5mila hobby: la cucina, il cucito, il ballo, la musica, il blog, i trucchi, le gif di Uomini&Donne, la tv spazzatura con particolare riguardo per i programmi con i ciccioni, camminare, leggere riviste e romanzi, lo stalking su Facebook.
Sorprendentemente, quando mi girano fortissimo le ovaie, non ho la benché minima voglia di fare nulla dell’elenco sopra descritto. Ma niente. Forse invero, lo stolcherare su Facebook sì, quello sì, ma quella più che una passione è un talento che emerge un po’ in ogni cosa che faccio.
Quindi ecco una lista di cose che mi fanno stare meglio quando non ce la faccio a farcela:

1) Comprare cosmesi, possibilmente ollain. Adoro i trucchi e adoro le creme, le creme davvero le amo fortissimo, quindi ne compro,  poi ripenso che ne ho un milione, poi mi sento in colpa e fine.
2) Cercare le foto di Shaun, la pecora che non venne tosata per 6 o 7 anni, e pensarla che dice parolacce: shaun
Se la si guarda in faccia si capisce chiaramente che sta imprecando con accento napoletano.
3) – Mangiare, sì, mangiare. Io sono la classica persona che mangia se è triste, mangia se è felice e poi bestemmia perché ingrassa. Siamo così, dolcemente complicate [cit.]
4) Cantare 4 canzoni: Pixi Dixi Fixi di Mimmo Locasciulli, l’indimenticata Sandra dei 360° perchè dice “fornellino” e questa cosa mi fa morire, Chihuaha di Dj Bobo perché mi fa chiedere se anche lui campa di diritti annoiandosi come Hugh Grant in About a Boy  o se è finito malone come la protagonista di Gola Profonda, Ballo Ballo della Raffa perché onestamente non c’è tristezza che la Raffa non possa curare….ahhhh sensazione magica!
Tendenzialmente se sono scoglionata non ho voglia di cantare, ma le metto su e, dalla metà in poi sento la musica la musica che gira intorno, poi gira tutta la stanza e alla fine el ritmo de la noche mi pervade.
Va detto che alcune volte ascolto anche Despacito con Justin Bieber e A chi mi dice dei Blue perché sembra che cantino dei rumeni e anche questo mi risulta esilarante.
5)  Stolcherare il profilo di Lui, quell’essere con cui ho rischiato di passare i migliori anni della mia vita, e di Riccarda Strozzi Pollastri, la sua fidanzata e trovarci cose come questa:
strozzi
Incollarle subito a AmicaUmbra e riderne insieme (con non poco sollievo di chi l’ha scampata bella, da parte mia).Non capisco per quale motivo a ogni parola corrisponda un disegnino, io però vicino a “UNA donna” c’avrei messo il maialino perché, per la cronca a Riccardona nostra je piace pane e porchetta e se vede, manco poco.
6) Ricordare quando sono andata a fare una prova di Fitness con gli elettrodi con Teddi che aveva paura di morire fulminato. In pratica funziona così: indossi una tutina aderentissima e molto sottile nera e poi ti mettono un gilè umido (e un po’ puzzolente) a cui attaccano degli elettrodi, fai dei movimenti leggeri e gli elettrodi dovrebbero amplificare lo sforzo del muscolo con un impulso. Ma in tutto questo la cosa esilarante era Teddi la montagna umana, col suo QI alle stelle e il suo colesterolo alle stalle, in una tutina frufrù che prendeva ordini su come fare gli squat da uno che faceva fatica a coniugare i verbi al presente indicativo (no, non Di Maio, questo era palestrato, n.d.a.).
7) Guardare i seguenti video:

ma soprattutto:

In realtà sto periodo mi sento così giù di corda che, in qualunque ambito della mia esistenza tendo ad avere i complessi, macché complessi, io c’ho RockinMille, applico tutto il giocajouer qua sopra: tattatataatà comprare/tattatataatà stolcherare e via andando, ma una sola grande certezza mi risolleva: ho obbiettivamente delle tette da paura.

 

A BOCCE FERME: mastoplastica riduttiva – CHIRURGIA PLASTICA CAPITOLO 4

Passo le notti, nero e cristallo
A sceglier le carte che giocherei
A maledire certe domande
Che forse era meglio non farsi mai
E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida
Voglio una pelle splendida – Afterhours 

 

 

Sono tornata a casa ormai da qualche giorno, l’adieu alle bocce è stato fatto e sono una donna nuova. Meglio: un rottame nuovo.
E’ stato tutto più veloce del previsto e tutto molto pulp, sangue e merda, sangue e merda, pulp, molto pulp, pure troppo (cit. per pre-Millennials).
La mattina dell’operazione mi sono svegliata alle cinque e mezza, ho fatto la colazione dei campioni con 20 gocce di Valium e mi sono recata nella struttura ospedaliera.
Va detto chiaramente che io ho fatto questo intervento in solvenza, ovvero pagando un botto di sesterzi e non col sistema sanitario del BelPaese. Sembra un dettaglio ma, ovviamente, cambia tutto.
Nfatti arrivo in questa camera che sembra una lussuosa pensione di Rimini: TV 50 pollici con Sky e Sky Cinema, divanoletto bianco per gli ospiti, un libro di foto orrende in omaggio (scoprirò poi che sono le foto delle croste appese ai muri), letto elettrico di quelli che bzzzz ti alzi e bzzzz ti abbassi, pareti spatolate e menù a scelta.
Poi dopo un po’ arriva il Fortundrago con il metro e un pennarello e comincia a disegnarmi. Esattamente come succede in Dottor90210 e simili: mi misura la circonferenza dei capezzoli, traccia delle linee….stiamo lì una mezzora con me nuda in piedi davanti a questo manovale della ciccia seduto sul letto che mi conta i millimetri tra collo e ascelle e tutte altre robe che mai nella vita mi sarei misurata.
Mi sdraiano su una barella verde e giù, in sala operatoria. Nessuno è particolarmente gentile, fa freddo, poi – dopo il trauma da ago in vena – dormo.
Mi sveglio 7 ore dopo  con una specie di enorme corrugato che spara aria bollente addosso, mi vomito sui capelli e sbattendo un po’ ovunque con la barella, torno in camera.
Lì mi lamento a fasi alterne e dormo, non capisco nulla, so solo che 7 ore di tavolo di acciaio mi hanno sfondato la schiena ed è la cosa che mi fa più male in assoluto.
Mi ritrovo come una salsiccia con il budello in una guaina contenitiva antitrombi (in tutti i sensi, giuro) dalle ginocchia alle spalle. Un salamino di lycra nera.
Poi vedo una cosa pulp, molto pulp, decisamente troppo: dalle mie nuove minne pendono dei tubi che finiscono in dei contenitori a fisarmonica dove scorre sangue e liquido. Non pensavo ci fosse qualcosa che facesse più schifo del mio catetere.
Cominciano a venirmi le crisi di pianto, pare sia l’anestesia. Inizio ad osservare le dinamiche dell’ospedale: di mattina infermiere buone, gentili, belle. Di sera cerberi pazzi più o meno tutti thai che mi prospettano le peggiori tragedie.
Il mio spreferito è tale, giuro, Eisenhower (di nome): un filippino che quando gli dico che vorrei alzarmi per non fare le piaghe se ne parte con una roba che inizia con “così stimoli il sanguinamento” e finisce con “Ciiiiiiro figlio mio!” per quanto è tragica.
Poi c’è quella che attacca a mia madre le pippe su quanto siano disorganizzati perché lei avrebbe voluto portarmi il the molto prima eh, ma il dottore, ma la cucina, biowashball.
Poi c’è la mia preferita, infatti lavora di giorno, una ragazza pugliese bellissima e soprattutto sempre truccata di tutto punto e che profuma di vaniglia. Bella, dolce, gentile…col contratto in scadenza. Viva l’Italia.
Andare in ospedale in solvenza ti fa anche avere, oltre a una camera privata con bagno e TV reclinabile, un’infermiera che ti chiede se per merenda vuoi un gelato gusto fiordilatte senza lattosio della Cremeria. I soldi non fanno la felicità ma, nzomma, fanno almeno un gelatino e scusa se è poco. Ci mancava Guastardo con il suo “gradisce una mèla” e poi eravamo tutti (oggi m’è presa con MaiDireGoal, n.d.a.).
Arriva il giorno dopo Fortundrago e pensa bene di vedere se i drenaggi funzionano strizzandomi Wandina e Luisina con un energico popi-popi.
Calma, gesso, bestemmie e andiamo avanti.
Mi dimettono, esco dall’ospedale zoppicando e con dei grossi occhiali da sole retrò.
Mi porto a casa le polpose fatture, le guaine da indossare per un mese e mezzo e la notizia di non potermi fare la doccia per 3 settimane.
Vengono con me i drenaggi, li toglierò solo 4 giorni dopo di sofferenze pressoché atroci (i tagli non fanno nulla, ma provate ad avere addosso un coso di plastica compresso nella carne da un reggiseno con un elastico in tungsteno).
A VillaGatta, casa mia, dormo sul divano e guardo gli speciali su Leah Remini che esce da Scientology. Non mi lavo i capelli e dopo un po’ finisco a guardarmi allo specchio: sono in questa guaina aderentissima dal ginocchio fino a sotto il seno, strizzata sottovuoto con una sola apertura ovale nelle parti basse (la chiamano tecnincamente “igienica” ma a me me pare un po’ porno). Ho queste due bocce grosse e gonfie, toste, turgide, strizzate in un toppino scollato. I capelli lunghi, biondi, sciolti, unti e un po’ appiccicati di vomito, il colorito giallastro, le labbra esangui e tanti tanti tanti lividi sulle braccia.
Praticamente una puntata di CSI in cui trovano una playmate morta da 3 giorni.
The Lady In The Lake

A LITTLE PARTY NEVER KILLED NOBODY – CHIRURGIA PLASTICA CAPITOLO 2

See your iPhone camera flashin’
Please step back, it’s my style you’re crampin’
“You here for long?” Oh no, I’m just passin’
“Do you wanna drink?” No, thanks for askin’
Jax Jones ft. Raye – You don’t know me 

Some people live for the fortune, io vivo per le mie tette. Almeno questo mese. E almeno per quelli a venire in cui mi troverò ad affrontare il conto in banca ingrugnito e scontroso. Chissà come si divertirà il mio dottore a forma di Fortundrago alle Seiscel.
Alla fine ho scelto, mi opererà Fortundrago e la sua echip, starò sotto i ferri dalle 4 alle 6 ore e, se ne uscirò viva, avrò il seno più piccolo, più alto, più stagliuzzato e soprattutto più leggero.
Ci sono voluti anni per decidermi, poi una volta fatto nel giro di un mese ho fissato tutto, soprattutto il soffitto di notte nel terrore più assoluto di morire.
Nzomma esattamente tra una settimana sarà la vigilia della mia operazione di chirurgia plastica, sembro quasi figa quando la butto così, come una soubrettina qualunque.
Ma la verità è che c’è stato un momento in cui le mie gemellone sono passate dall’essere due gran belle tette a due grosse mammelle. E’ stato inaccettabile.
Ho annunciato la cosa a parenti e amici, ho visto teste scuotersi in senso di disperazione  o disapprovazione, ho visto Professò con le lacrime agli occhi chiedermi perché volessi fare una cosa del genere, ho visto Primate preoccupato, ho sentito Genitrice scervellarsi su come fare a venire a Milano “così ti pulisco casa mentre stai male”, ho visto imbecilli che pensano in grande e ho visto un elefante [cit.].
Ma poi, soprattutto, ho visto le mie amiche, vecchie e nuove, organizzare quella che sembrava una qualsiasi cena con brindisi alla Wanda e alla Luisa e che si è trasformata in un evento con tanto di gadget, logo dedicato, immagine coordinata e abbigliamento a tema.

Ed è così che siamo partite, armata Brancamenta, alla volta di una burgheria vegana: io, AmicaUmbra, la tipa di Professò con la sua terza coppa B, Mutismo – una mia collega bona e completamente muta, Tunnel – esce a festeggiare per sentirsi la più triste del locale, Mun con le sue zinnette piccole ma sode sode, LaNoisette con la frezza celeste acqua, IngegnerBlondie – 37 e dimostrarne 25 con classe ed io.
Decidiamo che essendo venerdì dobbiamo andare a ballare come se fossimo giovani, ed è così che finiamo a tornare in taxi alle sei di mattina anche se non siamo sbronze, solo perché siamo grandi e ormai 40 carte di taxi non sono più un dramma, viva i lussi che arrivano con le prime rughe.
La meta del dopocena è una festa anni Novanta in un noto locale milanese. Arriviamo in scarpe da ginnastica, vestite più o meno come le BWitched, pantaloni di pelle, maglietta di Harvard e camicia a quadri del Primate, capelli in due codini, rossetto mattone, borsetta a tracolla, ginlemon nel fegato e Haddaway nelle orecchie. Inutile dire che io e AmicaUmbra sembravamo due tarantolate, divise tra cantare a squarciagola gli 883 e ballare facendo la mossa del lazo sulle canzoni dei Cartoons.
La cosa più interessante è stata osservare la fauna che popolava il locale, abbiamo tutti qualche anno in più dei Millennials, nessuna porta i tacchi perché siamo qui per divertirci e non per fare le splendide, sappiamo tutte le canzoni e non ci vergogniamo a cantarle ma soprattutto siamo uniti da un inspiegabile senso di fraternità, una nostalgia dei tempi che furono, quando ancora si andava a ballare di sabato perché il giorno dopo non c’erano né pranzi dai suoceri, né spese all’Esselunga, né cambi gomme dell’auto familiare.
Sui maxischermi passano i video di Gala, Backstreet Boys, Shania Twain e noi balliamo balliamo e balliamo. Siamo tutti mediamente bruttarelli ma anche spigliati, uno accanto a me è in giacca e barba, tiene in mano lo stesso ginlemon per tutta la sera e non balla mai, faccia contrita come stesse ascoltando Shostakovic. Un altro, a cui evidentemente piace proprio parecchio il negroni, fa il microfonista, canta tutti i testi, li interpreta con convinzione e trasporto, impugna il suo microfono di plastica forzutamente, non se ne perde una.
Peccato che il microfono fosse un grosso pene di gomma rosa.
Ti ricorderò per sempre microfonista, soprattutto quando ti sei messo sto coso in testa con un elastico, trasformandoti in un unicorno birichino. Avremmo potuto essere grandi amici se solo anche io fossi stata sbronza marcia. E invece.
Invece con l’età e con questi cinque chili in più, 3 bicchieri di vino e due ginlemon mi passano lisci come fosse acqua tipiedina alle terme.
Continuiamo a ballare, io, AmicaUmbra e IngegnerBlondie, intanto Mutismo sgambetta seria seria e Tunnel si angoscia e mi fa domande sui colleghi, sul lavoro, sulla vita. Io però ho deciso che nessuno intaccherà la mia voglia di ballare per l’ultima volta con le gemellone, continuo come se non mi facesse male nulla nelle mie scarpine da tennis ormai incollate al suolo lercio marcio di quelli che voglio credere siano Invisibile, Angelo Azzurro, B52 e tanti altri drink degli anni Novanta.
Un grande abbraccio collettivo sulle note di Come Mai, mentre dal soffitto pendono dei GameBoy di cartone e dei grossi grossi grossi Nokia3210.
Finisco un altro bicchiere e noto un belloccio che sarebbe perfetto per IngegnerBlondie, anche se a lei piacciono 27enni e palestrati. Ma nzomma a na certa bisogna anche tentare di uscire coi coetanei. Quindi entro in mentalità adulta e matura e gli tiro un cubetto di ghiaccio mentre i Vengaboys spaccano le casse. Questo, negli anni Novanta poteva solo voler dire “se vieni e mi chiedi come mi chiamo pomiciamo come se non ci fosse un domani”.
Nella mia granitica convinzione, quindi, lancio il cubetto incriminato e mi giro verso le amiche. Io, novella Natalia Aspesi delle serate coatte.
Così questo dopo un po’ si avvicina e parla con IngegnerBlondie. E tutti ci aspetteremmo che lui abbia colto la scusa almeno per offrirle da bere. E invece le fa la ramanzina sul fatto che il ghiaccio non si lancia. Invecchiando, rincoglionendo.

Facciamo chiusura, arriviamo ai Linkin Park e decidiamo che s’è fatta na certa. La nostra incursione nei tempi d’oro è finita e da domani si tornerà al cantautorato, i capelli abboccolati a dovere, il trucco ben fatto e le responsabilità.

Gli N*Sync, i Five, Britney e X-Tina hanno fatto da colonna sonora alla mia vita con le gemellone, è giusto che questo capitolo si concluda come è iniziato ai tempi del mio sviluppo in seconda media.

Addio reggiseni a paracadute, addio magliette accollate, addio costumi da bagno improbabili, addio alle misure WonderWoman, addio all’immagine di me che ho avuto per tutti questi anni.
Sto mettendo fine ad un’epoca, sono terrorizzata ed elettrizzata.

Qui mi scrivo la storia.

 

CRONACHE DA UNA DIGNITà CHE NON C’è PIù: LA ZUMBA

Cose che non dici
Quelle che la notte
Un po’ te ne vergogni
Nascoste ma le fai
E ne parli con gli amici (ma, ma)
Rimangi tutto a volte
Porti le cicatrici
Ma nessuno le vedrà
(Le cose che non dici – TZN)

Più di qualche volta mi è stato chiesto se quello che scrivo è fantasia, invenzione oppure realtà. La risposta è che davvero mi piacerebbe essere così tanto creativa ma il contingente, anche quando credo di aver pensato a una genialata, mi dà tre giri e mi stupisce.
Ed è per questo che oggi mi ritrovo a camminare come il figlio legittimo dell’Uomo di latta incrociato con un T-Rex.
Ho necessità di perdere un po’ di peso, qualcosa come 4 o 5 chili per questioni mediche e quindi mi sono messa a dieta, superati i 30 – ahimé – i tessuti cedono e se non ci si mette un minimo di esercizio qui viene giù tutto. Purtroppo a me lo sport fa schifo, sinceramente non capisco come si possa preferire sfibrarsi i capelli in piscina a stare sul divano a bere vino e leggere o guardare trashate, o come si possa prediligere sbudellarsi di cross-qualcosa all’andare agli aperitivi. Ma di necessità si deve fare virtù e così, con le mie chiappe mosce ho iniziato a frequentare una palestra dell’hinterland che offre programmi ricreativi a colpi di jumper e zumba (sì, lo so, jumper è questo) .
Il jumper è un po’ più di nicchia, infatti è con la zumba che mi si è aperto lo stargate verso il mondo degli zarri [cit.]. Pur essendo una disciplina ormai nota ai più, si tratta della vecchia aerobica di Jane Fonda e Olivia Newton Jhon passata in un frullatore con tanta licra, tanti colori fluo e soprattutto una dose extra di musica latinoamericana. Un mix che non esiterei a definire letale.
zumba
Frequento questo corso settimanale in cui una ragazza -che ho scoperto essere una segretaria invasata per i ritmi latini-  ci fa sudare come bestie urlando, tra un pasito e l’otro, SORRIDIIIIII, SEI FELICEEEEE. A tratti è divertente, a tratti è inquietante.
Il mio corso è seguito principalmente da neomamme che  sperano di buttare giù la panza passando 50 minuti di libertà dai pargoli a cantare le canzoni di Enrique Iglesias, neovedove che rintracciano nelle chitarrine mariachi una versione 2.0 della balera, anoressiche che in palestra farebbero pure le pulizie pur di smaltire mezzo grammo, sudamericane che sanno tutti i testi e cantano allo specchio come delle novelle Shakire e me.
A questa situazione già di sé sconfortante, si aggiunge la velleità dei proprietari della palestra di organizzare eventi. Hanno questa fissa da pierre e se ne inventano ogni settimana una: l’aperitivo della palestra, l’evento di ballo della palestra, la pizzata della palestra e, soprattutto, quello che è diventato l’evento più grezzo a cui abbia mai partecipato in vita mia: la masterclass domenicale di zumba.
Cosa mi sia passato per il cervello quando mi sono iscritta proprio non lo so, anzi, bugia, lo so eccome: volevo dimagrire a qualunque costo. Poi ho capito che questo costo era davvero troppo elevato, nonostante la mia disposizione d’animo completamente aperta verso l’eliminazione delle tossine e l’incendio delle calorie.
Quindi sono finita ieri, domenica pomeriggio, a Cinisello Balsamo. In un posto che si chiama qualcosa come Animali Latini, un capannone di cemento (+sabbia+amianto) in una zona industriale anni Ottanta della Lombardia da magna&bevi. Entro e mi consegnano una bottiglia d’acqua e un mazzetto di mimose chiuse con la stagnola. Io indosso i miei pantaloni del Decathlon, i miei due reggiseni contenitivi, la canotta sintetica e la maglietta tecnica: tutto nero, unico tocco di colore le Nike celeste fluo.
Mi si para davanti uno spettacolo che difficilmente dimenticherò: un incrocio tra la disco pomeridiana dell’adolescenza in provincia, una convention di fitness e un centro ricreativo per anziani. Palloncini gialli, un palco con una grossa Z di Zumba sullo sfondo, musica a palla, gente vestita fluo.
Siamo in tante, almeno 80 persone che mimano pasitos p’adelante e pa’ tras.
La popolazione anche qui si compone di una serie di tribù ben distinte: le Quinz latinas, sanno le canzoni e ti guardano con occhio di sfida come a dire “abbella, questa è roba mia, cultura mia, musica mia”, le Obese – Un anno per rinascere alle quali va tutta la mia stima per il coraggio di mettersi in canotta insieme alle istruttrici che sono mediamente delle pheeghe mortali, le Sciure che hanno quasi tutte una canotta con scritto “Red Passion” (e penso che per “Red” intendano “giovani cubani”), Las Invasatas ovvero quelle che conoscono tutte le canzoni e tutti gli istruttori e si sparano le foto con tutti e poi me. Io sono lì sola e ho anche il cellulare scarico.
Il bacino d’utenza è comunque a prevalenza sureña, siamo a Cinisello e qui o sei calabrese o sei un membro di una gang.
La musica è brutta forte ma la cassa è potente  quindi in qualche modo mi trascina.
Scendo in pista e assisto a una serie di scene una dopo l’altra di cui è davvero impossibile fare una descrizione dettagliata, riassumerò tutto in alcuni punti salienti:
– la bionda ossigenata piastrata coi capelli liscissimi, truccatissima, pantaloni fluo, reggiseno sportivo minimo e null’altro addosso se non delle scarpe con la zeppa col tacco. Tacchi per fare 3 ore di fitness aerobico.
– le urla a squarciagola all’ingresso della crew di ragazzoni nerboruti e mulatti che sculettano sulle note di Deorro con le Sciure che intonano a piena voce DESPASIIIIITOOOOO. Body is your temple and Luis Fonsi is your god.
– una coreografia a tema Far West, una coreografia a tema danza del ventre, una coreografia a tema Bollywood, tutte rigorosamente con movenze salsere.
– una folla scatenata che balla con sculettamenti latini anche Occidentali’s Karma. L’evoluzione inciampa (e cade di faccia).
– la tipa con la maglietta “Zarra Inside”. Come se qualcuno avesse dei dubbi dall’outside.
– un paio di coreografie guidate da quello che, ancora adesso, non ho capito se fosse un bambino o un nano. E non so quale delle due cose mi lascia più interdetta. No, davvero, una roba brutta ma brutta.
– la scena in cui arriva sul palco una che continua a sembrarmi senza le mani. Io sono davvero per l’inclusione e quindi la cosa mi lascia piacevolmente stupita. Includere una diversamente abile in un evento di fitness: che bella iniziativa! Poi mi sono accorta che aveva dei guantini neri di pelle che si confondevano con la scenografia.
– gli spari. Gli spari, mazzo. Cioè, siamo ad un raduno di latinoamericani in una zonaccia di periferia e il dj ha questa brillante idea, capito? Che fa sto genio ribelle? Mette il suono degli spari a ritmo di musica. Io sono quasi morta di paura per le prime tre volte. Poi l’ho mandato a stendere tra un to the left e un to the right. Mortacci sua e de Ricky Martin.

Insomma, alla fine il mio orologino controllavita ha detto che ho bruciato circa 800 calorie, senza contare le 3 ore di vita che potevo spendere in attività edificanti e invece ero lì. Ho ascoltato musica orribile,  esercitato lo spagnolo, visto che ci sono ragazze più grasse di me che si fanno meno problemi, ragazze più magre di me che si mettono pantaloni fluo vanificando quel bendidio di chiappe che si ritrovano, ballato le coreografie che conoscevo, mi sono sparata cinque o sei selfi ma soprattutto ho scattato la foto che da sola è valsa il prezzo del biglietto:

giallofluo

Un uomo indossa una tutina giallo fluo con maniche a rete, il volto è quello dell’addetto mutui delle poste e porta pure gli occhialini in titanio alla Paolo Bonolis. E’ il mio idolo.