RITORNO AL FUTURO – LEZIONE DI SWING

Io e il Primate siamo una coppia abbastanza banale sulla carta, esattamente quei tipi che hanno una vita standard da città: lavorare 12 ore al giorno, un mutuo a 18 anni, una vacanza l’anno e qualche weekend, il Bimby, le cene di lavoro, le domeniche a pranzo coi parenti, i matrimoni ben vestiti, il parché grigino, i Rayban, la palestra la sera tardi o la mattina presto.
Così abbiamo deciso di inserire nella nostra rutìn qualcosa da fare in coppia oltre alla spesa a domicilio e ci siamo iscritti a un corso di swing.
Per tre volte.
Senza mai finirne uno.
Il primo anno era troppo lontano.
Il secondo anno ok ma ci siamo persi gli ultimi due mesi.
Il terzo anno mi sono rifatta le tette a metà anno e abbiamo dovuto smettere.
Nzomma siamo più avanti di un corso base e più indietro di un corso intermedio.
swing
Per chi non lo sapesse, a Milano lo swing è il nuovo latinoamericano: tutti lo ballano, tutti vanno alle serate, tutti si vestono a tema, tutti ne sono esperti, tutti seguono un filone che #isbetterthanyours. In questa nube di musichette e competizione si staglia la scuola che ci ha insegnato i passi base: un gommista di Pavia e una biologa di Milano che hanno davvero la calma del surfista [cit.] e sono molto simpatici.
Il problema è questa loro mancanza di competitività e questo loro essere instrinsecamente poco trendy, nfatti si sono ritrovati con degli allievi vecchi rincoglioniti. Ma non quei vecchi rincoglioniti ganzi con cui bere vino e ballare quadriglia, no, quei vecchi rincoglioniti che manderesti affanculo a nastro. Permalosi, un po’ stronzi e tanto brutti.
Per dire, ieri decidiamo di tornare a fare una lezione in questa scuola e ci si para davanti uno spettacolo indecente.
Una signora magra, giovane e carina, ben truccata, vestita un po’ elegantina in camicia e pantalone nero…e sotto delle scarpe da ballo coi brillantini che le creavano due porchettine da sera al posto dei piedi. No, veramente, signora, la prego di rivolgersi urgentemente a un chirurgo cardiovascolare perchè non è normale avere due pagnotte in lievitazione tra una stringa e l’altra di brillantini.
Con lei balla lui, il mago Silvan: una maglietta a v col colletto aperto in acrilico lucido nero da cui spunta una catena d’oro, i jeans neri flosci sul pacco e sul culo che fanno tanto Little Tony dei momenti d’oro, le Nike areate nere anch’esse (il nero credo gli faccia giovanile) ma soprattutto quella cofana de capelli cotonati color mogano. Silvan da tutti i corsi di ballo della scuola, dallo swing al Bachatango (giuro che esiste, se non ci fossi io ad aggiornarvi!).
Poi ci sono un altro paio di coppie abbastanza insignificanti, a parte le farfalle di pizzo sul culo dei jeans di lei e il fatto che dopo un anno non sanno fare manco il passo base.
E poi loro, i mitici, li amo.
La loro caratteristica principale è che fanno almeno 4 corsi di ballo con un’unica costante: stanno sempre incazzati.
Lui è un mix perfetto al 33%un cowboy, al 33% Leonardo Manera e per il restante 33% Michele Misseri. Manca un 1%, lo so, ma non è pervenuto…si vede proprio che a questo tipo manca qualcosa,  a intuito direi “la parola”.


Lei invece la descriverei come una di quelle credenze country stracariche di roba, una credenza della nonna piena di pizzi merletti pieni di polvere e vecchie stoviglie. Ma non una roba carina con dentro il dolcetto tanto buono che mangiavate da piccoli, no, la credenza della nonnaccia che odiate che vi dava le maledette caramelle al rabarbaro (mortacci de chi se l’è inventate).
credenza
Ieri sera si presentava così: scarpine da ballo beige ricamate a fiori (io conoscono seimila siti di scarpe da ballo e non ne avevo mai visto un paio ricamato a fiori colorati, già cominciamo bene),  le calze color carne 3mila denari effetto protesi primo prezzo passata dal servizio sanitario nazionale, poi dei pantaloni elasticizzati, sì, ma in velluto a coste color ciclamino con la zampa finale con l’elastico e due giri di merletto rosa. Non è in discussione il gusto, quello che mi domando è ma ndo mazzo la trova sta roba.
Ovviamente sopra a completare il tutto aveva una maglia rossa, fuxia e viola col davanti rigido color argento e dietro una scritta grossa tutta la schiena: 69.
ricciduriLe vorrei quasi bene se non avesse completato l’opera con dei boccoli in tungsteno, duri ma duri ma duri, tutti appiccicati che già fanno schifo di loro, immaginatevi se uno ha anche i capelli fini e con tutta la chioma riesce a comporre al massimo 6 boccoli in totale.

La lezione si è svolta tranquillamente, con questi che continuavano a sbagliare tutti i passi e Primate che sudava, nel frattempo al piano di sotto un remix latino di una canzone di Jhon Legend faceva scatenare tutti in un infuocato Bachatango di gruppo.

E anche oggi il mondo è bello perchè fa schifo.

LE HIT ESTIVE DELL’ESTATE 2017 – “IL SUPERCAFONE ME SPICCIA CASA” EDITION

Salgo e perdo i sensi, penso a quel che pensi, non vorrei fermarmi mai
Vivo i tuoi momenti, sento quel che senti, non potrei fermarmi mai
Oh, se mi cerchi
Oh, non fermarti mai
TU MI PORTI SU – Fish feat. Esa & Kelly Joyce 

Quand’è che l’estate ha smesso di significare qualcosa per me?
Forse da quando ho finito il liceo, da quando all’università agosto significava ritorno in Umbria, da quando a Roma significava passeggio casuale al Pigneto.
Forse da quando soffro il caldo, mi si gonfiano le gambe, da quando sto col Primate e per lui l’estate è sinonimo di studio e preparazione agli esami di settembre e ottobre.
Da quando lavoro in un posto che non fa chiusura aziendale e devi elemosinare due settimane come fossero oro, da quando al mare non ci vado da tre anni.
Forse da quando c’è la possibilità di dire “vabbè in vacanza a dicembre”. Forse da quando le serate di tacchi alti e musica fino alle cinque del mattino sono diventate un pallido ricordo lontano.
Forse da quando ho capito che a me, partire il venerdì per tornare la domenica destinazione Liguria, mi faceva veramente cagare. Forse perché la Liguria è un posto di merda popolato da stronzi [cit.]. Forse perché la Liguria non può clinicamente piacerti se adori l’Abbruzzo.
Forse perché andare in piscina con lo Scarabeo da sola mi piaceva un sacco, arrivavo lì e conoscevo tutti, stavo da sola ma non era un problema trovare compagnia ed è un po’ in contrario di adesso in cui bisogna avere un’agenda pure per prendersi un aperitivo (mi sono ritrovata a dire “incastriamo i calendar” più di una volta con la morte dentro).
Forse perché una volta le hit estive mi piacevano e adesso mi smaronano (Ghali e Tzn esclusi, n.d.a.).
Forse perché sto seriamente invecchiando e arrivo, come oggi, a Luglio che mi sento uno straccio e odio tutti e vorrei solo stare sul divano e dormire dormire dormire.
Forse perché dieci anni fa Genitrice, per me, in estate, era quella che mi vedeva passare in casa per sbaglio preparandomi del cibo e ora io non vedo l’ora di farmi le vacanze con lei.
Tante cose sono cambiate e, sarà che è estate, sarà il caldo, ma non penso che possa andare bene fare un vomito 11 mesi l’anno per stare bene due settimane lontano da casa (e tocca pure dì grazie perché c’è chi sta peggio, *Frate Indovino bestemmiato*).

Detto questo, questo è un blog a carattere analitico, scientifico, e io ho un dovere morale in qualità di bionda procace, quindi indossati i miei sandaletti col pelo solo trendy, presento di seguito le otto hit estive che hanno fatto sussultare anche quel gentleman der Piotta:

8 – NEL MALE E NEL BERE – Briga
“Che cosa vuoi che ti do?” seguita da una incalzantissima rima pena/schiena/falena/Venezuela…che cosa vuoi che aggiungO?

7 – EL PARTY – Jake La Furia feat. Alessio La Profunda Melodia
La premessa è che la lezione di Real Ball si conclude con una seria pesante di squat e la base è una canzone di Jake la Furia. E già non ce semo. Ma poi veramente devo respirare la stessa aria di uno che si fa chiamare “La profunda melodia”? Non mi pare giusto.

6- NON FARE LA SOTTONA – Gordon
Va detto che io, Gordon, lo trovo così brillante che è quasi secsi.

5 – RICCIONE – The Giornalisti
C’è qualcosa di più ridicolo di un PR con la barbetta che si atteggia a poeta pensatore? Tommy, caricami la caipiroska e stai nel tuo.
Particolare attenzione a “e intanto cerco in mare un’aquila reale”.

4 – CONO GELATO – Dark Polo Gang
Li amo, mi sembra di vedere il circolo ricreativo per i figli difettati della mafia Sinti, il tutto ambientato in una Bulgaria appena post sovietica.

3 – LA TOCCO PIANO – HighSnob
Nota di merito alla barra del fidget spinner e alla magliettina della Robe di Kappa da bambino povero.

2 – BENE MA NON BENISSIMO – Shade
C’è un barlume di ironia anche tra i cafoni, grazie.

1- CHE NE SANNO I 2000 – Gabry Ponte feat. Danti
Non si ruba in casa dei ladri, è proprio vero. Gabry Ponte is back and is here to stay, vado a stamparmi una maglietta con la faccia di Marvin e Prezioso.

ARRIVARCI COL TEMPO – Milano Pride 2017

C’è stato un periodo della mia vita, quando ero più piccola e più di destra, in cui ritenevo il gay pride sacrosantissimo ma ripetevo “non puoi andare a parlare di diritti e di politica in tanga e glitter”.
Sapevo, dentro di me, che la rivendicazione era giusta e necessaria ma ero davvero molto ancorata alla forma, non avevo mai sentito la frase “dress for the job you want, not for the job you have” ma – innata maestra di stile – l’avevo fatta mia.
A distanza di anni e a distanza da teorie destrorse che col tempo si sono andate sgretolando, ho capito che il principio che mi animava fosse corretto ma espressione di una visione parziale.

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I diritti si rivendicano come ci pare, il Pride non è solo una protesta bensì la celebrazione del diritto di esistere e di farlo liberamente. Farlo in tanga, coi glitter, con la mia maglietta fuxia abbinata al rossetto o in giacca e cravatta è parte integrante del messaggio: lasciatemi essere come sono e non giudicatemi, sono solo una persona libera.
Nzomma, pe falla corta e pe falla breve, il tanga è esso stesso un diritto, soprattutto quando è il simbolo di una repressione subita e covata per anni, da cui ci si è finalmente liberati.

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Bisogna andarci, al Pride, soprattutto se i diritti li si è acquisiti per nascita, soprattutto “noi etero” che non abbiamo mai dovuto lottare per veder riconosciuto il nostro amore e la nostra voglia di mettere su famiglia, bisogna andarci per fare numero e per far capire che le battaglie di civiltà non sono appannaggio delle minoranze interessate, ma sono tali solo se investono tutti, bisogna andarci perché un diritto che non è di tutti si chiama “privilegio” e i privilegi sono per gli stronzi.
Bisogna andarci al Pride, soprattutto “noi famiglie tradizionali” a dire che nessuno deve restare in ombra e a dimostrare che estendere un diritto che noi abbiamo a qualcun’altro, non ci priva di nulla ma anzi ci arricchisce della serenità che vivere in un posto equo, giusto e sensato sa darti.
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Andare al Pride è sempre una buona idea: è d’estate e nel primo pomeriggio, quindi il sudore detox è assicurato, è pieno di bei maschioni in mutandine che si muovono sexisexisexi che non fa mai male alla vista e alle ovaie, a livello di beautylook è sicuramente un evento da cui trarre molta ispirazione, vedere le drag farsi un chilometro lanciato sotto il sole in calze a rete e tacco15 ci fa ridimensionare il mal di piedi degli sposalizi, vedere un omaccione con la barba nera e il rossetto verde che mi dice “cara ma è etero? madonna che bono!” indicando il Primate – poi – è impagabile.

Questi sono i miei scatti, fatti con un cellulare attempato ma con una bella cover e saturati a mille con un programmino gratis, non sono appassionata di fotografia (ebbene sì, esistiamo anche noi) ma sono appassionata di umanità e questa ne è una fetta veramente interessante.

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7 COSE CHE FACCIO QUANDO SONO TRISTE

Per ogni stella che si stacca dal cielo
C’è un dolce sguardo che si scopre da un velo
E un altro giorno che ti viene in regalo
Tu chiudi gli occhi e non ci pensi più …
…piccola dolce selvaggia malinconia vattene via!
Pixi Dixi Fixi – Mimmo Locasciulli 

 

Ci sono dei giorni, tipo oggi, in cui mi assale il pessimismo cosmico. Una piccola nota negativa fa da detonatore per una bomba di nichilismo e pessimismo senza pari.
Per esempio venerdì sono andata a farmi la piega da un parrucchiere imbecille e, al posto di avere una chioma setosa, mi sono ritrovata con una scopa di saggina in testa con le doppie punte, se possibile, in evidenza.
Poi sabato sera a mezzanotte SpeedyGonzales, la mia capa, mi ha mandato una mail per cazziarmi…in parte aveva anche ragione, ma magari ne possiamo parlare in un momento che non sia sabato sera a mezzanotte.
Morale della favola, queste due piccole sciocchezze, hanno scatenato un senso di insofferenza per la vita che non provavo dall’adolescenza. Probabilmente perché dentro di me lo so che devo tagliarmi i capelli anche se non voglio e che devo cambiare lavoro anche se è troppa fatica.
Chiaramente questo pessimismo non trova soluzione in se stesso, figuramose, no, questo pessimismo genera mostri e riflessioni che vanno da Gegia a Steven Hawkins sul perché mi ostino a volere capelli lunghi, sono forse sintomo di insicurezza?, e perché sto facendo ora questo lavoro di cui non mi frega assolutamente nulla e che mi appiattisce le sinapsi finché l’unica cosa che ne esce è “l’iva sulla frutta è al 10%”, ecco sto sprecando la mia vita, forse dovrei davvero andare ad aprire un ostello in Patagonia e perché no il ristorante di bruschette in Birmania.
E la morale è così, ti rompe i coglioni quando tu vorresti solo galleggiare tra una mezza gioia e uno scoglionamento, fluttuare lieve senza impegno. Nfatti m’hanno detto che sono poco paranoica, sì.
Ma non si può sperare che la tristezza passi da sé, senza prendere in mano la situazione, lo dicevano anche i Litfiba dei tempi d’oro ” chi visse sperando morì non si può dire”, quindi evitiamo di ridurci come Piero Pelù a The Voce of Italy e sorridiamo che la vita ci sorride. Più o meno.
Quello che salva l’uomo, in situazioni di estrema precarietà emotiva, molti dicono sia la passione. Per qualcuno, per qualcosa.
E se quel qualcuno nel mio caso è il paziente  Primate, quel qualcosa sono i miei 5mila hobby: la cucina, il cucito, il ballo, la musica, il blog, i trucchi, le gif di Uomini&Donne, la tv spazzatura con particolare riguardo per i programmi con i ciccioni, camminare, leggere riviste e romanzi, lo stalking su Facebook.
Sorprendentemente, quando mi girano fortissimo le ovaie, non ho la benché minima voglia di fare nulla dell’elenco sopra descritto. Ma niente. Forse invero, lo stolcherare su Facebook sì, quello sì, ma quella più che una passione è un talento che emerge un po’ in ogni cosa che faccio.
Quindi ecco una lista di cose che mi fanno stare meglio quando non ce la faccio a farcela:

1) Comprare cosmesi, possibilmente ollain. Adoro i trucchi e adoro le creme, le creme davvero le amo fortissimo, quindi ne compro,  poi ripenso che ne ho un milione, poi mi sento in colpa e fine.
2) Cercare le foto di Shaun, la pecora che non venne tosata per 6 o 7 anni, e pensarla che dice parolacce: shaun
Se la si guarda in faccia si capisce chiaramente che sta imprecando con accento napoletano.
3) – Mangiare, sì, mangiare. Io sono la classica persona che mangia se è triste, mangia se è felice e poi bestemmia perché ingrassa. Siamo così, dolcemente complicate [cit.]
4) Cantare 4 canzoni: Pixi Dixi Fixi di Mimmo Locasciulli, l’indimenticata Sandra dei 360° perchè dice “fornellino” e questa cosa mi fa morire, Chihuaha di Dj Bobo perché mi fa chiedere se anche lui campa di diritti annoiandosi come Hugh Grant in About a Boy  o se è finito malone come la protagonista di Gola Profonda, Ballo Ballo della Raffa perché onestamente non c’è tristezza che la Raffa non possa curare….ahhhh sensazione magica!
Tendenzialmente se sono scoglionata non ho voglia di cantare, ma le metto su e, dalla metà in poi sento la musica la musica che gira intorno, poi gira tutta la stanza e alla fine el ritmo de la noche mi pervade.
Va detto che alcune volte ascolto anche Despacito con Justin Bieber e A chi mi dice dei Blue perché sembra che cantino dei rumeni e anche questo mi risulta esilarante.
5)  Stolcherare il profilo di Lui, quell’essere con cui ho rischiato di passare i migliori anni della mia vita, e di Riccarda Strozzi Pollastri, la sua fidanzata e trovarci cose come questa:
strozzi
Incollarle subito a AmicaUmbra e riderne insieme (con non poco sollievo di chi l’ha scampata bella, da parte mia).Non capisco per quale motivo a ogni parola corrisponda un disegnino, io però vicino a “UNA donna” c’avrei messo il maialino perché, per la cronca a Riccardona nostra je piace pane e porchetta e se vede, manco poco.
6) Ricordare quando sono andata a fare una prova di Fitness con gli elettrodi con Teddi che aveva paura di morire fulminato. In pratica funziona così: indossi una tutina aderentissima e molto sottile nera e poi ti mettono un gilè umido (e un po’ puzzolente) a cui attaccano degli elettrodi, fai dei movimenti leggeri e gli elettrodi dovrebbero amplificare lo sforzo del muscolo con un impulso. Ma in tutto questo la cosa esilarante era Teddi la montagna umana, col suo QI alle stelle e il suo colesterolo alle stalle, in una tutina frufrù che prendeva ordini su come fare gli squat da uno che faceva fatica a coniugare i verbi al presente indicativo (no, non Di Maio, questo era palestrato, n.d.a.).
7) Guardare i seguenti video:

ma soprattutto:

In realtà sto periodo mi sento così giù di corda che, in qualunque ambito della mia esistenza tendo ad avere i complessi, macché complessi, io c’ho RockinMille, applico tutto il giocajouer qua sopra: tattatataatà comprare/tattatataatà stolcherare e via andando, ma una sola grande certezza mi risolleva: ho obbiettivamente delle tette da paura.

 

CRONACHE DA UNA DIGNITà CHE NON C’è PIù: LA ZUMBA

Cose che non dici
Quelle che la notte
Un po’ te ne vergogni
Nascoste ma le fai
E ne parli con gli amici (ma, ma)
Rimangi tutto a volte
Porti le cicatrici
Ma nessuno le vedrà
(Le cose che non dici – TZN)

Più di qualche volta mi è stato chiesto se quello che scrivo è fantasia, invenzione oppure realtà. La risposta è che davvero mi piacerebbe essere così tanto creativa ma il contingente, anche quando credo di aver pensato a una genialata, mi dà tre giri e mi stupisce.
Ed è per questo che oggi mi ritrovo a camminare come il figlio legittimo dell’Uomo di latta incrociato con un T-Rex.
Ho necessità di perdere un po’ di peso, qualcosa come 4 o 5 chili per questioni mediche e quindi mi sono messa a dieta, superati i 30 – ahimé – i tessuti cedono e se non ci si mette un minimo di esercizio qui viene giù tutto. Purtroppo a me lo sport fa schifo, sinceramente non capisco come si possa preferire sfibrarsi i capelli in piscina a stare sul divano a bere vino e leggere o guardare trashate, o come si possa prediligere sbudellarsi di cross-qualcosa all’andare agli aperitivi. Ma di necessità si deve fare virtù e così, con le mie chiappe mosce ho iniziato a frequentare una palestra dell’hinterland che offre programmi ricreativi a colpi di jumper e zumba (sì, lo so, jumper è questo) .
Il jumper è un po’ più di nicchia, infatti è con la zumba che mi si è aperto lo stargate verso il mondo degli zarri [cit.]. Pur essendo una disciplina ormai nota ai più, si tratta della vecchia aerobica di Jane Fonda e Olivia Newton Jhon passata in un frullatore con tanta licra, tanti colori fluo e soprattutto una dose extra di musica latinoamericana. Un mix che non esiterei a definire letale.
zumba
Frequento questo corso settimanale in cui una ragazza -che ho scoperto essere una segretaria invasata per i ritmi latini-  ci fa sudare come bestie urlando, tra un pasito e l’otro, SORRIDIIIIII, SEI FELICEEEEE. A tratti è divertente, a tratti è inquietante.
Il mio corso è seguito principalmente da neomamme che  sperano di buttare giù la panza passando 50 minuti di libertà dai pargoli a cantare le canzoni di Enrique Iglesias, neovedove che rintracciano nelle chitarrine mariachi una versione 2.0 della balera, anoressiche che in palestra farebbero pure le pulizie pur di smaltire mezzo grammo, sudamericane che sanno tutti i testi e cantano allo specchio come delle novelle Shakire e me.
A questa situazione già di sé sconfortante, si aggiunge la velleità dei proprietari della palestra di organizzare eventi. Hanno questa fissa da pierre e se ne inventano ogni settimana una: l’aperitivo della palestra, l’evento di ballo della palestra, la pizzata della palestra e, soprattutto, quello che è diventato l’evento più grezzo a cui abbia mai partecipato in vita mia: la masterclass domenicale di zumba.
Cosa mi sia passato per il cervello quando mi sono iscritta proprio non lo so, anzi, bugia, lo so eccome: volevo dimagrire a qualunque costo. Poi ho capito che questo costo era davvero troppo elevato, nonostante la mia disposizione d’animo completamente aperta verso l’eliminazione delle tossine e l’incendio delle calorie.
Quindi sono finita ieri, domenica pomeriggio, a Cinisello Balsamo. In un posto che si chiama qualcosa come Animali Latini, un capannone di cemento (+sabbia+amianto) in una zona industriale anni Ottanta della Lombardia da magna&bevi. Entro e mi consegnano una bottiglia d’acqua e un mazzetto di mimose chiuse con la stagnola. Io indosso i miei pantaloni del Decathlon, i miei due reggiseni contenitivi, la canotta sintetica e la maglietta tecnica: tutto nero, unico tocco di colore le Nike celeste fluo.
Mi si para davanti uno spettacolo che difficilmente dimenticherò: un incrocio tra la disco pomeridiana dell’adolescenza in provincia, una convention di fitness e un centro ricreativo per anziani. Palloncini gialli, un palco con una grossa Z di Zumba sullo sfondo, musica a palla, gente vestita fluo.
Siamo in tante, almeno 80 persone che mimano pasitos p’adelante e pa’ tras.
La popolazione anche qui si compone di una serie di tribù ben distinte: le Quinz latinas, sanno le canzoni e ti guardano con occhio di sfida come a dire “abbella, questa è roba mia, cultura mia, musica mia”, le Obese – Un anno per rinascere alle quali va tutta la mia stima per il coraggio di mettersi in canotta insieme alle istruttrici che sono mediamente delle pheeghe mortali, le Sciure che hanno quasi tutte una canotta con scritto “Red Passion” (e penso che per “Red” intendano “giovani cubani”), Las Invasatas ovvero quelle che conoscono tutte le canzoni e tutti gli istruttori e si sparano le foto con tutti e poi me. Io sono lì sola e ho anche il cellulare scarico.
Il bacino d’utenza è comunque a prevalenza sureña, siamo a Cinisello e qui o sei calabrese o sei un membro di una gang.
La musica è brutta forte ma la cassa è potente  quindi in qualche modo mi trascina.
Scendo in pista e assisto a una serie di scene una dopo l’altra di cui è davvero impossibile fare una descrizione dettagliata, riassumerò tutto in alcuni punti salienti:
– la bionda ossigenata piastrata coi capelli liscissimi, truccatissima, pantaloni fluo, reggiseno sportivo minimo e null’altro addosso se non delle scarpe con la zeppa col tacco. Tacchi per fare 3 ore di fitness aerobico.
– le urla a squarciagola all’ingresso della crew di ragazzoni nerboruti e mulatti che sculettano sulle note di Deorro con le Sciure che intonano a piena voce DESPASIIIIITOOOOO. Body is your temple and Luis Fonsi is your god.
– una coreografia a tema Far West, una coreografia a tema danza del ventre, una coreografia a tema Bollywood, tutte rigorosamente con movenze salsere.
– una folla scatenata che balla con sculettamenti latini anche Occidentali’s Karma. L’evoluzione inciampa (e cade di faccia).
– la tipa con la maglietta “Zarra Inside”. Come se qualcuno avesse dei dubbi dall’outside.
– un paio di coreografie guidate da quello che, ancora adesso, non ho capito se fosse un bambino o un nano. E non so quale delle due cose mi lascia più interdetta. No, davvero, una roba brutta ma brutta.
– la scena in cui arriva sul palco una che continua a sembrarmi senza le mani. Io sono davvero per l’inclusione e quindi la cosa mi lascia piacevolmente stupita. Includere una diversamente abile in un evento di fitness: che bella iniziativa! Poi mi sono accorta che aveva dei guantini neri di pelle che si confondevano con la scenografia.
– gli spari. Gli spari, mazzo. Cioè, siamo ad un raduno di latinoamericani in una zonaccia di periferia e il dj ha questa brillante idea, capito? Che fa sto genio ribelle? Mette il suono degli spari a ritmo di musica. Io sono quasi morta di paura per le prime tre volte. Poi l’ho mandato a stendere tra un to the left e un to the right. Mortacci sua e de Ricky Martin.

Insomma, alla fine il mio orologino controllavita ha detto che ho bruciato circa 800 calorie, senza contare le 3 ore di vita che potevo spendere in attività edificanti e invece ero lì. Ho ascoltato musica orribile,  esercitato lo spagnolo, visto che ci sono ragazze più grasse di me che si fanno meno problemi, ragazze più magre di me che si mettono pantaloni fluo vanificando quel bendidio di chiappe che si ritrovano, ballato le coreografie che conoscevo, mi sono sparata cinque o sei selfi ma soprattutto ho scattato la foto che da sola è valsa il prezzo del biglietto:

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Un uomo indossa una tutina giallo fluo con maniche a rete, il volto è quello dell’addetto mutui delle poste e porta pure gli occhialini in titanio alla Paolo Bonolis. E’ il mio idolo. 

Le 5 canzoni di un genere che non so definire ma che sono proprio di quel genere che mi piace tanto

A parte che è una vita che non scrivo una specie di classifica.
A parte che non leggo un libro di Hornby da troppo tempo.
E poi comunque io a ste definizioni moderne tipo “prog” non le capisco mai bene del tutto fino in fondo, già pe raccapezzamme co “indie” c’ho messo i miei tempi.
La musica è un argomento complesso da trattare.
E’ molto più personale del fatto, ad esempio, che ho il ciclo decisamente poco abbondante.
Ne ascoltavo di meglio da ragazzina, ero più aggiornata, mi sparavo emtivì di continuo e masterizzavo anche l’animadelimejo. Comunque sia se non ho il lettore emmepitrè mi sento abbastanza male. Poi però non c’ho mai voglia di cambiare i file dentro e arrivo ad ascoltare le stesse cose per mesi e mesi.
Quando mi capita (ma quando mi capita?) che mi chiedano quale sia la mia canzone preferita rispondo sempre, per pigrizia, Don’t speak dei No Doubt. In effetti è una canzone che mi piace tanto ma non credo che sia la mia preferita, diciamo che è una risposta preconfezionata che accontenta un po’ grandi e piccini, rocchettari e cafonari.
Ma poi, preferita de che? Preferita se sto al quarto gin lemon, me fanno male i piedi per i tacchi e sto con le amiche allora è L’amour toujours. Preferita se mi voglio tagliare le vene per lungo e largo e dietro le ginocchia come il poro Seneca,  probabilmente è Replay di Bersani.
Insomma, la musica è una roba complessa, cambia con l’età e coi periodi e coi ricordi che ci si associano.
E’ per questo che lentamente sono arrivata a comprendere quale sia il genere di canzone che mi piace tanto, quello che non citerei mai tra i miei preferitissimi ma quando passa nella riproduzione casuale del lettore non salto mai. Nzomma quella singassong che è sempre il momento buono per ascoltarla.

E quindi ecco le cinque canzoni tipiche del genere che piace tanto a me:

5. Jaqueline – Franz Ferdinand

4. Love Long Distance – The Gossip 

3. Bugiardo – Tre allegri ragazzi morti  

2. Lonely Boy – The Black Keys

E prima tra tutte una canzone che adoro, seguito della splendida Andate tutti affanculo ben più famosa, dalla melodia fricchettona e ondeggiante, ste schitarrate da scampagnata con la parrocchia, il coro da concerto mbriacone, e dal testo ricco in perle di saggezza.

1. Atto secondo – Zen Circus