CONTENUTI DI COMUNICAZIONE IN APPOSITI SPAZI DI RELAZIONE

Ho latitato, lo so. E’ probabile anche che continui perchè ultimamente ho troppa vita. Inversamente proporzionale alla vitalità. Diciamo che sono un pandispagna senza lievito: cuocio cuocio cuocio ma non cresco.

Di nuovo c’è che ho accettato il tirocinio del mammasantissima e questo non solo comporta che dirò eminenza e eccellenza tipo settemila volte all’ora. No. Devo pure trasferirmi a Roma.

Che di per sé sarebbe una gran notizia. La quale, però, non solo è abbinata alla storia di eminenza&eccellenza, ma anche alla ricerca di un alloggio.

Adesso, per chi non abbia mai vissuto fuori casa in periodo universitario la cosa non può apparire tanto drammatica quanto lo è in realtà. E’ più facile trovare un capello moro in testa a me che una stanza singola a Roma per due mesi a un prezzo inferiore a seicento euracci.

All’inizio la simpatica capitale illude che ci siano mille stanze dietro l’angolo, tutte offerte imperdibili, tutte vicino alla metro, tutte in zone sicure. Ma una bionda poco sprovveduta come me sa bene che economico-sicuro-comodo-disponibile sono tutti aggettivi non associabili a un qualsivoglia edificio italico.

Anzi, se qualcuno che legge sa qualcosa o ha da subaffittarsi tipo la bara della nonna, lo dica ora o taccia per sempre.

In tutto questo ci sono stati anche accadimenti piacevoli.

Tipo che è arrivata da me MiglioreAmicaUniversitaria per fare un corso a Roma. Non la vedevo da luglio scorso e mi è scoppiato il cuore di felicità a chiacchierare di nuovo con lei in pigiama sul letto. Poi ci siamo vestite e ci siamo sbronzate. A mezzogiorno (con la mia genitrice quoque) e alla sera (da sole).

Insomma quando c’era MiglioreAmicaUnivesitaria mi è pure arrivata una raccomandata. Da Napoli. Un pacco. (No, non quello). L’ho ritirato ed era un libro. E c’era una dedica che indicava una pagina. E in questa pagina si parla di una tipa che, in maniera sconcertante, assomiglia all’immagine migliore che ho di me (anche se, a onor del vero, non si menzionano panze). E insomma vedo che questo capitolo del libro è stato scritto da una Bionda che io conosco. Uno più uno, sì sì. Eppiness en satisfecscion. (Recempsirò appena ho tempo di leggerlo tutto, ovviusli)

Poi ho aiutato MiglioreAmicaUniversitaria a traslocare nel suo appartamento romano. Dormirà su un letto costruito con un ponteggio da esterni. Una roba assurda che la padrona lesbica di casa, la sua compagna e quel gran bono del coinquilino inglese (che gira in calzoncini e basta) si ostinano incomprensibilmente a chiamare letto soppalcato. Al massimo è un letto impalcato. La mattina verrà svegliata da un gatto di nome Pippo che esce e entra sul balcone passando per la sua stanza. Menomale che il letto sta a due metri da terra (senza protezioni) così almeno quella simpatica bestiola che spela ovunque non ci si potrà arrampicare. Si potrà obiettare, ragionevolmente, che è difficile arrampicarsi anche per la mia amica, lo so.

Va menzionato che MiglioreAmicaUniversitaria mi ha fatto la frencmanichiur coi brillantini dorati e poi ha pensato di farsi aiutare da me per il trasloco a Pippolandia. La sua valigia pesa come la mia famiglia e Pippolandia è sita al quinto piano senza ascensore.

Ho incontrato Pierfrancesco Favino alla Borri Books – ovvio- ed è uguale a com’è in tivvù.

Ho scoperto che in un qualche dialetto arabo bello e biondo si dicono allo stesso modo. L’ho sempre sostenuto che il medioriente sta un sacco avanti, io.

E poi oggi pomeriggio ho avuto lezione con una personificazione di donna perfetta. E’ la responsabile delle fiere di FieraRoma. E’ bellissima: alta, magra, vesitita di blu, con gli occhi celesti e i capelli biondi. E’ simpatica, alla mano, raffinata, si fa chiamare per nome e tiene lezione in maniera cordiale e interessante. L’argomento mi piaceva parecchio e va detto pure che, le rare volte che non dormo, entro in modalità LafrangiaSecchiona. L’aspetto mi aiuta: occhialetti ormai zozzi, naso lucido per il caldo, capelli con un elastico incacabile. Prendo e mi calo nella parte, intervengo, faccio simpatiche battute, pongo spinose questioni e cose del genere che portano allo svolgimento di dialoghi quali il seguente:

– Allora, qualcuno sa farmi un esempio di fiera concepita bisness-tu-bisness o bisness-tu-consiumer?

– Beh, sì…bisness-tu-consiumer è tipo "Io Sposa", no?

– Esatto!

– Beh, per dirne una..

– Eh, beh, hai detto bene…poi magari interessa, che so…ti sposi adesso?

– Direi di no…

– Beh, ti sposerai no?

– Beh, veramente pare di no…

– Beh, ma anche se uno è contrario al matrimonio…

– Mah, veramente no…

– Beh, se non ti vuoi sposare…

– Ma veramente IO LO VOGLIO.

RECEMPSIONE: CON LE PEGGIORI INTENZIONI

E’ un libro di Alessandro Piperno che mi è stato consigliato da GRGA. (Sì, anche io ho riso pensando a chi me l’ha consigliato e al titolo).

Innanzitutto va detto che il tomo è stroncato dalla copertina: scura, tetra e assolutamente non adatta al fine per cui era stata concepita.conlepeggioriintenzMi spiego meglio. Il libro è in prima persona, narratore è il protagonista (Daniel Sonnino) figlio fallito di una ricca borghesia ebrea romana anni Ottanta. Il tizio ci racconta, con tono (sin troppo) disincantato e critico cosa si celasse sotto la patina dello splendore della vita a cento all’ora di quell’epoca. Parla del nonno Bepy (che mi ha tanto ricordato il Conte Mascetti di Amici Miei): pelle perennemente abbronzata, completi di lino chiaro e occhi cerulei. Della madre: di famiglia cattolica, pratica, decisa, fedele-sempre a quell’albino borioso ma lavoratore del marito. Delle famiglie dei suoi compagni di classe: dai parvenu troppo lampadati ai bellissimi da copertina, dalle feste con cinquecento invitati e cascate di champagne alle motociclette lucidissime in piazzetta, passando per vacanze a Positano, statue, suicidi, cadute finanziarie e scoregge in piscina.

Insomma, dicevo, la copertina avrebbe dovuto essere più scintillante, invece sembra impolverata. Non so se sia voluto, in qualunque caso a me non piace.

GRGA mi disse a proposito dell’opera in questione "è una bella descrizione della Roma borghese". Nulla da eccepire.

Il problema, però, è che è solo una bella descrizione. La storia non sussite, non c’è. Ci sono episodi, anche lunghi, ben narrati, ma non c’è trama. La psicologia dei personaggi non è approfondita, se ne svelano le pochezze, le debolezze, le motivazioni futili alla base delle  apparenze splendenti…ma niente di più.

La lingua è ricchissima, ho scoperto un sacco di parole nuove e di certo non si può dire che Piperno non sappia scrivere. "E’ un signore che sa scrivere" [cit.]

Insomma, certamente da leggere, ma più a fine istruttivo che costruttivo.

RECEMPSIONE: UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Se c’è una cosa positiva nel pendolarismo è che si legge di più, perlomeno io leggo di più. Perché non riesco a concentrarmi sulle dispense di marcheting (senza eccezioni di sorta), né a dormire a bocca aperta (tranne qualche rara eccezione) né a sentire tutti i giorni, a ripetizione, le canzoni dell’emmepitrè che non ho voglia di cambiare.

Il tomo in questione lo comprai il giorno in cui conobbi lo Gnomo Libraio, non sapevo nulla di questo librone rosso con la costa viola. Giusto che era di moda, che l’aveva letto il prof di economia e che era campione d’incassi. Mi dissi che valeva la pena fare un tentativo.

Si tratta di un giallo ambientato ai giorni nostri in Svezia, è la storia di un giornalista (Mikael) e di una strana ragazza (Lisbeth) intorno a un caso di dubbia economia internazionale (Vagner contro Wennerstrom) e assassini. O presunti tali. E’ un libro di genere  – definizione che detesto, opinione alla Zecchi – ma nel suo genere è bello. Scorre liscio e allo stesso tempo incuriosisce. Tra le pecche annovererei l’eccessiva dovizia di particolari nella descrizione della genealogia dei Vagner, la sveltezza ai limiti del frettoloso della scena in cui appare l’assassino e la fine strappicchiata alla bene e meglio.

Mi spiego meglio: io capisco che si tratti della complicatissima saga di una casata svedese ma non vedo il motivo di addentrarsi sul figlio del cugino del marito della zia della vicina di casa del nonno della sorellastra di uno qualsiasi dei personaggi. Cioè, io dopo un po’ perdo il filo.

La scena in cui si svela l’assassino, va detto, è molto emozionante. Ho dovuto leggere sino alle due di notte (con la solita simpatica sveglia puntata sulle sei) perchè avevo paura di dormire senza sapere come andasse a finire. Sono facilmente impressionabile, per carità, però è proprio da inquadratura cinematografica: saspenz veloce, azioni improvvise, colpi di scena giusti. Talmente fatta bene che avrei voluto durasse di più. (Sì, vabbè, poi perdeva d’efficacia bla bla bla…).

La fine, diciamolo, non va bene no, no, no. Si nota con enorme facilità che è stata modificata per creare gli altri due libroni che seguono. E’ proprio troncata, netta, ci manca solo la sigla del telefilm. Mi ha fatto pensare alle inquadrature finali di Centovetrine quando Ettore e Laura stanno lì lì per baciarsi e comincia la canzunciella di Gianni Morandi. E’ artificiosa in maniera fastidiosa.

Ultima nota dolente: il libro pesa proprio tanto. E’ composto di circa settecento pagine scritte con carattere grande e leggibile però è una mazzata. Mi impicciava nella borsa di scuola, occupava lo stesso posto del pranzo e a letto mi sfiancava il braccio. Lo dovrebbero fare in fascicoli.

Mi rendo conto di aver elencato solo quasi note negative, in realtà la storia non è male. E’ un libro di intrattenimento, non bisogna cercare dentro altro: scordarsi significati intrinsechi, morali, illuminazioni circa dio, l’anima e il mondo. Di sta roba nisba, nothing, rien, nada de nada. Chi non l’avesse letto lo può tranquillamente fare in spiaggia st’estate, tanto la borsa da mare è capiente.

TENCHIU DURLI

Non ho una tesi da sostenere né un aneddoto da raccontare. Tutto scorre simile al resto dei giorni, il treno ha ingoiato il mio ombrello bellissimo, ho comprato un libro che cercavo in sconto e poco altro.

Dunque sono anche passata in libreria, lo Gnomo Libraio non c’era (o almeno non l’ho visto) e, in verità, non me n’è importato molto. Anzi. Mi interessava di più trovare un altro libro che non c’era. E io che insisto ad andare alla Borri.

Ah, sì, probabilmente una qualsiasi procace venticinquenne bionda sarebbe entusiasta di trovarsi qualche giorno in casa da sola. Beh, io no. Io no perchè torno alle 19.40 e mi devo fare la cena e lavare i piatti e, dato che non vivo più sola da un anno e mezzo, non ci sono più abituata.

In compenso, però, rendo grazie a laDurlindana perchè mi ha creato un templeit personalizzato che, in mai onessopinion, è proprio Biondo. Devo ancora farci un po’ l’occhio e immaginare come saranno i post prima della pubblicazione ma credo di potercela fare.

Riguardo il post bomba annunciato ieri, prevedo sviluppi. Non so se interessanti ma comunque sviluppi.

RECEMPSIONE: DANCE DANCE DANCE

Uno dei miei libri preferiti di sempre, entra in direttissima nella top faiv dei migliori libri letti nei miei primi venticinque anni.

L’ho finito da tempo ma ho voluto aspettare prima di recensirlo. Un po’ ero presa dalla questione del libraio, un po’ che è un libro strano. Poi oggi mi sono venute le mestruazioni e ho capito che s’era fatta l’ora.

E’ il secondo Murakami che leggo, il primo fu Norwegian Wood che mi piacque immensamente e allo stesso tempo mi lasciò dentro una gran malinconia (ne ha scritto molto meglio di quanto saprei fare io lanoisette).  La copertina recita "un folgorante noir giapponese", penso che se l’avessi comprato in base alla copertina – e quindi se la definizione folgorante-noir-giapponese mi fosse piaciuta – sarei rimasta immensamente delusa. Spero che dopo la mia recempsione si capisca perchè.

La storia narra di questo uomo intorno ai trentacinque, separato, scrittore di trafiletti per brochure che, a metà tra sogno e realtà, sente i suoi pensieri materializzarsi sotto forma di paure e intuizioni. Sul suo cammino incontra una serie di donne: prostitute misteriose che scompaiono, una tredicenne sensitiva, una famosa fotografa, una ex moglie e una resepscionist di albergo. Tutte hanno per lui un significato diverso e svolgono la funzione di guida: lo portano a bordo delle proprie vite alla scoperta della sua identità, alla ricerca di se stesso e della sua natura. In tutto questo ci sta di mezzo un attore bello e famoso che gli diventa amico, una morta, delle ossa, un tipo con un braccio solo e le Hawaii.

I viaggi che compie a Sapporo e alle Hawaii, seguendo un pianto femminile che sente nel sonno, altro non sono che il simbolo della svolta, del passaggio alla consapevolezza che la vita non può passare addosso senza lasciare traccia.

Due immagini ricorrono spesso, le ossa bianche pulite e splendide e l’espressione "spalare la neve". Se la prima ha un che di macabro, la seconda sta a rappresentare la concezione del lavoro – e anche dell’esistenza – del protagonista: inutile e ripetitivo, senza personalità, faticoso ma non impegnativo.

Murakami scrive benissimo: mai troppo prolisso, mai frettoloso. Dimostra, per l’ennesima volta, che è un libro con un uomo come protagonista apparente, ma il vero soggetto sono le donne: forti nelle loro ansie e nelle loro paure, pazienti ed emotive come solo loro sanno essere.

E poi, nella vita, si incontrano tomi pallosi, tomi che corrono via sotto gli occhi, che divertono, che semplicemente dilettano, tomi che insegnano e poi, come Dance Dance Dance, opere che lasciano un segno senza che te ne accorgi.

SCACCO MATTO – VERSIONE AGGIORNATA

Continua da qui.

Ho passato tutta la giornata a chiedermi cosa potesse pensare un tizio che sta lavorando e dal nulla gli si piazza davanti una perfetta sconosciuta che gli regala un segnalibro col suo numero sopra. Mi avrebbe potuta prendere per una stalker, adesso che va di moda, per una squilibrata o – non so- per un’addetta al guerrilla marketing che pubblicizza il proprio numero. Tipo versione moderna dei numeri nel cesso dell’autogrill.

Insomma a un certo punto sono in treno, sto tornando a casa, ormai disillusa. E squilla il cellulare con quell’odiosa suoneria alternativa nokia che fa tititì tiiii tiiiii due volte in crescendo. MI dico che è la vodafon che mi dice che non ho più mezzo euraccio.

Invece no. Colpo di scena. L’assassino è il maggiordomo.

Non mi dire che sei passata altre volte..e che io non ci ho fatto caso!non ci credo.cmq ci becchiamo per un caffè o un aperitivo nei prox giorni.ora non so dirti quando sono un po’ nei casini.ciao emanuele.bello klimt!

Testuale, testualissimo sms. Si sono avvicendate sulla mia epidermide le seguenti reazioni a catena: rossore, calore, rossore, contrazione, calore (ripetute per 5 buoni minuti). Un sorrisone durbanz, la risatina isterica, la faccia della mia compare di pendolo sconvolta da cotanto entusiasmo da parte mia.

Ovviamente non rispondo subito, non solo perchè non avevo credito. Ci penso e passo all’analisi del testo, riscontro le seguenti caratteristiche:

– non usa la K al posto di CH (posso amarlo seriamente)

– usa CMQ (come me, amo questa abbreviazione)

– annulla lo spazio dopo il punto e la conseguente maiuscola che non ha voglia di inserire (idem per me, deve avere un nokia pure lui)

– "…non ci ho fatto caso, non ci credo" : infatti. E’ assurdo. Come ha potuto non notarmi ben due volte in due settimane a fare uno scontrino in un negozio di Roma Termini? Cioè, vabbè che passa tanta gente, ma mica è tutta gente bionda. Deve dimostrarmi sincero amore affinchè possa perdonarlo.

– commenta la scelta del segnalibro di Klimt. Ovviamente ha dedotto erroneamente che non fosse una scelta casuale. Certo è che io non regalerei mai segnalibri austriaci e stropicciati in condizioni normali. Forse ci ha letto un messaggio subliminale che non c’era, meglio così.

– "…per un caffè o un aperitivo…" : ottimo! Già prevede l’incontro…

– "…non so dirti quando sono un po’ nei casini…" : mette le mani avanti e allo stesso mi tranquillizza sul fatto che probabilmente se ne riparla tra un po’.

– saluta con un semplice ciao. Bravo: sobrio, gentile, educato, previdente.

Forse mi è sfuggito qualcosa, però.

Ho consultato circa una quindiciventina di donne di varie etnie, età, provenienza sociale e culturale e infine ho parlato con MiglioreAmicaSecca. Dopo un paio d’ore gli ho risposto. E adesso scatto come una molla ad ogni percettibile alterazione sonora del mio apparecchio mobile. E per "percettibile" intendo anche percettibile a orecchio canino.

SCACCO MATTO

Quando la forza del divino a cui non credi si mette sulla tua strada, non ce n’è. Non puoi far altro che farti trascinare.

Questo ho capito stamattina. Sono arrivata alla stazione coi soliti venticinque minuti di anticipo e mi sono sistemata sulla panchina marmorea ghiacciata, mp3 e libro alla mano. Aspetto la mia compagna pendolare, sarebbe arrivata di lì a dieci minuti, intanto le chiappe perdono vitalità: tutto regolare. A un tratto sento annunciare un altro treno, quello per Tiburtina, che di solito mi fa arrivare tardi e mi costringe all’uso pure della metro. Inspiegabilmente e istintivamente mi alzo, attraverso il sottopassaggio e salgo sul questo treno qui, sola, senza avvertire la mia collega di pendolo.

Apro il libro, mangio quattro o cinque capitoli, ascolto Sagi Rei e comincio a percepire qualcosa di strano nell’aria…Non la solita puzza di treno regionale, non il solito olezzo della gente che fa colazione con le polpette fritte nell’olio di cocco, no no. E’ una sorta di vibrazione, la forza del divino, appunto.

Compare una prova tangibile e inequivocabile: il treno è in orario.

Quando succedono queste cose non si può far finta di niente. Mi avvio speditamente alla metro, salgo al secondo treno. Velocissimo anche questo. Comincio a preoccuparmi seriamente, c’è proprio qualcosa di sinistro in tutta questa puntualità.

Arrivo a destinazione, salgo le scale a piedi e non sento fatica. Ripenso alla tipa che mi raccontò del suo pellegrinaggio a Medjugorie scalza: non sentiva né fatica né dolore. Così ero io nei sotterranei romani, a piedi su una rampa di scalini sozzi: senza fastidi.

E passo davanti alla Borri -sì- la Borri Books. La libreria in cui c’è un casino a tutte le ore per antonomasia, un porto di mare, dove quando fai dieci minuti di fila per lo scontrino devi anche stare contento ché ti sei sbrigato presto. Ma sopratto la Borri Books, quella in cui lavora Emanuele, quella in cui Emanuele è sempre circondato da clienti e dalle maledette colleghe.

E stamattina era solo. Tutto ciò ha del soprannaturale, bisogna ammetterlo.

A questo punto cado in trance, mi si inceppano le sinapsi, mi si innesca il delirio. Con movimenti automatici alla Rosa&Olindo apro  la borsa, estraggo Dance Dance Dance, lo apro e tiro fuori il mio segnalibro. L’ho presto in estate a Vienna, per il centenario della mostra di Klimt, ovviamente raffigura Il Bacio. E’ un po’ stropicciato ma non mi importa, con una penna gel rossa ci scrivo a lettere tremolanti come le mie mani Quanti libri dovrò comprare ancora? Frangia 346….

Senza esitare mi dirigo alla porta, mi fermo tra una grata e l’altra dell’antitaccheggio e faccio:

– Emanuele? (faccia serissima)

– Sì? (faccia sorpresa)

– Tieni! (faccia allucinata)

– (sguardo perplesso) Grazie! (sorriso dolcissimo)

E mentre in un qualsiasi film si sarebbe visto lui a rallentatore che applica una torsione al segnalibro per osservarne il retro, io tosto esclamo:

– Ciao. (faccia serissima, quella da sirialchiller)

E fuggo con uno scatto che nemmeno Carl Liuis.Ridendo da sola. Saltellando. Facendo strani movimenti inconsulti del volto. Esagitata. Rossa, accaldata, palpitante, emozionata.

Poi mi sparo otto ore di economia aziendale che fiaccano un po’ il mio entusiasmo, ma manco troppo. E osservo il cellulare con fare ossessivo-compulsivo. Manco a dirlo che ricevo una quantità di essemmesse fuori dalla norma. E che nessuno di questi è di Emanuele.

Fino a che…. (continua)

RECEMPSIONE: UN RAGAZZO

E continua così la mia scoperta di Hornby. Ho capito definitivamente che per quanto qualcosa possa essere piacevole, alla lunga, mi smarona.

Il libro è fresco, innocente, divertente: non c’è niente che non vada. MA, c’è sempre un MA, io ho visto il film. E lo so che finisce diversamente, lo so che è il film che viene dal libro e non viceversa. Però tutte le incongruenze (vedi i capelli di Marcus lisci nel film e ricci nel libro –  e si sa che alle questioni tricologiche io sono sensibile) mi hanno urtato, mi hanno reso difficile girare la mia pellicola mentale.

La storia, come molti sanno, narra di questo scapolone ricco che ha come funzione principale della sua esistenza temporeggiare. Surfa sulla vita con fare indifferente e superficiale, non si sofferma, non analizza. Poi – ma va?- si innamora dei rapporti interpersonali profondi. Dapprima con un ragazzino squinternato, poi ovviamente con una strafiga in carriera.

Ho trovato un grosso errore nella traduzione (o nel controllo della traduzione): il verbo scherzarsi per prendersi in giro. Poi non so, magari sono troppo suscettibile a riguardo, ma si sentiva proprio che era stato tradotto da qualcuno del nord. Che fastidio. Mica per il nord, eh, ci mancherebbe. Ma perchè i modi di dire erano tutti molto lontani da me ( e molto vicini alla Lombardia o al Veneto o a qualcosa lassù).

L’ho mangiucchiato in quattro giorni. Quattro bellissimi giorni in cui ho perennemente pensato a Iuggrent. Canticchiando questa canzoncina fantastica.

 

IL FUOCO E LA DOCCIA

Oggi ho fatto il primo esame al master, l’argomento era il marketing ma avrebbe tranquillamente potuto intitolarsi "come stracciarsi i coglioni in maniera analitica, strategica, differenziata e con servizi aggiuntivi". Poi ho passeggiato pea maggica capitale, poi sono andata a una scuola di scherma. E fin qui niente di che.

Poi, come tradizione di esame impone, mi sono fatta un regalo: normalmente sono scarpe o mutande pornazze, stavolta sono andata a libri. Ho varcato la soglia della libreria della stazione Termini, ho confermato la mia adorazione per questo negozio. La roba è tantissima e incasinatissima, millemila scaffali e gente che parla tutte le lingue, in compenso nessuna commessa scassapalle. Avevo 40 minuti e mi ci sono dedicata per bene, anche se ero entrata abbastanza determinata e con un titolo preciso in testa. Ho buttato l’occhio sulle due casse, su una era posizionata una tipa che a me sta antipatica, o troppo indifferente, allora sono andata all’altra, dove c’era ragazzo-giovane-con-occhiali. Due clienti avanti a me. Poi arriva il mio turno.

– Salve…questi due…

– Sì….ah, che bello, questo è stupendo… (faccia gentile)

– Davvero? ho già letto Norwegian Wood, mi è piaciuto…spero di bissare… (sorriso)

– Questo è anche meglio…(sorriso)

– La traduzione è sempre di Amitrano, mi pare affidabile…

– Ah, è lui anche per questo?

– Mi pare di sì, controlla…

– Ah, vero, "La ragazza dello Sputnik" anche è bellissimo…  (sorriso)

– Sarà il prossimo, di certo, ma di mezzo ci metto questo qui… (sorriso)

– Sono trentaquattro e sessanta…

– Eccoli…invece questo l’hai letto?

– Ancora no…

– Dicono sia bello… beato te che lavori qui, sempre in mezzo a nuove idee… (faccia entusiasta)

– In realtà non è poi così bello, sembra di non leggere mai abbastanza… (faccia pensierosa)

– Ma almeno sei stimolato…

– Beh, quello sì…

– Beh, io vado, ho il treno…ciao e grazie (sorrisone)

– Beh, buon viaggio e buona lettura…

Si pongono diverse questioni: da quando mi intendo di traduzioni dal giapponese tanto da poter affermare che Amitrano sia un bravo traduttore dal giapponese? Avevo nulla tra i denti? No, perchè ho sorriso un sacco.

Morale della storia: Anche se uno non crede ai colpi di fulmine può restare a pensare due ore a un commesso della Borri Book. Se il commesso è anche moro, rasato, con occhialini carini e sorridente, si potrebbe considerare l’ipotesi di cominciare a credere nel colpo di fulmine. Se questa ipotesi si dovesse verificare, poi, si pone il problema di come contattare tale commesso della Borri Book.

borri book

Ps delle ore 00.54: se all’una e con la sveglia programmata alle sei mi metto a fare questi lavoretti di fino con paint, sono davvero nel pain.