QUALCUNO NORMALE – Chirurgia plastica capitolo 1

Qualcuno mi dica che tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Lavori una vita ma tutto questo è normale
Non c’è via di uscita ma tutto questo è normale
La gente è impazzita ma tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Qualcuno normale – Fabri Fibra e Marracash

Finisco sempre col domandarmi se alla fine il problema sono io, perché sinceramente non mi pare normale collezionare un caso umano dopo l’altro in ogni singolo settore della mia esistenza. Passi per gli amici ché alla fine magari sono simili a me, passi per i colleghi ché alla fine ti si accozzano, passi per il familiari ché non te li scegli. Ma io c’ho pure la barista del bar sotto l’ufficio che è problematica.
Nzomma, devo subire un intervento di chirurgia plastica. Chissà se un giorno approfondirò questo argomento.
Comincio a cercare dei chirurghi che, si sa, la selezione del fornitore per un grande evento è pressoché tutto. E un chirurgo plastico a Milano è come cercà Maria pe Roma.
Cerco tramite pareri di gente che conosco, tramite suggerimenti di amici di amici e poi ovviamente uso anche internet. Ma come faceva la gente a trovarsi i clienti prima di internet? Continuo a non trovare risposta.
Incontro di tutto, ma di tutto tutto: siti di chirurghi con in bella vista due tettone in un reggiseno fuxia di pizzo, culi di marmo di ogni foggia, nasi di ogni forma e colore…ce n’è per un intero freak show.
I punti in comune tra tutte le offerte sono essenzialmente tre:
– l’assoluta vanità del chirurgo
– l’assoluta assenza di pori della pelle da qualunque foto
– l’assoluta insensatezza degli slogan dei dottori, tipo:
bellezza unica

Ma che significa? No veramente, che vuol dire in italiano sta roba?
Poi ci sono proposte di interventi che, per usare un eufemismo, fanno sorridere:
FILO CHE SOLLEVA
Questo è “il filo che solleva” il culo. Bi ap. Invero le foto del sollevamento devo dire che sono molto convincenti.
Vabbè, fatto sta che contatto una serie di medici. Contatto anche quello che ha rifatto lezzise a Belen. Mi scontro con segretarie in assetto da guerra che non sono disposte a darmi un appuntamento prima di Luglio di un anno non ben specificato, altre che penso vengano da un corso di formazione della Worwerk perché insistono per avermi in studio più di un venditore del folletto.
Alla fine scelgo un tipo, la cui PR (sì, molti chirurghi hanno qualcuno che cura loro le relazioni pubbliche) firma qualunque cose con un hashtag. E l’hashtag è #labossdelletette.
Vado da questo dottore un pomeriggio tardo, è vicino all’ufficio e lui si è detto molto disponibile a un’operazione a breve come da mie esigenze.
Mi accomodo in sala d’attesa e vedo gente girare con in mano fari, telecamere, cose.
Vicino a me c’è una con il presunto ragazzo che passa il tempo a guardare il cellulare e dire: “nooooo, hai visto amo???? è morto Notorious BIG, quanto mi dispiace! Mi piaceva un casino, cioè è un rapper fighissimo, chissà come è morto…nooooo, che dispiacere!”.
Vaglielo a spiegare che era il ventesimo anniversario della morte del suo – a quanto pare – rapper prefe.
Nzomma , con quaranta minuti di ritardo mi riceve il dottore, mi fa scendere in una stanza sottoterra e mi prende delle misure, mi spiega un po’ e mi fa un preventivo pressoché stellare.
A quel punto gli chiedo come mai ci fosse tutta quella gente in giro per lo studio, stavano forse ristrutturando?
No. No no. Stanno facendo un reality. Il dottore è il protagonista di un web reality sulla chirurgia plastica con tanto di provini via web per le possibili candidate.
Vabbè dai, è il duemiladiciassette, magari è un modo per farsi pubblicità e poi vai a capire, magari è famoso, chissà, dev’essere bravo, forse.
Passano i giorni e io contatto altri dottori ma intanto mi porto avanti e comincio ad effettuare le analisi preparatorie preoperatorie di rutìn.
Uno di questi esami è un’ecografia dell’addome. Vado in un noto centro medico milanese accanto all’ufficio per velocizzare, mi metto in coda alla casa automatica e poi sento chiamare: “Signora Liscia? Prego!”, raccatto borsa e cappotto e mi avvio allo studio.
Ad aprirmi la porta c’è questo essere che chiameremo Dottor Full Monty: bono ma bono. Ma ragazzi, ma bono veramente. Non è minimamente il mio genere (in fin dei conti mi piacciono con la panza e la barba) però è innegabilmente un bellissimo uomo. Altezza media, capello pettinatissimo un filo tamarro, mento e zigomo scolpitissimi, dentatura in ceramica, i pettorali che si vedono dal camice.
Ovviamente l’ho guglato ed eccolo qui:
dottoreScoprirò durante il mio percorso di stolching che è quello che ha spunturinato la bocca alla futura lider di CasaPound (CasaPound MERDA sempre, n.d.a.).

Sinceramente ho pensato a una chendid camera, mi sono detta “vedrai che mo questo comincia a spogliarsi o mi dice di essere un tronista di Lady Mary”.
Nvece no.
“prego si sdrai, sollevi la maglia, abbassi l’allacciatura della gonna” e via di gel e di manopola. Il braccio muscoloso che si muove mostrando un bicipite che sa cosa sia un bilanciere, lo sguardo perfettamente disteso rivolto al monitor.
“trattenga il respiro e tiri indietro la pancia” abbello, da mo che sto tirando indietro la pancia!

E gira gira con la manopola, mi inzacchera tutta la camicia, un casino. Continua e poi, Dottor FullMonty schiude la sua bocca perfettamente simmetrica e pronuncia con decisione “ha l’intestino pieno pieno pieno di gas!”

Dottò che faccio, rilascio?

Noi ragazzi dello Zoo del Digital

Se tu mi chiedi cosa faccio in questa vita amico mio
La sola cosa che so dirti è non lo so nemmeno io
Arisa – Guardando il cielo

Col tempo cambiano tante cose, figuriamoci se una donna giovane non cambia lavoro durante l’amore ai tempi dello stage.
Ho finito un anno e mezzo di fa di lavorare presso BrumBrum…non saprei cosa dire se non che è stata un’esperienza partita benaccio e finita tra le fiamme dell’inferno del mobbing. Non sono mai stata una particolarmente morbida nei confronti dei propri doveri, ho sempre speso parecchio di me in quello che faccio, indipendentemente dal salario…nella convinzione che io non sono il mio lavoro, ma porto me stessa in quel che mi metto a fare, eppure sentire rubare in un modo così ingrato il mio impegno mi ha letteralmente annientata.Peggio, mi ha spenta.
O forse, più semplicemente, a ‘na certa arriva un momento che di svegliarti e passare la giornata in un mare di stronzi ti fa affogare nella merda. Plausibile, semplice, probabilmente la verità.
Comunque, ci sono attimi della vita che non ti spieghi, uno è stato il mio colloquio di dieci minuti in due stanze lontane circa 700 metri una dall’altra con due persone totalmente diverse, undici mesi fa.
Mi ha chiamato la solita agenzia interinale d’ordinanza, chiedendomi di mentire sul mio civvì…”guarda che io non ho per niente un ottimo inglese, io ho l’inglese arrangiato, quelli so bilingue, dove cavolo vuoi che vada?”
“Frangia, senti, facciamo che cambi il tuo buono in ottimo e me lo mandi, ok?”
E quindi sono arrivata nei coloratissimi uffici di questo colosso del mondo moderno, che per facilità chiamerò Prestidigitale.
Il classico posto wannabe in California ma sto a Piazzale Loreto.
Mi accoglie questa signora splendida dal rossetto corallo chiaro e le sopracciglia alla Cara su capelli rossicci, dall’età pressochè indecifrabile (giovane vecchia o vecchia giovanile?), magrissima – savasandir, siamo a Milano baby – che io dovrei sostituire tipo dopo 2 giorni. Mi dice che lei si occupa di troppe cose per stare lì a spiegarmi e che devo parlare col Mega Direttore Galattico “che è molto demanding, quindi è importante fare push back”.
Avrei dovuto farmi un selfie solo per rivedere la mia faccia in quel momento. Click.
Poi passo in quest’altra stanza e incontro lui, il mitico Mega Direttore Galattico. In effetti è Mega: 2 metri per 2 di uomo maxigigante, gli stringo la mano e dico addio alle mie dita destre…ciao amiche di una vita, vi ho voluto bene, grazie per quello che avete fatto con me pettinandomi o facendomi scrivere i compiti in classe. Miracolosamente mi torna indietro il braccio e la mano è ancora attaccata, potrei iniziare a credere in Jesoo. Scopro che è davvero anche Direttore, maxi capo del mondo delle galassie dei bit, dell’internet e di tutto quello che può passare per una fibra ottica, scarlattina inclusa. Non scopro subito che, a dirla tutta, è anche Galattico.
Ha un braccialetto rosso di quelli che ti contano i peli del culo dal battito del cuore nel polso e ti dicono quanto peseresti su Saturno. E’ cordiale, affettato e studiato, ha una camicia lilla, mi fa delle domande tipo “rispondi subito, subito, subito!”, non so se ridergli in faccia o mandarlo a Viterbo. Per puro culo rispondo la cosa giusta, o azzecco una battuta o – col senno di poi – semplicemente non mi stava ascoltando, ma ride. Mi fa il colloquio in inglese e voglio morire. Ma non muoio.
Fuori in 60 secondi e va bene così, onestamente la mattina avevo fatto un colloquio dettagliato meno ansiogeno e più rassicurante.
Ma se è vero che quando te dice male te mozzica pure la pecora, è anche vero che quando finisci per caso sotto una buona stella ti va di culo e tutte quelle che mandano a colloquio con te sono delle morte di sonno.
Abbiamo avuto culo quel giorno, sia io che Teddi, il Mega di cui sopra.
E nzomma qui ci diamo del tuo, qui mangiamo la frutta bio, qui è importante sentirsi una squadra, e qui la gerarchia non esiste ma ricorda che Teddi non ama che si venga in ginz.
Io ho passato 15 fottuti giorni all’inferno: ero finita a lavorare casualmente alla Prestidigitale, quasi non ci credevo, e poi eccomi lì a non capire manco cosa si dicessero le persone. In questo mix di itanglish incomprensile sia nello stivale che oltremanica. A usare un programmino demmerda del computer anche per potersi spostare da una scrivania all’altra, perché vuoi mica che uno , chessò, dall’India non possa vedere dove minchia sei seduto tu in un maledetto openspace a Milano. Non sia mai.
Ho pianto di paura e poi ho riscoperto una roba che mi sembrava aver perso per strada all’università, quella forza che non capisci perché cavolo stai facendo qualcosa che ti fa soffrire ma senti che smettere sarebbe sbagliato: la tenacia. Che per una svogliata, pigra, insicura, paranoica e ancora pigra come me, è praticamente tutto. Tenacia e sensi di colpa ed ecco che la mia vita segue un movimento regolare. Oserei dire intestinale, se andassi di corpo normalmente. E invece.
Poi le cose sono cambiate, io continuo a non capire quasi nulla di quello che si dicono coi loro acronimi del menga, ma mi sono ambientata e sono stata fagocitata.
Siccome wannabe in California pure io adesso, ogni tanto dico “miting” al posto di “riunione” ma mi impegno a non “schedulare” e tutte le solite robe che avete già letto su Feisbuc perchè, probabilmente, come me siete tutti dei fanatici del bello scrivere e del bel parlare (non si dice grammarnazi, puttana galera!).
Ho tanti colleghi, ma tanti, ma tanti…e maledettamente così vicini, a portata di scrivania.
Nzomma: lavoro nuovo, vita nuova, bestiario nuovo. Non chiedetemi se sono felice, sono principalmente stanca ma troppo adrenalinica per riposare.
Benvenuti nello Zoo del Digital, we never stay calmi.

ASTENERSI BUONISTI – il mio sguardo insofferente al mondo del lavoro

Durante le 8 ore tenedenti alle 11 di lavoro quotidiano ho sempre aperta la finestrella di gimeil.
Lì, tramite la ciattina di gogòl mi tengo sempre in contatto con AmicaUmbra, ci scambiamo linc scemi o ci chiediamo come va. Nzomma, prima vivevamo insieme e questo accadeva la sera davanti a una tisana, ora che siamo diventate signorine grandi manteniamo questa costanza così.
Noi siamo due del centro Italia che hanno trovato lavoro senza spinte nella Milano già bevuta dei giorni nostri, ci siamo barcamenate in professioni più o meno adatte a noi e siamo giunte ad avere, tra un sospiro e l’altro, lo stipendio a fine mese. Io ho avuto modo di mantenere lo stesso lavoro dal mio trasferimento, faccio la balia di The President un riccone (chissà per quanto ancora) che s’è comprato un’azienda e gioca a farla fallire. Sta ottenendo risultati strabilianti.
Il mio lavoro inizialmente mi piaceva abbastanza, bella gente e bei discorsi, tanto francese, tanta Cote d’Azur, tante traduzioni legali…insomma, un bel modo per rispolverare la laurea unito a quell’aurea di intoccabile che solo essere il braccio destro di qualcuno di potente sa darti.
Non è il massimo? Lo so bene, io adoravo il mio lavoro di Roma, mi coinvolgeva e faceva innervosire, mi sfiniva e dava soddisfazioni e, per quanto qui sia tutto diverso, ho sempre cercato il buono di un posto di lavoro di alto profilo e relativamente affidabile, di un contratto lungo addirittura 12 mesi e con i bonifici di stipendio addirittura tutti i mesi.
Dentro di me ho sempre covato l’idea e l’aspirazione e la speranza di tornare a lavorare in comunicazione,  di fare quello che mi viene meglio e in cui mi sento a mio agio: mettere un tailleur e intrattenere relazioni istituzionali, elargire sorrisi anche con le vesciche sotto a piedi, ingozzarmi di nascosto di roba di catering di primo livello, guardare da vicino un mondo che più conosci e meglio lo eviti.
A contatto coi Signori della Guerra ho visto sta gente che mi ha fatto spesso -sempre?-  schifo, La Russa per dirne uno, gente che dall’alto dei suoi premi di produzione trimestrali da novantamila euro, veniva a piangere miseria con me perché le sue azioni del Palazzo delle Guerra avevano perso valore. Genitrice una volta mi disse “ma non ti viene di mandarli a fanculo?” eccerto che mi veniva e mi viene tutt’ora, ma ho elaborato un distacco chirurgico, ho visto davvero la decadenza putrefatta che c’è dietro tutte queste storie di soldi a palate. Dopo aver invidiato l’autista e le quattro carte di credito per dieci minuti buoni ho scovato il referto di tentato suicidio della figlia diciottenne, dopo aver sbavato sulla barca nel porticciolo di Cannes ho visto lo status di uozzap della ragazzina dodicenne col padre al terzo matrimonio “odio tutti”. Insomma se quella montagna di presunta bella vita, senza eccezioni, l’ho sempre beccata a doppio filo con qualche voragine sul dramma personale.
Sono come i cinesi, dico sempre, sono semplicemente molto diversi da noi ma non ci scambierei manco un’unghia.
Ma se pensate che questo sia un modo lungo e giracheterigira di dire “meglio nascere fortunati che ricchi” o solo “i soldi non fanno la felicità” beh, fermi tutti, non è come sembra caro!
Io sti mondi li osservo per lavoro e, onestamente, fare comunicazione con tanti soldi è stato bellissimo. Vogliamo mettere fontane di cioccolato alte tre metri? Mettiamole. Vogliamo mangiare al Savini in galleria a Milano? Prenotiamo. Vogliamo offrire i biglietti della prima alla Scala? Offriamoli e già che ci siamo sponsorizziamo un fantastico museo d’arte moderna.
Tutto ciò è stato semplicemente divino, soddisfacente, grandioso, divertente e clamorosamente sulle spalle dei contribuenti.
Ora no.
L’amore che strappa i capelli è finito oramai [cit.] e sono qui, in un’azienda che dovrebbe produrre prodotti che non produce comprando materiali da fornitori che non paga per vendere i suddetti prodotti a clienti che non comprano e, quando comprano, non ricevono la merce. Tutto questo, in one word: la crisi, beh, mi fa cagare.
Mi fa schifo, mi annoia, mi stressa di quello che stress che ti fa venire voglia di ammazzarti e zero adrenalina.
Mi chiamano sti poracci per il saldo di fatture da 400 pidocchiosissimi euro, mi chiama quell’altro che ha comprato una felpa cambogiana da cinquanta pidocchiosi euro e siccome non gli è arrivata allora pensa di potermi dire che io non capisco quanto sia grave. Mi arrivano email di gente che dice di citare personalmente in tribunale me, Lafrangia Liscia, perchè pare una volta j’ho risposto al telefono e detto di chiamare l’amministrazione e allora sono cattiva e metteteme dentro e buttate le chiavi.
Mi chiama un birraio artigianale a dirmi che per l’evento vuole mille miseri euro per la fornitura e devo rispondergli che è troppo. Troppo? Ma se na cena tra quattro stronzi che siamo io, il Primate, AmicaUmbra e Altissimo ne spendiamo 60 di Falanghina? Io non ho davvero parole.
E poi c’è un altro aspetto: gli annunci di lavoro. Ogni volta che ne pubblico uno ricevo 200 o 300 cv in meno di 24 ore ed è avvilente. E’ la prova provata che devo anche dire grazie e sissignore perché almeno io uno straccio di lavoro ce l’ho. E comincio a ricevere telefonate su telefonate di persone della mia età o anche più grandi che dicono “io ho bisogno, ho un bambino, vengo anche per poco” e, siccome non sono una bestia, cerco sempre di dare una spiegazione con tono carino, di essere sincera, di svicolare un po’ dalle direttive per cui “se li volemo li chiamamo noi” e “le faremo sapere”, perchè ho ben presente quanto faccia schifo stare a casa in attesa di un donatore di lavoro. Ma essere carini sempre per pura pietà va bene, solo non va bene 300 volte al giorno, è deprimente. Quello che all’inizio dicevo con spontaneità e entusiasmo, con sincerità e comprensione ora è sempre la stessa frase stantia che suona vuota e falsa.
Lavorare così è pesante, è svilente e non è per niente figo.
La vita di ognuno di noi è piena di piccole miserie, almeno al lavoro voglio scialare, voglio poter pensare un minimo in grande.
E, sì, lo so, a scuola non c’hanno manco la carta igienica per pulirsi l’ano, lo so. Ma qui è il privato, qui questi cercano maldestramente di ammonticchiare capitali, non c’è nulla di nobile, nessuna velleità educativa.
Io voglio immolarmi per otto ore al giorno alla grande de dello spendi&spandi: l’immagine aziendale.
Basta morti de fame, basta fatture insolute, basta insulti per poche centinaia di euro, basta ragionare sempre da miserabili. Che due palle.
Meglio ricchi che poveri, mi spiace, ma da qui non se scappa.
Lo sporco capitalismo ce lo siamo preso, farà anche schifo, però godiamocelo.

A me lavorare coi poracci fa schifo, questa è la verità.
Ridatemi i politici corrotti, ridatemi i caccia che scoreggiano il tricolore, ridatemi i musei, sono Bionda, ridatemi le mie maledettissime fontane di cioccolato.

SE TI FAI POCHE DOMANDE AVRAI TUTTE LE RISPOSTE [cit.]

Nzomma alla fine mi sono sposata.
A Luglio.
E non ho più scritto niente qui.
Per farla breve: lacca, lacrime, lacca, ombretto, lacca, orchidee, lacca, Primate bellissimo in demi-tight, lacca, amiche in gran spolvero, lacca, piangere a fontana, lacca, riso, lacca, ravioli e tartufo e spinaci e merlot e buffè di dolci, lacca, sbornia assoluta, lacca, danza sfrenata, lacca. La mattina dopo lacca, piscina, lacca.  Per farvi capire de che stamo a parlà:
gaga wedding

In sintesi, ne parlavo ieri con MIO MARITO, il matrimonio è una gran bella festa, ma davvero bella. Poi stare insieme è un altro paio di maniche. Per quanto mi riguarda, festone della madonna con balli e balletti olnailò, #unvodkalemonperlasposa che è stato l’hashtag più usato tra il 20 e il 21 luglio nella bassa Umbria, finalmente una grande rimpatriata dei migliori amici della mia vita tutti insieme da ogni parte del mondo  a parte, credo che ne sia valsa la pena solo per vedere questo sguardo qui rivolto a me:

primate sguardo

Ma non sono qui per parlare di cose mielose o di feste invidiabili e invidiate, bensì per narrare di una di quelle faccende molto ganze che accadono quando meno te lo aspetti e quindi indossi delle scarpe di merda (nel mio caso, sempre della Geox).
Fatto sta che torno un finesettimana in Umbria senza Primate, vado a trovare la mia genitrice e quel mito de mi nonna, mi programmo un paio di appuntamenti con le amiche di sempre: MAS e Tatta.
La prima sera esco con Tatta e purtroppo proprio non posso svelare quei pettegolezzi che tanto vorrei, sennò ce scappa il morto. Ma la seconda sera esco con MAS, decidiamo di farci una cena nell’unica città del posto, in centro, e bere una cosa in giro.
Morale della favola andiamo in questo ristorante che fa capire a cosa serva l’Umbria nel mondo: magnà come Dior comanda.
Chiaramente essendo partita di corsa e con un bagaglio minimo, senza aspettative di uscita, mi ero portata da Milano un paio di ginz, una giacchetta di merda e nessun paio di scarpe eccetto quelle con cui viaggiavo: dei mocassini di pelle color panna. Molto belli per andare in ufficio. E infatti stavo in un ristorante sciccoso del centro. In Umbria, vabbè, ma sempre ristorante sciccoso del centro.
Ma nzomma, sticavoli, io me so sposata, io da sto posto sono scappata, io non volevo avere l’obbligo morale di mettermi in tiro per non essere a disagio, io questo obbligo me lo impongo quando mi gira ma poi chi vuoi che ci sia in giro..
Ecco, le ultime parole famose: pareva Ibiza al quindici di agosto.
Una roba impressionante, gente accalcata ovunque, io robe così veramente mai viste a Roma o Milano. Tipo che a confronto Trastevere il sabato sera è depopolato.
Vabbè, noi dopo mesi che non ci vediamo con calma riusciamo a raccontarci tante cose. E il quarantenne in crisi di MAS, e le vite come cambiano dai 25 ai 30 anni e poi pettegolezzi a nastro. Facciamo quindi quattro passi in mezzo a questa calca ben vestita del sabato sera, incrociando facce conosciute del liceo, alcuni amici di MAS che salutiamo al volo e via….libere nel mondo come due consapevoli giovani donne.
Ridenno e scherzanno chi scorgo tra la folla? Il Bel Sottomesso!
Devo obbligatoriamente fare una digressione un po’ lunga: il Bel Sottomesso, come dice il nome è bello e è stato anche parecchio sottomesso a me medesima. Lo conobbi per caso uscendo da un locale appena tornata in Umbria dopo la laurea. Io ero così: magra, raggiante, convinta di me, leggermente sull’orlo della depressione, sempre coi tacchi, abbronzata, arguta e maledettamente 23enne. Non posso certo biasimarlo per aver avuto un colpo di fulmine intravedendomi mentre un suo amico ci provava con me. Lui era un 28enne simpatico, timido, degli occhi molto espressivi, un po’ all’ingiù e molto scuri ed espressivi canile style, poco scolarizzato ma per niente ignorante, mite, arguto e con degli addominali che avrebbero comunque giustificato qualunque cosa.
Mi aveva soprannominato “la variabile impazzita”, un nomignolo molto tenero, a significare che mi avrebbe scambiato per una scemetta del paese invece, guardandomi meglio, ero me. Cominciammo a frequentarci e io mi affezionai, lui invece si innamorò. Ci furono varie fasi: ” io ti amo, tu mi ami?” “un po’”, “mamma ti ha invitato a cena, fa i piccionacci arrosto, vieni?” ” a parte che sono vegetariana, ma comunque manco morta” fino alla finalissima “Frangia io con te non voglio litigare, tanto tu vinci sempre!” “Ok, Bel Sottomesso, direi che la piantiamo qui”.
Nel frattempo avevamo presentato e fatto iniziare una storia seria tra MAS e un suo amico che a sua volta aveva presentato al neomollato Bel Sottomesso la sua amica Nana.

A ripensarci mi sento un po’ stronza, anche perché l’ho perdonato subito per l’infamata che mi ha fatto appena ci siamo mollati e ha iniziato a uscire con la Nana: aveva appuntamento con lei ma è corso sotto casa mia a dichiararmi il suo amore, poi è andato in ritardo da lei dicendo che l’avevo chiamato io. Che poraccio. L’ho perdonato come si perdonano i bambini che fanno i dispetti: ti arrabbi e ti urti, ma poi li perdoni subito perché la verità è che sei superiore.

Nzomma niente, passeggiamo e io lo scorgo accanto a me a chiacchierare con due tizi in piedi in piazzetta. Istintivamente, con lo slancio di chi ha visto un vecchio amico, gli do una bella pacca sulla spalla:

– Oi ciao!
– Ooohhh ma ciaaaaoooo (fa lui a braccia conserte)
– Insomma come stai? (non mi avvicino)
– Bene dai…(e mi da i classici due bacetti alle guance)… ho saputo che hai fatto il grande passo!
– Ah, ammazza, le voci corrono! Ebbene sì…(mostrando la fede) e chi te l’ha detto?
– Eh, chi me l’ha detto…me l’hanno detto…
Entra MAS  a gamba tesa: – E vabbè via, noi andiamo mo…
– Insomma che mi racconti, tutto bene?
– Ma sì dai…tu ora dove vivi? Non stai qui vero?
– Eh no, sto a Milano…
– Beh, certo!
E ancora palla a MAS: – Vabbè dai, mo andiamo…
– E un attimo che sto salutando! Tu invece tutto ok il lavoro?
– Sì sì..e tu?
– Sì tutto ok …madonna quanto tempo è che non ci vediamo!
– Eh…saranno, quanti? 3 anni…
– Veramente credo sei…io stavo qui nel 2007…
– Eh…(faccia da mente locale) eh sì!
E ancora MAS che incalza: – Vabbè dai senti andiamo…
Io a quel punto anche un po’ urtata chiudo questa conversazione di cortesia che sarà comunque durata non più di un minuto e mezzo.
– Vabbè, mi ha fatto piacere, alla prossima e buona serata!
– Anche per me, ciao via, ciao!

Riprendiamo il passeggio e mi giro verso MAS un po’ stupita: ma insomma ma che era sta fretta? stavo a salutà, calma un attimo, che t’ha fatto sto poraccio?Un minuto signore mio…sei stata anche sgarbata.
E MAS  mi illumina: ma possibile che non ti sei resa conto? non hai visto che succedeva dietro di te? fra un po’ ce menavano!
Faccio mente locale e mi rendo conto che con la coda dell’occhio avevo registrato un movimento sospetto alle spalle di Bel Sottomesso, una sorta di gruppetto che dalla posizione circolare passa a quella della falange da combattimento con una donna particolarmente bassa al centro.
Morale della favola quella è la rediviva Nana, la mia copia venuta male con cui Bel Sottomesso aveva cominciato a uscire all’epoca e con cui sta ancora insieme. Lei, l’unica donna al mondo che vede in me il demonio personificato. Anche perché non mette mai i tacchi e lui è un feticista (aveva una fotogallery delle mie scarpe immortalate di nascosto dai suoi amici nel cellulare)…purtroppo per essere proprio tutto cinematografico non avrei dovuto indossare i mocassini Geox, mannaggia a me.
E io tutta entusiasta della vita [cit.] non mi ero accorta di nulla, salutavo, elargivo sorrisi e spontanea ammirazione, affetto a palate gratis. E quella dietro che affilava le lame e disponeva quelle quattro amiche a testuggine.
Mi metto a ridere, ride anche MAS.
In contemporanea ridiamo e riflettiamo che non c’ha messo manco mezzo secondo a dirmi che sapeva del mio matrimonio, cioè, s’è ricacato la notizia subito, manco un  “come stai?ho saputo che..” No, bello deciso, coglie il punto della notizia che l’ha colpito e affondato direttamente. Aiutatemi a dire “sei un grosso poraccio”.
Poi la risata si trasforma in un amaro sorriso pieno di consapevolezza: rifacendo dopo anni un’uscita tipica dei nostri vent’anni abbiamo ritrovato le stesse persone, nella stessa via, con lo stesso Negroni in mano, maschi che parlano coi maschi, femmine che parlano con le femmine. Bel Sottomesso lì, coi suoi soliti occhiali né belli né brutti, la sua polo, i suoi ginz, il suo culo galattico, il suo drink, i suoi occhi belli eh, ma da cane bastonato che mi fanno veramente venire voglia di prendere un bastone e daje più forte una volta per tutte.
Insomma, c’avremo anche i nostri bei problemucci mentali da risolvere, ma tiriamo un sospiro di sollievo perchè l’abbiamo scampata bella.

Grazie ad Altissimo per il video e a AmicaUmbra per le immagini

LE ULTIME PAROLE FAMOSE…

…e comunque dopo aver sostenuto di essere sempre e comunque una persona della destra laica e liberale (rappresentata in questa nazione da mi nonno in cariola), di odiare e schifare i comunisti all’italiana (Bevtinotti me siente? sientem’ammè!), dopo aver gradito l’entusiasmo dei grillini ché comunque sempre meglio i 5Stellle di Alba Merdata, dopo aver ammirato colui il quale ha fotoscioppato Ingroia sui manifesti donandogli lo sguardo di quel bonazzo di De Magistis (t’amo!), dopo aver sostenuto per anni e anni e anni che le persone intelligenti non possono in alcun modo votare Lega, dopo le innumerevoli litigate in cui ho tentato di spiegare ai sedicenti “gente di sinistra” che essere di destra e essere berlusconiano sono due cose simili come il burro e la ferrovia, dopo infinite discussioni in cui ho sostenuto strenuamente che il mio primo obiettivo politico è l’assoluta laicità dello stato e quindi Monti ammazzati, ho fatto il test di Openpolis.
E questi sono i risultati: 

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Gli anni passano, le bloggher imbiondano

Nzomma domani io compio 29 anni e dopodomani il mio blog ne compie 4.

Avere un blog è bellissimo, soprattutto se si ha poca memoria a lungo termine come me. Chissà quante di queste cose avrei rimosso se non le avessi vergate in bit e fail e tuttecose, soprattutto perché voi non potete saperlo ma io lo so che è tutto vero e frutto di questa realtà che supera la fantasia.
Care piattaforme che offrite uno spazio gratuito, vi ringrazio. Splinder mi manchi e sarai sempre nel mio cuore anche se non t’ho mai capito veramente.

Ed eccomi qui, dalle mesc ai colpi di sole, dai tanga al vestito da sposa, da Roma a Milano sempre e inevitabilmente con le doppie punte.

Vorrei salutare tutti quelli che mi conoscono, in particolare quelli che leggono il blog e non lo commentano.
Mi sono rimessa a guardare alcuni dei miei primi post meravigliandomi per quanto fossi figa a 25 anni.
A tale proposito vorrei ringraziare tutti gli uomini che hanno animato le mie tristi vicende personali e sentimentali, come dimenticarli? Il Vampiro, lo Smessaggiatore, lo Scrittore, il Feticista, Lamebo, Lui, GRGA, il Nano Libraio, BelloneMicroFallico, il Bancario, Manager Effe…e chissà quanti altri che ora manco mi ricordo, tanto per dire il segno che hanno lasciato. E questi sono solo i miei, se dovessi citare anche quelli delle amiche farei notte e invece devo farmi i peli delle gambe stasera.
Grazie, uominidemmerda, per aver quantomeno reso interessante il mio blog, per avermi messo alla prova per anni e anni e anni con i vostri discorsi da psicopatici, i vostri peni minuscoli, la vostra petulanza, le cene che mi avete pagato, le madonne che mi avete stimolato, le risate a posteriori con le mie amiche meravigliose che avete provocato. Certo, accoppiarsi un tantinello di più non avrebbe guastato, ma fortunatamente è arrivato il Primate a salvarmi da tutti questi drammi che affliggono il nostro domani odierno [cit].
Non l’avrei mai detto, davvero mai, che sarei stata ancora qui a scrivere. Ma non avrei manco mai detto che avrei ancora lottato contro i capelli che non crescono oltre le spalle, sti stronzi.

Grazie a Lanoisette, la mia magistrabloggorum e grazie a tutte le mie amiche che sono riuscite a trovare del buono anche nei momenti in cui non c’era veramente niente da ridere, o alle volte che mi hanno tirata su di morale con le loro storie talmente tanto sfigate che avrebbero fatto da pusciap anche al culo della Binetti.
Infine, siccome lo fanno tutti, adesso lo faccio anche io…ecco qui i post che mi sono rimasti più impressi di questi anni sulla blogosfera selezionati secondo il senso dell’olfatto [cit.].

I grandi classici: a cena con GRGA, Lode a te o Dildo 1  e 2, Scusa ma ti chiamo Frecciarossa 1  e dueUna Frangia è per sempre 1 e 2 e 3

Manuali esistenziali: amantaggio, il fattore verginello, l’appoggio

Uomini, io non vi capisco: esempio primo, esempio secondo, esempio terzo, esempio quarto

Giovani, vi serva da lezione.

LA GENEALOGIA CHE NON TI ASPETTI

Non so come ma mi seguono. I figli di Mazzinga, intendo.
Nello Zoo di Testaccio lavoravo per gli amici dei colleghi dei parenti dei conoscenti degli zii dei simpatizzanti di, ma qui a Milano no. Quindi quando a Roma arrivò la figlia di Mazzinga non mi stupii, qui a Milano invece sì. E il bello è che qui invece è arrivata la famiglia Mazzinga al gran completo. Innanzitutto io lavoro per Mazzinga padre che s’è subito portato dietro sua figlia per prendere il posto che era stato pensato per me. Poi è arrivato il Socio di Mazzinga che s’è portato dietro il figliastro. E’ un po’ che penso a come rinominarlo ma onestamente ho poca fantasia…penso che lo chiamerò il PerfettoCoglione.
PerfettoCoglione è un benestante figlio di una élite monetaria lateromilanese, sta per prendere (con calma) la laurea specialistica in un ambito umanistico, è di altezza media e sottopeso in maniera tragica. Per dire, tra le costole gli si vede la pelle che si muove al ritmo del battito cardiaco. Arriva sempre vestito di grigino, ginz grigini, olstar grigine, una camicetta di marca ma un po’ stropicciata, un maglioncino di marca ma sempre stropicciato, la pelle tra il grigio e il giallo uovo, capelli neri come la pece. Zaino in spalla e cuffie giganti alle orecchie, si aggira per la città tamburellando le dita al ritmo della sua musica alternativa sparata a palla dall’aifonquattresse, si definisce così un dendi, un ipster, un alternativo, uno diverso dagli altri, un filosofo. In due parole: un PerfettoCoglione.
Nella vita desidera l’indipendenza, vuole prendersi le sue responsabilità, vuole vivere da solo, vuole amare una sola donna, vuole vivere veramente, vuole andare a vivere a Parigi e aprire un ristorante boemien. Infatti si è fatto mettere nello stipendificio, fa un partaim di 3 ore giornaliere in cui passa a lamentarsi con me dello stipendio, sta su internet a guardare siti di conferenze a cui poi non va, compra alla Ricordi libri di filosofia che non legge e viene a dirmi che il suo nuovo autore preferito, che proprio gli ha cambiato la vita, è Baricco. Lo conosco da meno di sei mesi, lui mi pensa la sua vecchia guru pur avendo solo tre anni meno di me, e si è sentito libero di confessarmi che non ha fatto sesso per dieci mesi consecutivi perché pensava alla ex, mi ha messo a parte di tutte le sue aspirazioni: giornalista, traduttore, ristoratore, rappresentante commerciale e, non ultimo, atleta di triatlon. Si sente sempre in tempo a cominciare una nuova strada che non comincia, un po’ animo maledetto da questa famiglia ricca e borghese, PerfettoCoglione ha fatto il cameriere per protesta. Ma poi per sicurezza ha smesso.
Insomma, morale della favola, PerfettoCoglione me lo ritrovo tutte le mattine davanti con questa faccina da barboncino bastonato che mi chiede se voglio un caffè che puntualmente faccio io per entrambi. Mi racconta scanzonato e fintoinsoddisfatto la sua vita e mi fa una grandissima pena, i suoi venticinque anni vissuti con la profondità di uno stipetto del Mondoconvenienza, la sua filosofia alla UilliPasini ma più banale.
Ovviamente sul lavoro non sa fare nulla, sbaglia persino a compilare il foglio presenze, però si dice padroneggi – causa Erasmus – la lingua d’oltralpe. Ed è per questo che faccio io qualunque tipo di traduzione, da quelle commerciali a quelle legali a quelle di “si è inceppata la ventola del tender”, proprio perché lui e il francese sono una cosa sola.
In uno dei miei impeti montessoriani lo esorto a tradurre due righe due di una comunicazione di servizio. La guardiamo insieme, la traduciamo a voce insieme e lo mando alla sua scrivania a mettere per iscritto le quattro paroline. Mi chiama all’interno, la ripetiamo, aspetto la mail. Mi richiama per sicurezza. Poi mi arriva la sua mail con la premessa “me la correggi per favore?”. Sento proprio l’ictus che arriva. Inspiro, espiro, inspiro, espiro. Alzo lo sguardo verso il cielo ma mi si blocca a metà: alla porta c’è lui, PerfettoCoglione, che vuole che gli spieghi qualcosa come “distinti saluti”. Io mi metto a ridere e do lezione di lingua straniera.
Lui tutto contento mi guarda e fa:
– Frangia madonna come sei brava tu…
– A fare cosa,caro?
– Con noi, hai tutta questa pazienza, sempre, non so come fai…davvero..
Lo guardo, sorrido gentile e carina, sguardo da suora missionaria
– Mi pagano.

ZAN-ZAN!