SOTTO IL CIELO DI BERLINO è SUCCESSO UN CASINO

Ci sono dei post che vanno scritti di getto, altrimenti sfuggono. Ho fatto tante volte l’errore di lasciarli andare, nonostante lo spunto fosse brillante, per pigrizia, per l’idea che avrei dovuto sedimentare e migliorare i concetti ed era una cazzata.
Quindi se già la scrittura quella vera dev’essere un succo di istinto, figuriamoci che problema c’è se ci sono degli errori nelle cacate che scrivo io.
Nzomma sto scrivendo questo post su una splendida poltrona con pouff di camoscio grigio, col mio pigiamino di Oisho preso ai saldi due anni fa, in un cinque stelle del centro di Berlino.

berlino
Parte tutto dal fatto che si vede palesemente che al lavoro mi rompo i coglioni così SpidiGonzales, spinta da Soviet, ha acconsentito a mandarmi a un sammit internazionale a Berlino per QuelliTipoGugol. Detta così sembra molto una figata, in pratica sono due giorni in cui io e altri tipo me staremo a parlare del nulla in un inglese stentato, si lavorerà come forsennati nelle pause tra una riunione e l’altra e vedremo sfumarci in orribili pasti tra colleghi i soldi che avremmo voluto a fine mese come aumento nel bonifico dello stipendio (assenza di virgole voluta, nda).
Nzomma niente, siccome AirBerlin ha deciso di andare a zampe per aria, sono dovuta partire di lunedì pomeriggio per andare a una riunione di martedì mattina. Quindi al mattino lavoro da casa in pigiama e al pomeriggio arriva una bellissima auto privata con autista a portarmi in aeroporto perchè devo viaggiare con una compagnia lowcost (cosa che per me è la norma ma in ufficio  mi guardavano tutti come se stessi per partire per la campagna di Russia con le celeberrime scarpe di cartone).
Ed eccomi su questo pulmino Mercedes coi sedili in pelle nei miei ginz di Primark da 12.99. Iniziamo con una bella fila in tangenziale di 40 minuti, e vabbè tanto sono in anticipo.
Arrivo a Malpensa, faccio la mia bella fila, mangio la focaccia, compro 15 grammi di carote essiccate per due euro, attendo un’oretta e mezza l’inizio dell’imbarco.
Solita fila a imbuto, tra la mischia si stagliano forti e chiare le urla di due neonati sotto i sei mesi ma con dei polmoncini da futuri campioni di apnea. Vabbè, siamo tanti, figuriamoci se capitano vicino a me.
E, in pieno mood Trenitalia, le hostess annunciano overbooking che, per chi non fosse pratico, vuol dire che queste facce di merda hanno 100 posti sull’aereo ma vendono 130 biglietti così, alla pene di segugio. Simpatici come la scabbia chiedono se ci sono volontari per prendere il volo successivo. Indovina indovinello? Non ci sono.
Arrivo all’imbarco vero e proprio e mi sottraggono il bagaglio a mano dicendo “prenda l’indispensabile” lasciando presagire che la mia povera valigia chissà dove sarebbe finita. Ed eccomi quindi avviarmi all’aereo con un computer, una 24ore, la mia borsa, il cappotto, il barattolo di avena e succo d’arancia, le dispense di spagnolo e il materiale per la riunione di domani. Praticamente nel trolley c’erano rimaste giusto giusto le mutande e il deodorante.
Per salire usiamo il finger? no. Usiamo la navetta? no. Annamo a piedi in mezzo alle piste, tu guarda MeriPoppins se devo morì schiacciata da un aereo low cost.
L’aeromobile è a dir poco stracolmo e io, manco a dirlo, ho il posto al centro tra due sconosciuti, vamos. Lato finestrino un signore in giacca, tedesco, che si addormenta tempo due minuti. Lato corridoio una signora tedesca molto tipica: mezz’età, alta, capello corto, ginz, atletica.
Io ho dimenticato anche una rivista e non ho nulla da fare per le prossime due ore se non guardarmi intorno. Scampato il pericolo neonati mi pare che ormai il peggio sia passato…e invece la vita è bella perché fa schifo.
Dunque scopro che il passeggero della stessa mia fila ma dall’altro lato del corridoio è il marito della signora atletica accanto a me e che, nonostante lei stesse leggendo un romanzo di Roversi in tedesco, avevano programmi del tutto diversi per questo volo.
Infatti non appena si spengono le lucine di obbligo di cinture allacciate, la signora bella bella si sporge in avanti e tira su il sacchetto del duty free. Estrae una bottiglia di Barolo appena stappata e riattappata a mano e due bei bicchieri da osteria di vetro spesso, proprio quelli delle fraschette di Ariccia, uno per sé e uno per il suo bello. Versa due belle bicchierate di rosso e daje col vino.
Un bicchiere, poi un altro, poi un altro ancora. Cerco di chiudere gli occhi visto che l’odore del vino mi disturba, figuramose quanto mi sono disturbata quando con gesto tecnico la signora ha accavallato le gambe ed emesso quelle quattro o cinque sonore scoregge come se nulla fosse, leggendo il suo romanzo e sorseggiando il suo Barolo.
Vorrei avere metà della tua noscialanza, signora tedesca snella e puzzona e affrontare la vita con questa ebbra serenità.
Finalmente atterriamo, la signora e il marito sono palesemente ubriachi ma vedo la luce in fondo al tunnel.
Quindi riattraversiamo le piste a fette, rischiamo di farci stirare da un furgoncino e entriamo da una porta secondaria verso i nastri portavaligie. La porta secondaria era evidentemente un’uscita di sicurezza e infatti suona ininterrottamente un allarme a fischio per tutti i 15 minuti in cui attendo la valigia. Un piacere per l’Amplifon.
Esco e vedo la fila dei taxi, mi metto in coda e c’è un tizio col gilet giallo fluo che dirige gli avventori verso i taxi disponibili. Gli italiani sono miracolosamente tutti in fila indiana su questo marciapiede quando una coppia di tedeschi prende e sale sul taxi che si trova davanti. Non l’avesse mai fatto: al tizio col gilet viene la bava alla bocca e comincia a urlare delle robe che, alle mie orecchie profane, suonano come la dichiarazione di guerra alla Polonia. Corre come un forsennato verso quel taxi e comincia a lanciare giù le valigie dal portabagagli scatenando a sua volta l’ira del tassista e del marito della coppia.
Proprio allo scattare della rissa mi infilo in una macchina e do l’indirizzo dell’hotel a quel tamarro del tassista che controlla uozzapp mentre sfreccia a 170 nella periferia berlinese con un cd di Taylor Swift a palla nello stereo.
E anche oggi una cosa normale la faccio domani.

 

E siccome questo è un blog di informazione scientifica è bene che sappiate che ci sono teorie su Taylor Swift nazista 

Il problema è la forza di volontà

Ho in testa un sacco di argomenti per questo blog ma mi pesa sempre il culo e non ho mai la giusta spinta per sviscerarli.
Al momento vorrei creare delle rubriche tipo:
– le cinque cose che mi hanno rotto i coglioni questa settimana (il blog è gratis, lo psico costa)
– le cronache di quella del mio paese che ha svoltato vendendo integratori su Feisbuc
– interviste a gente che fa cose strane e che per puro caso conosco (ma vorrei filmarle e quindi dovrei imparare l’editing e poi si sentirebbe la mia voce)

Farò mai qualcosa di tutto ciò?
Chissà.

lumaca

Panza, cellulite, venuzze e compagnia briscola: prospettiva sull’estate 2017

Non sono come gli altri, sono sensibilissimo! 
Ti vedi brutta? Ti vedi grassa? 
Non ti preoccupare, ci vedi benissimo!
Bocciofili – Fedez feat Dargen D’Amico

The summer is crazy ma pure io ultimamente non scherzo, sarà il caldo micsato con la guaina contenitiva post operatoria, sarà dover fare la riverenza ai capi amerregani, non so.
guainaComunque un paio di settimane fa parlavo su Instagram (ebbene sì, si ciatta su pure lì) con un ex-molto-noto-blogger della prima ora che, a dieci anni di distanza, è ancora mio amico (qualcuno si ricorderà di Demonio Pellegrino, no?). E’ uno strano forte ma mi piace, penso che sia brillante e ha sempre una visione inaspettata sugli argomenti di cui discettiamo.
Nzomma partiamo da Fabri Fibra e poi inevitabilmente, come vecchi compagnucci di classe, facciamo un puntatone di Matricole&Meteore internet ediscion, informandoci a vicenda su che fine abbiano fatto tutti quella della nostra cricca ollain dell’epoca.
Quell’epoca era una decina di anni fa, i blog erano pochi e i blogger erano una comunità che – strignistrigni – girava sempre nelle stesse piazzette del web…nzomma ci splinderconoscevamo tutti e avevamo squadroni di antipatie e simpatie. Era prima di feisbuc, prima che qualcuno potesse pensare che coi blog ci si sarebbero fatti anche i soldi, prima della Ferragni, prima della Lucarelli e – venendo al punto – prima della bodypositivity.
Questo concetto che a molti non dirà niente è il figlio illegittimo di Instagram, è un rigurgito di rivendicazione della panza, delle smagliature, dei corpi prima di fotosciop, la rivoluzione in calzoncini nella repubblica delle immagini.
Nzomma i discorsi miei e dell’ex blogger di cui sopra saltano da un personaggio all’altro fino ad arrivare ad una tipa che, daje e daje, ha avuto la buona intuizione di riuscire a svoltare col suo blog e adesso ci campa. Massima stima tanto per lo spirito imprenditoriale quanto per la faccia da culo con cui si è riciclata.
Quella che era una giovane donna alta, bionda, col capello fluente, il fisico filiforme e migliaia di consigli da dispensare su come-dove-quando essere fighe in modo assurdo, su come preparare un bagaglio delle vacanze che possa assicurare autfit secsi per ogni occasione a Santorini, su come tenere un uomo ai tuoi piedi facendogli annusare qualcosa che sai già che non avrà mai, oggi è diventata una signora di 40 anni suonati.
Io l’ho seguita per un bel periodo, raccontava la sua vita luccicante come una Biasi bionda e con una carriera che andasse oltre le foto a chiappe di fuori, più cinica e più arguta. Poi me la sono persa per strada e l’ho ritrovata, dal nulla, su Instagram.
Lì, parbleu, lo sconcerto: quelle che erano gambe lunghe e magre con un culetto secco da francese spocchiosa sono diventati due jamon serrano stagionati male e con le vene varicose, l’amore che un tempo le strappava capelli setosi e dorati oggi si ritrova a frenarsi davanti a una ciospa informe di un rossiccio sbiadito con ricrescita su un caschetto ormai fuori forma. I look sofisticati hanno lasciato lo spazio a colorito spento e rossetti messi a pene di segugio che altro non fanno se non sottolineare un contorno occhi impietoso per l’età anagrafica, calzoncini di ginz che segnano e canotte che – con quelle braccia – di dignitoso hanno poco o nulla.

Ora, se essere fighe non è un dovere, conciarsi come Dior comanda magari invece sì. Non dico sempre, non dico in tiro ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma almeno in linea di massima, chemmazzo, dai.
Io la capisco eh, questa tipa,  sono la prima a vedere i segni del tempo su quello che prima era un corpo attraente senza sforzo. Lo vedo bene che a 25 anni su 12 cm di tacco ci facevo 14 ore di balli sfrenati e ora, con gli anni di cristo, anche le ballerine mi fanno gonfiare le caviglie dopo mezza giornata d’ufficio.
Però, bella de casa, tu devi dire grazie al fatto che le tue seguaci non si ricordano da dove vieni, perchè c’è poco da fare la figa quando sei figa e fare la bodyposiguru quando Chronos si fa sentire nella gola e anche nel naso ma soprattutto sul girocoscia. Eh no, questo no, questo passare da maneater a #sonofigaeposso, perdoname, non ci sta.
Personalmente non sono mai stata una bella da copertina, non fosse altro che sono un metro e mezzo, ma tra le studentesse con la media alta sicuramente ero una delle più notevoli. Poi gli anni passano, il metabolismo invecchia e ci si affida alla sempiterna regola d’oro del PiùFI*, le chiappe sono meno toniche e così anche il contorno occhi, ma ci si veste meglio, si ha uno stile definito e la cosmesi non è più con i correttori di Kiko da 3euro e 99, il profumo è Chanel anche di mattina e  dove non si arriva turgide, si giunge consapevoli.
Detto questo, non è che siccome a me m’è sceso il culo allora Rosie rosieHuntinghton-Whiteley è più cretina di me eh. Lei è sempre più bona, e c’è poco da fare la bodyposicazzi, bisogna imparare ad accettarsi non ad adagiarsi crogiolandosi nell’idea che alla fine noi con la panza siamo più ganze; fermo restando il diritto di vestirci come ci pare, bisogna tenere a mente un caro vecchio adagio indifferente allo scorrere degli anni “se te entra non vor dì che te lo poi mette”.
E per favore, che nessuno tiri fuori Ashley Graham che è na figa senza senso,una donna di una bellezza rara che porta una ashley44 o una 46 su un metro e ottanta di altezza… quella non è sicurezza in sé, quello è culo di nascere bona come il pane e capacità di saper combinare questo fattore unitamente ai carboidrati in una professione altamente remunerativa.

Il mio proposito per l’estate 2017 è quindi questo: cercare di non prendermi troppo male se il costume non mi sta come vorrei (anche perché è improbabile che domani mi svegli a forma della Rosie di cui sopra e tutto il resto mi fa schifo) e scegliere un bichini che mi stia bene e che mi valorizzi le costosissime tette nuove di pacca.
Infine un’analisi rotonda e completa sulla bodypositivity: è una cazzata col botto.
E’ l’ennesimo movimento wannabe-anti-modelle senza senso, non serve una corrente di pensiero a botte di hashtag per motivarci ad essere semplicemente consapevoli, perché poi sta tutto lì, nell’essere convinte davvero che siamo più di un paio di cosce e delle braccia sottili, che abbiamo in noi una forma di fascino e di bellezza da poter valorizzare, che abbiamo il dovere verso noi stesse di sentirci meglio nonostante quattro buchetti di cellulite tanto quanto abbiamo il dovere di concederci una pizza con la burrata a settimana, se ci piace. A parole siamo tutte capaci a ripeterlo, tutte abbiamoclio condiviso il post di ClioMakeUp credendoci fortissimo ma solo fino a quando non ci siamo ritrovate nel camerino di Calzedonia con le luci impietose, soppesando concretamente l’idea di inventare una scusa per non andare in piscina.
Non è semplice, nemmeno per le più toste, nemmeno per quelle il cui lavoro non richiede manco un aspetto curato, nemmeno per quelle che hanno 3 lauree appese alla parete del salotto di nonna, non è facile per nessuna perché con l’idea di volere e dovere essere belle ci siamo cresciute.
La libertà di non essere perfette ce la dobbiamo concedere, però poi vediamo di non sbracare che tra “non perfetta” e “mi nonna in cariola” c’è una bella differenza.
Cerchiamo seriamente di accettare quello che non possiamo cambiare tipo Osho, poi tutto il resto però cambiamolo.
E mettetevi l’antirughe. Sempre.

* se non puoi essere più FIga sii più FIne

7 COSE CHE FACCIO QUANDO SONO TRISTE

Per ogni stella che si stacca dal cielo
C’è un dolce sguardo che si scopre da un velo
E un altro giorno che ti viene in regalo
Tu chiudi gli occhi e non ci pensi più …
…piccola dolce selvaggia malinconia vattene via!
Pixi Dixi Fixi – Mimmo Locasciulli 

 

Ci sono dei giorni, tipo oggi, in cui mi assale il pessimismo cosmico. Una piccola nota negativa fa da detonatore per una bomba di nichilismo e pessimismo senza pari.
Per esempio venerdì sono andata a farmi la piega da un parrucchiere imbecille e, al posto di avere una chioma setosa, mi sono ritrovata con una scopa di saggina in testa con le doppie punte, se possibile, in evidenza.
Poi sabato sera a mezzanotte SpeedyGonzales, la mia capa, mi ha mandato una mail per cazziarmi…in parte aveva anche ragione, ma magari ne possiamo parlare in un momento che non sia sabato sera a mezzanotte.
Morale della favola, queste due piccole sciocchezze, hanno scatenato un senso di insofferenza per la vita che non provavo dall’adolescenza. Probabilmente perché dentro di me lo so che devo tagliarmi i capelli anche se non voglio e che devo cambiare lavoro anche se è troppa fatica.
Chiaramente questo pessimismo non trova soluzione in se stesso, figuramose, no, questo pessimismo genera mostri e riflessioni che vanno da Gegia a Steven Hawkins sul perché mi ostino a volere capelli lunghi, sono forse sintomo di insicurezza?, e perché sto facendo ora questo lavoro di cui non mi frega assolutamente nulla e che mi appiattisce le sinapsi finché l’unica cosa che ne esce è “l’iva sulla frutta è al 10%”, ecco sto sprecando la mia vita, forse dovrei davvero andare ad aprire un ostello in Patagonia e perché no il ristorante di bruschette in Birmania.
E la morale è così, ti rompe i coglioni quando tu vorresti solo galleggiare tra una mezza gioia e uno scoglionamento, fluttuare lieve senza impegno. Nfatti m’hanno detto che sono poco paranoica, sì.
Ma non si può sperare che la tristezza passi da sé, senza prendere in mano la situazione, lo dicevano anche i Litfiba dei tempi d’oro ” chi visse sperando morì non si può dire”, quindi evitiamo di ridurci come Piero Pelù a The Voce of Italy e sorridiamo che la vita ci sorride. Più o meno.
Quello che salva l’uomo, in situazioni di estrema precarietà emotiva, molti dicono sia la passione. Per qualcuno, per qualcosa.
E se quel qualcuno nel mio caso è il paziente  Primate, quel qualcosa sono i miei 5mila hobby: la cucina, il cucito, il ballo, la musica, il blog, i trucchi, le gif di Uomini&Donne, la tv spazzatura con particolare riguardo per i programmi con i ciccioni, camminare, leggere riviste e romanzi, lo stalking su Facebook.
Sorprendentemente, quando mi girano fortissimo le ovaie, non ho la benché minima voglia di fare nulla dell’elenco sopra descritto. Ma niente. Forse invero, lo stolcherare su Facebook sì, quello sì, ma quella più che una passione è un talento che emerge un po’ in ogni cosa che faccio.
Quindi ecco una lista di cose che mi fanno stare meglio quando non ce la faccio a farcela:

1) Comprare cosmesi, possibilmente ollain. Adoro i trucchi e adoro le creme, le creme davvero le amo fortissimo, quindi ne compro,  poi ripenso che ne ho un milione, poi mi sento in colpa e fine.
2) Cercare le foto di Shaun, la pecora che non venne tosata per 6 o 7 anni, e pensarla che dice parolacce: shaun
Se la si guarda in faccia si capisce chiaramente che sta imprecando con accento napoletano.
3) – Mangiare, sì, mangiare. Io sono la classica persona che mangia se è triste, mangia se è felice e poi bestemmia perché ingrassa. Siamo così, dolcemente complicate [cit.]
4) Cantare 4 canzoni: Pixi Dixi Fixi di Mimmo Locasciulli, l’indimenticata Sandra dei 360° perchè dice “fornellino” e questa cosa mi fa morire, Chihuaha di Dj Bobo perché mi fa chiedere se anche lui campa di diritti annoiandosi come Hugh Grant in About a Boy  o se è finito malone come la protagonista di Gola Profonda, Ballo Ballo della Raffa perché onestamente non c’è tristezza che la Raffa non possa curare….ahhhh sensazione magica!
Tendenzialmente se sono scoglionata non ho voglia di cantare, ma le metto su e, dalla metà in poi sento la musica la musica che gira intorno, poi gira tutta la stanza e alla fine el ritmo de la noche mi pervade.
Va detto che alcune volte ascolto anche Despacito con Justin Bieber e A chi mi dice dei Blue perché sembra che cantino dei rumeni e anche questo mi risulta esilarante.
5)  Stolcherare il profilo di Lui, quell’essere con cui ho rischiato di passare i migliori anni della mia vita, e di Riccarda Strozzi Pollastri, la sua fidanzata e trovarci cose come questa:
strozzi
Incollarle subito a AmicaUmbra e riderne insieme (con non poco sollievo di chi l’ha scampata bella, da parte mia).Non capisco per quale motivo a ogni parola corrisponda un disegnino, io però vicino a “UNA donna” c’avrei messo il maialino perché, per la cronca a Riccardona nostra je piace pane e porchetta e se vede, manco poco.
6) Ricordare quando sono andata a fare una prova di Fitness con gli elettrodi con Teddi che aveva paura di morire fulminato. In pratica funziona così: indossi una tutina aderentissima e molto sottile nera e poi ti mettono un gilè umido (e un po’ puzzolente) a cui attaccano degli elettrodi, fai dei movimenti leggeri e gli elettrodi dovrebbero amplificare lo sforzo del muscolo con un impulso. Ma in tutto questo la cosa esilarante era Teddi la montagna umana, col suo QI alle stelle e il suo colesterolo alle stalle, in una tutina frufrù che prendeva ordini su come fare gli squat da uno che faceva fatica a coniugare i verbi al presente indicativo (no, non Di Maio, questo era palestrato, n.d.a.).
7) Guardare i seguenti video:

ma soprattutto:

In realtà sto periodo mi sento così giù di corda che, in qualunque ambito della mia esistenza tendo ad avere i complessi, macché complessi, io c’ho RockinMille, applico tutto il giocajouer qua sopra: tattatataatà comprare/tattatataatà stolcherare e via andando, ma una sola grande certezza mi risolleva: ho obbiettivamente delle tette da paura.

 

A BOCCE FERME: mastoplastica riduttiva – CHIRURGIA PLASTICA CAPITOLO 4

Passo le notti, nero e cristallo
A sceglier le carte che giocherei
A maledire certe domande
Che forse era meglio non farsi mai
E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida
Voglio una pelle splendida – Afterhours 

 

 

Sono tornata a casa ormai da qualche giorno, l’adieu alle bocce è stato fatto e sono una donna nuova. Meglio: un rottame nuovo.
E’ stato tutto più veloce del previsto e tutto molto pulp, sangue e merda, sangue e merda, pulp, molto pulp, pure troppo (cit. per pre-Millennials).
La mattina dell’operazione mi sono svegliata alle cinque e mezza, ho fatto la colazione dei campioni con 20 gocce di Valium e mi sono recata nella struttura ospedaliera.
Va detto chiaramente che io ho fatto questo intervento in solvenza, ovvero pagando un botto di sesterzi e non col sistema sanitario del BelPaese. Sembra un dettaglio ma, ovviamente, cambia tutto.
Nfatti arrivo in questa camera che sembra una lussuosa pensione di Rimini: TV 50 pollici con Sky e Sky Cinema, divanoletto bianco per gli ospiti, un libro di foto orrende in omaggio (scoprirò poi che sono le foto delle croste appese ai muri), letto elettrico di quelli che bzzzz ti alzi e bzzzz ti abbassi, pareti spatolate e menù a scelta.
Poi dopo un po’ arriva il Fortundrago con il metro e un pennarello e comincia a disegnarmi. Esattamente come succede in Dottor90210 e simili: mi misura la circonferenza dei capezzoli, traccia delle linee….stiamo lì una mezzora con me nuda in piedi davanti a questo manovale della ciccia seduto sul letto che mi conta i millimetri tra collo e ascelle e tutte altre robe che mai nella vita mi sarei misurata.
Mi sdraiano su una barella verde e giù, in sala operatoria. Nessuno è particolarmente gentile, fa freddo, poi – dopo il trauma da ago in vena – dormo.
Mi sveglio 7 ore dopo  con una specie di enorme corrugato che spara aria bollente addosso, mi vomito sui capelli e sbattendo un po’ ovunque con la barella, torno in camera.
Lì mi lamento a fasi alterne e dormo, non capisco nulla, so solo che 7 ore di tavolo di acciaio mi hanno sfondato la schiena ed è la cosa che mi fa più male in assoluto.
Mi ritrovo come una salsiccia con il budello in una guaina contenitiva antitrombi (in tutti i sensi, giuro) dalle ginocchia alle spalle. Un salamino di lycra nera.
Poi vedo una cosa pulp, molto pulp, decisamente troppo: dalle mie nuove minne pendono dei tubi che finiscono in dei contenitori a fisarmonica dove scorre sangue e liquido. Non pensavo ci fosse qualcosa che facesse più schifo del mio catetere.
Cominciano a venirmi le crisi di pianto, pare sia l’anestesia. Inizio ad osservare le dinamiche dell’ospedale: di mattina infermiere buone, gentili, belle. Di sera cerberi pazzi più o meno tutti thai che mi prospettano le peggiori tragedie.
Il mio spreferito è tale, giuro, Eisenhower (di nome): un filippino che quando gli dico che vorrei alzarmi per non fare le piaghe se ne parte con una roba che inizia con “così stimoli il sanguinamento” e finisce con “Ciiiiiiro figlio mio!” per quanto è tragica.
Poi c’è quella che attacca a mia madre le pippe su quanto siano disorganizzati perché lei avrebbe voluto portarmi il the molto prima eh, ma il dottore, ma la cucina, biowashball.
Poi c’è la mia preferita, infatti lavora di giorno, una ragazza pugliese bellissima e soprattutto sempre truccata di tutto punto e che profuma di vaniglia. Bella, dolce, gentile…col contratto in scadenza. Viva l’Italia.
Andare in ospedale in solvenza ti fa anche avere, oltre a una camera privata con bagno e TV reclinabile, un’infermiera che ti chiede se per merenda vuoi un gelato gusto fiordilatte senza lattosio della Cremeria. I soldi non fanno la felicità ma, nzomma, fanno almeno un gelatino e scusa se è poco. Ci mancava Guastardo con il suo “gradisce una mèla” e poi eravamo tutti (oggi m’è presa con MaiDireGoal, n.d.a.).
Arriva il giorno dopo Fortundrago e pensa bene di vedere se i drenaggi funzionano strizzandomi Wandina e Luisina con un energico popi-popi.
Calma, gesso, bestemmie e andiamo avanti.
Mi dimettono, esco dall’ospedale zoppicando e con dei grossi occhiali da sole retrò.
Mi porto a casa le polpose fatture, le guaine da indossare per un mese e mezzo e la notizia di non potermi fare la doccia per 3 settimane.
Vengono con me i drenaggi, li toglierò solo 4 giorni dopo di sofferenze pressoché atroci (i tagli non fanno nulla, ma provate ad avere addosso un coso di plastica compresso nella carne da un reggiseno con un elastico in tungsteno).
A VillaGatta, casa mia, dormo sul divano e guardo gli speciali su Leah Remini che esce da Scientology. Non mi lavo i capelli e dopo un po’ finisco a guardarmi allo specchio: sono in questa guaina aderentissima dal ginocchio fino a sotto il seno, strizzata sottovuoto con una sola apertura ovale nelle parti basse (la chiamano tecnincamente “igienica” ma a me me pare un po’ porno). Ho queste due bocce grosse e gonfie, toste, turgide, strizzate in un toppino scollato. I capelli lunghi, biondi, sciolti, unti e un po’ appiccicati di vomito, il colorito giallastro, le labbra esangui e tanti tanti tanti lividi sulle braccia.
Praticamente una puntata di CSI in cui trovano una playmate morta da 3 giorni.
The Lady In The Lake

QUALCUNO NORMALE – Chirurgia plastica capitolo 1

Qualcuno mi dica che tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Lavori una vita ma tutto questo è normale
Non c’è via di uscita ma tutto questo è normale
La gente è impazzita ma tutto questo è normale
Tutto questo è normale, tutto questo è normale
Qualcuno normale – Fabri Fibra e Marracash

Finisco sempre col domandarmi se alla fine il problema sono io, perché sinceramente non mi pare normale collezionare un caso umano dopo l’altro in ogni singolo settore della mia esistenza. Passi per gli amici ché alla fine magari sono simili a me, passi per i colleghi ché alla fine ti si accozzano, passi per il familiari ché non te li scegli. Ma io c’ho pure la barista del bar sotto l’ufficio che è problematica.
Nzomma, devo subire un intervento di chirurgia plastica. Chissà se un giorno approfondirò questo argomento.
Comincio a cercare dei chirurghi che, si sa, la selezione del fornitore per un grande evento è pressoché tutto. E un chirurgo plastico a Milano è come cercà Maria pe Roma.
Cerco tramite pareri di gente che conosco, tramite suggerimenti di amici di amici e poi ovviamente uso anche internet. Ma come faceva la gente a trovarsi i clienti prima di internet? Continuo a non trovare risposta.
Incontro di tutto, ma di tutto tutto: siti di chirurghi con in bella vista due tettone in un reggiseno fuxia di pizzo, culi di marmo di ogni foggia, nasi di ogni forma e colore…ce n’è per un intero freak show.
I punti in comune tra tutte le offerte sono essenzialmente tre:
– l’assoluta vanità del chirurgo
– l’assoluta assenza di pori della pelle da qualunque foto
– l’assoluta insensatezza degli slogan dei dottori, tipo:
bellezza unica

Ma che significa? No veramente, che vuol dire in italiano sta roba?
Poi ci sono proposte di interventi che, per usare un eufemismo, fanno sorridere:
FILO CHE SOLLEVA
Questo è “il filo che solleva” il culo. Bi ap. Invero le foto del sollevamento devo dire che sono molto convincenti.
Vabbè, fatto sta che contatto una serie di medici. Contatto anche quello che ha rifatto lezzise a Belen. Mi scontro con segretarie in assetto da guerra che non sono disposte a darmi un appuntamento prima di Luglio di un anno non ben specificato, altre che penso vengano da un corso di formazione della Worwerk perché insistono per avermi in studio più di un venditore del folletto.
Alla fine scelgo un tipo, la cui PR (sì, molti chirurghi hanno qualcuno che cura loro le relazioni pubbliche) firma qualunque cose con un hashtag. E l’hashtag è #labossdelletette.
Vado da questo dottore un pomeriggio tardo, è vicino all’ufficio e lui si è detto molto disponibile a un’operazione a breve come da mie esigenze.
Mi accomodo in sala d’attesa e vedo gente girare con in mano fari, telecamere, cose.
Vicino a me c’è una con il presunto ragazzo che passa il tempo a guardare il cellulare e dire: “nooooo, hai visto amo???? è morto Notorious BIG, quanto mi dispiace! Mi piaceva un casino, cioè è un rapper fighissimo, chissà come è morto…nooooo, che dispiacere!”.
Vaglielo a spiegare che era il ventesimo anniversario della morte del suo – a quanto pare – rapper prefe.
Nzomma , con quaranta minuti di ritardo mi riceve il dottore, mi fa scendere in una stanza sottoterra e mi prende delle misure, mi spiega un po’ e mi fa un preventivo pressoché stellare.
A quel punto gli chiedo come mai ci fosse tutta quella gente in giro per lo studio, stavano forse ristrutturando?
No. No no. Stanno facendo un reality. Il dottore è il protagonista di un web reality sulla chirurgia plastica con tanto di provini via web per le possibili candidate.
Vabbè dai, è il duemiladiciassette, magari è un modo per farsi pubblicità e poi vai a capire, magari è famoso, chissà, dev’essere bravo, forse.
Passano i giorni e io contatto altri dottori ma intanto mi porto avanti e comincio ad effettuare le analisi preparatorie preoperatorie di rutìn.
Uno di questi esami è un’ecografia dell’addome. Vado in un noto centro medico milanese accanto all’ufficio per velocizzare, mi metto in coda alla casa automatica e poi sento chiamare: “Signora Liscia? Prego!”, raccatto borsa e cappotto e mi avvio allo studio.
Ad aprirmi la porta c’è questo essere che chiameremo Dottor Full Monty: bono ma bono. Ma ragazzi, ma bono veramente. Non è minimamente il mio genere (in fin dei conti mi piacciono con la panza e la barba) però è innegabilmente un bellissimo uomo. Altezza media, capello pettinatissimo un filo tamarro, mento e zigomo scolpitissimi, dentatura in ceramica, i pettorali che si vedono dal camice.
Ovviamente l’ho guglato ed eccolo qui:
dottoreScoprirò durante il mio percorso di stolching che è quello che ha spunturinato la bocca alla futura lider di CasaPound (CasaPound MERDA sempre, n.d.a.).

Sinceramente ho pensato a una chendid camera, mi sono detta “vedrai che mo questo comincia a spogliarsi o mi dice di essere un tronista di Lady Mary”.
Nvece no.
“prego si sdrai, sollevi la maglia, abbassi l’allacciatura della gonna” e via di gel e di manopola. Il braccio muscoloso che si muove mostrando un bicipite che sa cosa sia un bilanciere, lo sguardo perfettamente disteso rivolto al monitor.
“trattenga il respiro e tiri indietro la pancia” abbello, da mo che sto tirando indietro la pancia!

E gira gira con la manopola, mi inzacchera tutta la camicia, un casino. Continua e poi, Dottor FullMonty schiude la sua bocca perfettamente simmetrica e pronuncia con decisione “ha l’intestino pieno pieno pieno di gas!”

Dottò che faccio, rilascio?