LE 5 CANZONI PIù IMPROBABILI DEL MIO 2016

Prima di avere Spotifai Premium mi chiedevo chi mai potesse pagare per avere Spotifai Premium. La risposta era semplice: io.
Spotifai Premium è come Scai, una di quelle robe che finché non le hai ti sembrano inutili. Poi ne vieni in possesso e, se un giorno arriva qualcuno (leggi: la spendinreviù familiare, il cambio numero di carta di credito, una vecchia Postepei che non ricordavi di avere con su del credito che a una certa finisce) , dicevo, se arriva qualcosa o qualcuno che ti tronca gli abbonamenti ti sento brutto, povero e solo, la tua vita sembra noiosa e dover ascoltare trenta secondi di pubblicità ogni cinque canzoni ti appare un sopruso al tuo animo che altro non vorrebbe fare che abbandonarsi alla musica.
Nzomma, c’ho Spotifai Premium perché me lo ha regalato Vodafone e non appena scadrà, porcamignotta, so che inizierò a pagare per averlo. Oh, negli anni Ottanta sarei stata un’eroinomane (forse eh, non so se avrei potuto tollerare di avere una pelle di merda) e nei Dumilaetocca pago per avere contenuti a disposizione ovunque e in qualunque momento.
Ebbene, anche io pochi anni fa, in un impeto di poca lungimiranza, mi dicevo: ma chi cacchio vuoi che si metta a guardare le serie tv sul cellulare in metropolitana. La risposta era semplice: io.
Pipponi sulla dipendenza da tecnologia non accetti, tencs.
Morale della favola, Spotifai, da un par di mesi, mi propone una lista di brani che ho ascoltato molto nel 2016. Alcuni sono i miei classici di sempre, alcuni sono brani vergognosi in svariati dialetti sudamericani con due minimi comuni denominatori: testi volgari e saundtrec delle mie lezioni di zumba, altre sono canzonette su cui mi sono scimmiata per qualche giorno.
In generale, comunque, alcuni brani mi risultano particolamente inspiegabili poiché non sono affatto da me. Non si capisce proprio come mi siano capitate nelle orecchie e perché ce le abbia rimesse più e più volte.
Ecco dunque la classifica delle 5 canzoni più improbabili del mio 2016:

 5- Tearin’up My Heart – *NSync 
Probabilmente un rigurgito di scuola superiore, Fornarina, merendine Kinder Brioss sulle scale della scuola fascista, riga in mezzo, felpa Fruit of the Loom, lettore CD AntiShock et similia. Pressoché inspiegabile.

4- Odio le Favole – Ermal Meta
Evidentemente avevo intuito il potenziale del novello profeta sanremese. Peccato che la canzone di quest’anno mi facesse cagarone one one (letto “uan”, come il pupazzo Uan).
Quello che mi aveva colpito molto era la presa di posizione pro LGBT con un arcobaleno sugli occhi in diretta. Mica per la presa di posizione (dai, chi mazzo è che non sostiene la causa nel facchin’2017? Adinolfi non degno di essere considerato da nessuno) ma per l’idea di penalizzare il suo contorno occhi già martoriato.
ermalmeta
Poi c’è una frase che mi faceva sempre dire “quant’è vero!” che recitava: per stare bene penso a te, per stare male penso a te e me
Come ho potuto vivere le mie pene d’amore tardo adolescenziale senza questa massima? è un mistero misterioso.

3 – Who is afraid of gender? Immanuel Casto feat. Romina Falconi
La canzone è bruttarella ma mi deve piacere per principio. Ora, tra dire pubblicamente che mi piace ed ascoltarla , ce ne passa. Bah.
Il video però è una chicca, guardatelo.

2 – Si sboccia poveri – Gordon
Ma che è sta monnezza? bah. Se va bene bene, se va male bere. Che monnezza.

1 – Heaven – Bryan Adams


Ora. Bella è bella eh, niente da dire. Ma io ho due grossi problemi con sta canzone: il primo è che riascoltarla a pallettone nel 2016 è veramente inconcepibile, il secondo è che  l’ho associata indelebilmente a uno che ha fatto i provini di The Voice anni e anni fa e di cui, mio malgrado, ricordo nome/cognome/provenienza/aufit.

Nzomma, ce l’abbiamo tutti una pleilist di cui ci vergogniamo, sono sicura che qualcuno ha i FrenchAffair nascosti tra Battisti e Guccini o i Modà tra i Guns’n’Roses e De André.
No dai, non scherziamo, i Modà no.

Un infame non è mai libero (cit.)

Lui è Testadiminchia: vive a Milano, lavora a Milano, fa lo stronzo a Milano  e passa le giornate in una scrivania non distante dalla mia, sempre a Milano. 

Non è tanto perché hai la faccia lucida, ogni tanto capita anche a me e sarebbe facile da risolvere con una crema apposita.
Non è tanto perché bevi la birra con una cena a base di astice, il vino abbinato alle pietanze è una velleità italiana e alla fine sei solo un cafone, non sarebbe poi troppo grave.
Non è tanto perché fai battute sessiste in un’azienda in cui rischi concretamente il licenziamento per molto meno, siamo in Italia ed eradicare questa rozzezza è comunque un’utopia che non smetterò di rincorrere.
Non è nemmeno perché fai apprezzamenti fuoriluogo sull’insegnante di lingua che sarebbe normale fosse tua figlia, ma è troppo intelligente perché possa esserlo.
Non è nemmeno perché porti il maglione a V con la maglietta sotto e hai 40 anni suonati, è una cosa patetica ma è pur sempre e solo un maglione.
Non è perché non sei davvero bravo nel tuo lavoro ma sei solo più vecchio, e quindi con più esperienza, degli altri perché alla fine ognuno si gioca le carte che ha.
Non è perché porti sempre quelle scarpe che io ho imbarazzo a mettere anche in palestra con la scusa che sono comode perché, come dicono i The Pills “anche ‘r piggiama è comodo, ma mica ce esco”, le scarpe sono sacre ma non bisogna fermarsi alle apparenze.
Non è perché consideri il tuo lavoro sempre più importante di quello degli altri, trattandomi come se fossi la serva sciocca e dimostrando quanto non capisci le dinamiche del posto di lavoro che abbiamo in comune.
Non è nemmeno perché sei sempre in ritardo sulle scadenze quando si tratta di fare qualcosa ma non esiti un secondo a mettere ansia agli altri perché ogni cosa che chiedi deve essere eseguita prima di subito, sei probabilmente un insicuro e si vede.
Non è perché pretendi che ti sia data fiducia su ogni progetto che ti passa per la testa ma poi, quando tonfi, non mostri a nessuno i risultati della disfatta dimostrando disonestà intellettuale, alla fine cerchi solo di pararti il culo e mantenerti uno stipendio.
Non è perché fai lo sgambetto agli altri visto che non sai correre, anche se ti impegnassi non saresti mai un velocista e hai trovato un metodo – seppur discutibile – per mantenerti una RAL bella gonfia.
Non è nemmeno perché hai un senso dell’umorismo da NordItalia, di quelli che mi si macinano le palle ogni volta che fai una battuta, l’ironia è una cosa seria e non è certo roba per villani.
Non è perché crei rapporti apparentemente di amicizia che altro non sono che il gioco a valvassino e valvassore con dinamiche di sudditanza al limite della tangente, della gente non ti interessa nulla e vuoi solo una corte di cani fedeli che ridano a comando e facciano da materassino per quando dovesse capitarti di cadere col culo per terra.
Non è manco per quella volta che mi desti un pacca dicendo che il mio lavoro era impeccabile per poi darmi addosso davanti agli altri sbandierando il tuo “ovvio” disgusto per ciò che avevo fatto, solo per accordarti alla voce del padrone.
Non è perché non hai un’opinione che sia una e, come dice uno più scemo sia di me che di te, hai la lingua tarata sul fuso del culo più potente della stanza, c’è chi è nato per strisciare e tu sei uno di quelli.
Non è perché hai una risata fastidiosa a bocca aperta, anche io quando sento la mia voce nelle note vocali di wazzup resto sconvolta.
Non è perché hai cambiato casacca in meno di un secondo che nemmeno Antonio Razzi, quando Teddi è uscito in fretta e furia dallo Zoo, urlando “viva Teddi” e “viva ChickenSalad” con la stessa veemenza e convinzione anche se il giorno prima parlavi  con Teddi di ChickenSalad come fosse l’anticristo e tu FranciscoPrimero.
Non è perchè a 40 anni suonati fai lo splendido che non ha ceduto al matrimonio con un filo di sprezzante misoginia, sei semplicemente solo ed è un’amara verità.
Non è perché dimostrandoti per quello che sei  (un poveretto, un miserabile, un ingrato, un porco, un leccaculo e soprattutto un infame) hai creato più team building di qualunque altra iniziativa sia mai stata fatta, ora siamo tutti intorno a te e stiamo affilando i coltelli.
Non è perché hai trasformato un posto di lavoro che sentivo un po’ casa mia in una bacinella di veleno ed è pieno di lavandaie che lo fanno schizzare ovunque.

Non è per tutto questo, che pure non è poco.

E’ che, in poche parole, sei nammerda.

Ti voglio bene Teddi, cucciolone grande con la polo

F:- sì, dai, ma sta roba è una merda
T:- come sei critica
F- come sei sensibile!
T:- ma vai a cagare
(i dialoghi di un giorno qualsiasi, su un argomento qualsiasi)

Ci sono sensazioni che, a un certo punto della vita, in qualche maniera smettiamo di provare. Il senso di inadeguatezza per non sentirci abbastanza belle, perso magari dopo una lunga e tortuosa adolescenza. Il senso di ansia quando si passa ad avere uno stipendio fisso che ti fa avere un gruzzoletto sul conto. Ma anche il senso di onnipotenza dopo il primo esame all’università, quando il mondo sembra darci tutte le possibilità del mondo e si è convinti che quel 30eLode in linguistica ci apra le porte del futuro più luminoso possibile, quando la vita prende una piega e sai che difficilmente la stravolgerai.
Io sono (incredibilmente) sposata da quasi quattro anni e una sensazione l’ho persa: lo strazio per amore. Ci sono stata male, ma male di brutto, me lo ricordo bene, ma era un trilione fa. Ci ho messo anni a venirne fuori, ma ora onestamente è davvero acqua passata. E’ uguale, credo, ai mitici dolori del parto: tutte sanno che fanno un male della madonna, però poi ci ripassano o comunque ne conservano un ricordo spruzzato di rosa, celeste e fiocchettini.
E’ così per me, so che il mal d’amore ti spacca il cuore ma è qualcosa che proprio non mi concerne più, chiusa come sono nella mia bolla adamantina di serenità sentimentale.

Poi una settimana fa ho provato qualcosa che mi ha riportato a quella sensazione, un buco scuro e pauroso che ti allaga gli occhi di lacrime e ti toglie pure le parole per lamentarti.
E no, io e il Primate non siamo in crisi, e no, non basta nemmeno il capolavoro di Tiziano e la Cantantessa. No, non ho un amante di cui sono innamoratissima in segreto e no, non è morto nessuno.
Teddi, il mio capo da due anni, il mio primo rompicoglioni e supporter sul lavoro, ha mollato tutto in meno di cinque minuti. Sì, esatto, proprio come Jerry McGuire, dieci -nove-otto e vaffancuore con la scatola, la tazza, la foto del cane e il giubbottino di scorta che tieni in ufficio. Io ho assistito a tutto come se nulla fosse, con due grossi lacrimoni da bambina in faccia, stavo assistendo alla fine di un’epoca e ne avevo – tristemente – tutta la consapevolezza.
Io e Teddi abbiamo costruito sto rapporto alla Harvey e Donna* però grassi e per niente attratti sessualmente, ma zero proprio. Che è un po’ una delle cose migliori che ti possono capitare nella vita lavorativa: intesa, ironia, sincerità, supporto e tante tante tante bestemmie. Sinceramente non ci siamo sempre capiti, ma va anche bene così. Alla fine quando canti le stesse canzoni di Elio, ti finisci le citazioni di Anna Oxa e ti anticipi le parole, può anche andare bene qualche incomprensione. Mi ha manipolato varie volte, lo so, ma alla fine non mi ha piegato nei principi…e niente non è quando sei una donna un po’ insicura e davanti hai la montagna umana incrocio tra The Mentalist e Beautiful Mind con un egocentrismo che sembrano due e una vanità a perdita d’occhio.
Reggi botta, più di qualche volta bevi all’uscita dell’ufficio e tiri avanti con una certa placidità.
Io e Teddi, inoltre, senza dircelo mai siamo stati depositari del suo segreto che, per me, segreto non è mai stato. E questo in qualche modo ha reso lui meno infallibile ai miei occhi e me più incrollabile ai suoi.
Domani mattina andrò al mio cubicolo e alla destra Teddi non ci sarà. Che brutta roba.

Alla fine forse le pene di amore altro non sono che il fare i conti con l’impotenza unita all’affezione, quindi una sensazione che si può rivivere più e più volte anche quando il cuore batte per un marito che – diciamolo – è un figo.

Al suo posto troverò Soviet, che almeno mi è amica seppur non può darmi la promozione, Testadiminchia che un giorno e l’altro lo meno lui e quella faccetta da cazzo, SpeedyGonzales che secondo me non capisce che cacchio dice in inglese manco lei, LuisLittdeiPoveri con la sua pelle grigia e viscida e le sue opinioni pieghevoli, Tunnel con le sue gonne bellissime e la vitalità di un danacol scaduto e tutti gli altri animali che abitano lo Zoo del Digital,  anche se ormai è un appartamento a cui mi sono affezionata ma che sento di dover sgomberare.

 

E’ la stessa identica cosa.

I’m gonna wear the tie, want the power to leave you
I’m aimin’ for full control of this love 
Touch me, touch me, don’t be sweet
Love me, love me, please retweet
Let me be the girl under you that makes you cry
(G.U.Y. – Lady Gaga)

Mai pensavo nella vita che sarei stata d’accordo con Valentina Nappi.

Ma partiamo da prima. Qualche tempo fa sono andata a fare un colloquio di lavoro, non che lavorare nello Zoo del Digital non mi piaccia, ma offrivano un sacco di soldi e chi sono io per dire di no alla possibilità di un sacco di soldi?
Niente di nuovo all’orizzonte:
come mai ha risposto all’annuncio? (perché offrite un botto!)
mah, sa, nella vita bisogna sempre affrontare nuove sfide…
e quindi parla inglese e francese? (mi avete appena fatto il colloquio in 2 lingue, imbecille!)
diciamo che sono molto appassionata di lingue straniere
e quindi ha fatto questo e quello? (se sta scritto sul cv ci sarà un perché)
eh sì sa, ho cambiato azienda rimanendo comunque in un settore che mi piace molto…
e quindi quando lo sforna un pargoletto? (ti sembro un forno, faccia di merda? e poi che te frega?)
no, sa…mica per essere…ma per sapere… (eccerto, perché te sto simpatica e vuoi sapere come vanno i miei progetti coniugali, immagino.)
E’ andato avanti così e, incredibilmente, anche peggio. Mi è stato chiesto del mutuo, del lavoro del Primate e di tante altre cose alle quali non avevo nessuna intenzione di rispondere. Sono uscita di lì con un collo gonfio come un tacchino col collare elisabettiano.
Poi esce la notizia di quella povera ragazza, Tiziana Cantone, che si è impiccata perché è circolato in maniera virale un suo video in cui fa sesso.
E, con le dovute misure, ho provato la stessa sensazione del post colloquio.
Perché in fondo è la stessa identica cosa.
Non me ne frega nulla di attaccare un pippone femminista (e, per inciso, io sono femminista e me ne vanto), non me ne frega nemmeno se il ragazzo di questa era consenziente oppure no, né se lei lo stesse tradendo, né se fosse un tentativo di lancio di una carriera nel cinema hard, né se è stata lei a mandare il filmino agli amici.
Il nome di questa povera ragazza ce lo scorderemo presto, è un fatto che non teme smentita.
E pure se sul blog non scrivo mai gromò, oggi ci sarà un’eccezione, perché oggi mi sono rotta il cazzo.
E rivendico il mio sacrosanto diritto di dire quello che mi pare, come mi pare e di non dover subire il giudizio o l’indignazione di nessuno.
Voglio scrivere, ché scripta manent, che alle donne piace scopare, oppure no, piace fare i bocchini, oppure no, piace farselo infilare in culo, oppure no, amano i cazzi, oppure no, godono, oppure no, amano prenderlo in faccia, oppure no e tutta una serie di cose che – nonostante tutto – mi imbarazza scrivere.
Perché ho poco da fare l’illuminata, pure io, la sfera sessuale femminile anche per me è un argomento che un po’ fa arrossire, perché così ci siamo cresciute, ci siamo cresciuti tutti.
“Non lo fo per piacer mio ma per far piacere a dio”, ma vaffanculo.
E’ una semplice scopata, è un pompino…possono essere gesti romantici, tenerissimi, intrisi d’amore e espressione di sentimento, oppure possono essere banalmente solo una scopata e un pompino che uno fa così, just for fun, sulla spiaggia a Ibiza impastati di ginotonic e diosolosa cos’altro.
Lo so bene che l’esecutore materiale di questa morte orrenda è quello che il video l’ha condiviso.
Ma se per un attimo provo a immaginare un mondo in cui fare sesso, pure per le donne, fosse una roba come un’altra, come nuotare, come ballare, come cucinare (tutte attività che si fanno col corpo e piacevoli) allora ecco che la diffusione di quel video altro non sarebbe che una cafonata oppure, ancora meglio, una roba di nessun conto. Nessuna importanza, perché è solo quello che è: un banalissimo pompino.
E invece no, nel 2016, nella parte ricca di mondo in cui abbiamo il culo di vivere, fare un pompino è una vergogna. Essere sessualmente disinibite una grave colpa. Divertirsi a letto con due tipi, un abominio. Ma anche non fare le mamme a tempo pieno pare brutto, dedicarsi alla scalata aziendale con due pargoletti a casa non sta bene.
Sono queste le istanze del consesso civile: il galateo della scopata educata e riservata.
Poi chissene frega se al lavoro veniamo valutate come forni che stanno per arrivare a temperatura, chissene frega se i nostri salari sono più bassi, chissene frega se ci è impossibile conciliare carriera e famiglia perché i figli non sono 50e50 col marito, no, i figli sono della madre che “ormai ha altre priorità rispetto al lavoro”, chissene frega se per ricevere adeguate cure mediche dobbiamo andare a elemosinare attenzione all’unico stronzo non obiettore di coscienza della regione.
Mi mordo la lingua e non parlo del #fertilityday, che è meglio. E pure del burkini, che è ancora meglio.
Smettetela con le magliette “se esci con mia figlia…bla bla bla”, non fanno ridere. Smettetela di associare il sesso e la dignità quando si parla di adulti consenzienti, quello che gli adulti fanno fra loro di comune accordo è lecito e non sono cazzi altrui.
Smettetela di dire che certe cose non stanno bene e che i panni vanno lavati e stropiacciati in casa, il bon ton è una cosa seria e non deve essere a servizio di alcun pregiudizio.
Lasciateci scopare come ci pare, lasciateci gestire casa e lavoro come meglio riteniamo ma, soprattutto, lasciateci in pace.

E’ un mondo triste quello in cui si debbano creare parole apposite, espressioni nuove come “slut shaming”, “body shaming”, “revenge porn” quando alla fine è sempre la stessa zuppa: la parità, di diritti e di giudizi, è una chimera.
E’ la stessa identica cosa.

Noi ragazzi dello Zoo del Digital

Se tu mi chiedi cosa faccio in questa vita amico mio
La sola cosa che so dirti è non lo so nemmeno io
Arisa – Guardando il cielo

Col tempo cambiano tante cose, figuriamoci se una donna giovane non cambia lavoro durante l’amore ai tempi dello stage.
Ho finito un anno e mezzo di fa di lavorare presso BrumBrum…non saprei cosa dire se non che è stata un’esperienza partita benaccio e finita tra le fiamme dell’inferno del mobbing. Non sono mai stata una particolarmente morbida nei confronti dei propri doveri, ho sempre speso parecchio di me in quello che faccio, indipendentemente dal salario…nella convinzione che io non sono il mio lavoro, ma porto me stessa in quel che mi metto a fare, eppure sentire rubare in un modo così ingrato il mio impegno mi ha letteralmente annientata.Peggio, mi ha spenta.
O forse, più semplicemente, a ‘na certa arriva un momento che di svegliarti e passare la giornata in un mare di stronzi ti fa affogare nella merda. Plausibile, semplice, probabilmente la verità.
Comunque, ci sono attimi della vita che non ti spieghi, uno è stato il mio colloquio di dieci minuti in due stanze lontane circa 700 metri una dall’altra con due persone totalmente diverse, undici mesi fa.
Mi ha chiamato la solita agenzia interinale d’ordinanza, chiedendomi di mentire sul mio civvì…”guarda che io non ho per niente un ottimo inglese, io ho l’inglese arrangiato, quelli so bilingue, dove cavolo vuoi che vada?”
“Frangia, senti, facciamo che cambi il tuo buono in ottimo e me lo mandi, ok?”
E quindi sono arrivata nei coloratissimi uffici di questo colosso del mondo moderno, che per facilità chiamerò Prestidigitale.
Il classico posto wannabe in California ma sto a Piazzale Loreto.
Mi accoglie questa signora splendida dal rossetto corallo chiaro e le sopracciglia alla Cara su capelli rossicci, dall’età pressochè indecifrabile (giovane vecchia o vecchia giovanile?), magrissima – savasandir, siamo a Milano baby – che io dovrei sostituire tipo dopo 2 giorni. Mi dice che lei si occupa di troppe cose per stare lì a spiegarmi e che devo parlare col Mega Direttore Galattico “che è molto demanding, quindi è importante fare push back”.
Avrei dovuto farmi un selfie solo per rivedere la mia faccia in quel momento. Click.
Poi passo in quest’altra stanza e incontro lui, il mitico Mega Direttore Galattico. In effetti è Mega: 2 metri per 2 di uomo maxigigante, gli stringo la mano e dico addio alle mie dita destre…ciao amiche di una vita, vi ho voluto bene, grazie per quello che avete fatto con me pettinandomi o facendomi scrivere i compiti in classe. Miracolosamente mi torna indietro il braccio e la mano è ancora attaccata, potrei iniziare a credere in Jesoo. Scopro che è davvero anche Direttore, maxi capo del mondo delle galassie dei bit, dell’internet e di tutto quello che può passare per una fibra ottica, scarlattina inclusa. Non scopro subito che, a dirla tutta, è anche Galattico.
Ha un braccialetto rosso di quelli che ti contano i peli del culo dal battito del cuore nel polso e ti dicono quanto peseresti su Saturno. E’ cordiale, affettato e studiato, ha una camicia lilla, mi fa delle domande tipo “rispondi subito, subito, subito!”, non so se ridergli in faccia o mandarlo a Viterbo. Per puro culo rispondo la cosa giusta, o azzecco una battuta o – col senno di poi – semplicemente non mi stava ascoltando, ma ride. Mi fa il colloquio in inglese e voglio morire. Ma non muoio.
Fuori in 60 secondi e va bene così, onestamente la mattina avevo fatto un colloquio dettagliato meno ansiogeno e più rassicurante.
Ma se è vero che quando te dice male te mozzica pure la pecora, è anche vero che quando finisci per caso sotto una buona stella ti va di culo e tutte quelle che mandano a colloquio con te sono delle morte di sonno.
Abbiamo avuto culo quel giorno, sia io che Teddi, il Mega di cui sopra.
E nzomma qui ci diamo del tuo, qui mangiamo la frutta bio, qui è importante sentirsi una squadra, e qui la gerarchia non esiste ma ricorda che Teddi non ama che si venga in ginz.
Io ho passato 15 fottuti giorni all’inferno: ero finita a lavorare casualmente alla Prestidigitale, quasi non ci credevo, e poi eccomi lì a non capire manco cosa si dicessero le persone. In questo mix di itanglish incomprensile sia nello stivale che oltremanica. A usare un programmino demmerda del computer anche per potersi spostare da una scrivania all’altra, perché vuoi mica che uno , chessò, dall’India non possa vedere dove minchia sei seduto tu in un maledetto openspace a Milano. Non sia mai.
Ho pianto di paura e poi ho riscoperto una roba che mi sembrava aver perso per strada all’università, quella forza che non capisci perché cavolo stai facendo qualcosa che ti fa soffrire ma senti che smettere sarebbe sbagliato: la tenacia. Che per una svogliata, pigra, insicura, paranoica e ancora pigra come me, è praticamente tutto. Tenacia e sensi di colpa ed ecco che la mia vita segue un movimento regolare. Oserei dire intestinale, se andassi di corpo normalmente. E invece.
Poi le cose sono cambiate, io continuo a non capire quasi nulla di quello che si dicono coi loro acronimi del menga, ma mi sono ambientata e sono stata fagocitata.
Siccome wannabe in California pure io adesso, ogni tanto dico “miting” al posto di “riunione” ma mi impegno a non “schedulare” e tutte le solite robe che avete già letto su Feisbuc perchè, probabilmente, come me siete tutti dei fanatici del bello scrivere e del bel parlare (non si dice grammarnazi, puttana galera!).
Ho tanti colleghi, ma tanti, ma tanti…e maledettamente così vicini, a portata di scrivania.
Nzomma: lavoro nuovo, vita nuova, bestiario nuovo. Non chiedetemi se sono felice, sono principalmente stanca ma troppo adrenalinica per riposare.
Benvenuti nello Zoo del Digital, we never stay calmi.

Veni, vidi, daje!

Nzomma alla fine io e Primate sabato siamo andati alla manifestazione #Svegliatitalia.
Io, per allinearmi alle bandiere arcobaleno che simboleggiano questi eventi, mi sono messa l’ailainer viola, il blasc arancione e il rossetto fucsia (che dettà così sembra una roba alla Dolly Parton ma poi, dal vivo, sembravo veramente Dolly Parton – che per me è un complimento).
Siamo arrivati in Piazza della Scala e onestamente non c’era tanta gente, poi invece pian piano ne è arrivata sempre di più fino a stare stretti ma stretti ma stretti che sembravano i saldi al 70% alla Rinascente reparto scarpe.
Una cosa che mi ha colpito è stata vedere le persone più disparate e assurde insieme nello stesso posto: la signora col visone con lo strascico, sulla settantina, e dei diamanti alle orecchie che tedicoscanzate, con in mano due manifestoni. Un signore, sulla sessantina, capelli bianchi cotonati e sopracciglia nerissime ad ala di gabbiano, anche lui elegante e vestito identico alla signora di cui prima.
Ragazzine rasate coi pirzing, ragazzi belli e truccatissimi come Nicchitutorials (dove hai preso quell’illuminante, baby?), famiglie con bambini di qualunque età, gli atei razionalisti, i pastafariani, Pisapizza, hipster, tamarri, sciccosi, la mia collega Sorrisona con la sua fidanzata incintissima Panzona, belle, felici e speranzose, quella coppia di due bonazzi ma boni ma boni dei loro amici col loro piccolo bimbo e “…ragazze scusate ma dobbiamo dare la poppata!”. Insomma: la società rappresentata in ogni suo aspetto, i debosciati, i seri, i felici, gli incazzati…tutti.

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E a chi senza ragione (o con ragioni anacronistiche e fondamentalmente stupide) si oppone a una realtà viva e pulsante, direi quello che diceva Cremonini “vieni a vedere perché”.
Mettici il muso e annusa, caro omofobo o caro omoscettico, annusa la vita vera come funziona, guarda cosa succede al piano di sopra del tuo appartamento, guarda come vive la signora che ti bolla la raccomandata in posta, fai un bagno nella normalità e stupisciti di quanto ciò di cui ti sei sempre riempito la bocca non ha alcun fondamento.
Non hai il potere di potere di cambiare la realtà, puoi solo accettarla e fare lo sforzo di cambiare opinione con un po’ più di conoscenza e coscienza.
Visto che a farti i cazzi tuoi proprio non ci riesci, fatti i cazzi delle coppie gay ma almeno fallo a ragion veduta!
Il problema è che, strignistrigni, quando si parla di tutela dei bambini, di famiglie deviate, di stabilità naturale, unicorni, gnomi e fatine il problema è sempre lo stesso: si disquisisce di argomenti che non si conoscono e di non si ha esperienza.

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Non penso che potrei capirlo, ho una mentalità aperta ma non così tanto, ma forse riuscire ad accettare che non si cambiasse idea a riguardo dopo aver passato un po’ di tempo in mezzo a una folla come quella di sabato, se solo uno di tutti quegli imbecilli che berciano sulla mia bacheca di Feisbuc contro “ste robbe contro natura” venisse a vedere cosa è un GayPride, cosa è una manifestazione per l’amore di tutti i colori e potesse poi affermare seriamente che è una roba da malati/invertiti/disfunzionali/vogliolamamma/biowashball.

Ma cari amici omoscettici e omofobi, se proprio non volete venire alle manìf come alleati, se proprio non vi ho convinti che il Family Gay è un luogo di apertura e condivisione al contrario del Family Day gusto cocaina e cilicio, allora vi dico: veniteci per passare un pomeriggio divertente e spensierato, venite a cantare, ballare e farvi due risate in mezzo a chi non ha nessuno da odiare, venite in mezzo a gente che – alla fine della parata – sa fare battute divertenti anche a Milano (e scusate se è poco):

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L’amore fa quello che vuole, l’amore fa i bambini negli Stati Uniti per due papà italiani, l’amore fa le inseminazioni costose in Spagna per due mamme, l’amore – a differenza vostra – si fa i cazzi suoi e va avanti libero.
Forse vi scocciate tanto perche è a voi non ve se caca.

 

S’è fatta na certa

Fatevelo dire da aspirante ueddinplanner e moglie di divorzista: è proprio ora di legalizzare il matrimonio tra uomosessuali. Veramente, dai. S’è fatta na certa.

Ho già spiegato qui come la penso, non sto facendo proseliti (spero che degli omofobi non leggano il mio blog, non lo voglio il vostro fottuto baz mediatico)
E’ che veramente ormai questo è un dibattito senza senso.

In che modo ci potrebbe danneggiare la felicità altrui?
Non sono non ci perdiamo niente, ma abbiamo tutti da guadagnarci, etero e gay: più tutele, più garanzie, meno coni d’ombra e non ci scordiamo che, come dice a Massime Ranieeeere “d’amore non si muore”, d’amore si soffre, ci si scogliona, si vive!

Sposarsi è bellissimo ma, fiori pizzi, e merletti a parte, avere delle tutele è fondamentale per vivere sereni e fare progetti.

Spero sinceramente che saremo tanti domani, soprattutto “noi privilegiati” che non abbiamo dovuto fare nulla per vederci riconosciuti i nostri diritti.
Io e il Primate ci saremo, se passate sarà semplice riconoscerci:  siamo quelli belli belli belli in modo assurdo.

#svegliatitalia #lovewins #daiunpo’
svegliaitalia