“SCUSA MA TI CHIAMO FRECCIAROSSA”- L’OPERA SAPONE DELL’ESTATE 2009- PARTE SECONDA DI DUE

Avrei voluto farvi penare di più, ma se la tengo un altro po’ nella cartella "BLOG" finisce che la cancello.

Quindi ecco qua, la prima parte è appena sotto.

Is this a lasting treasure

or just a moment pleasure?

Amy Winehouse

Veniamo al dunque: non è molto alto, me lo aspettavo secco secco, invece ha un corpo molto maschile, belle braccia. Indossa una camicia bianca a mezze maniche allacciata sino al penultimo bottone (scoprirò, in seguito, che è un felpudo), dei pantaloni grigio-marroni un po’ lenti e delle scarpette tipo le mie dello stesso colore (dei pantaloni, non delle mie, deo gratias), ha anche una tracolla marrone.

Imbarazzo, molto. Chiacchiere compulsive, molte. Ci incamminiamo e finiamo in un parchetto. Poco prima ci scambiamo i libri che ci siamo vicendevolmente comprati. La sua dedica è di una sola frase. E’ bellissima.

Parliamissimo, lo osservo meglio: è biondo, capelli corti corti vagamente ingellati, sottili. Pelle abbronzata, lo facevo più ragazzino, invece no. Ha gli occhi di un colore che non ho mai visto: verde bottiglia. Mi e gli domando se siano lenti: no. Dice che dal vivo spavento meno che via lettera, sono un po’ più inoffensiva. Gli chiedo se anche a lui fa un effetto strano pensare di essere lì insieme e mi dice che gli sembra di essere uscito con Creamy (cioè, Crimi, quella di parimpampù-babbo-mamma-toscio).

Gli dico che me lo aspettavo meno impacciato, “è tanto che non esco con una ragazza così, in questo modo” mi dice, lasciandomi intendere che è agitato e ha i sensi di colpa.

Invece io sono tranquillissima, come no, me pare proprio.

          come mai hai smesso di leggermi dalla Spagna?

          Chi ha detto che ho smesso di leggerti?

          Le bandierine…

          Ma io ti leggevo…

          Ah, eri già a casa?

          Già.

          E perché non mi rispondevi alle email?

          Perché pensavo di accantonare questa cosa.

          E perché allora poi hai risposto?

          Perché evidentemente non riuscivo ad accantonarla.

Lui non fa complimenti, mi osserva, si fissa, mi guarda negli occhi. Mi dice che ce li ho “verdognoli” (giuro che ha detto verdognoli, cioè), mi chiede delle forbicine e un cerotto. Il bello è che io dietro ho sia le forbicine che il cerotto. Ne vogliamo parlare?

Insomma si fa una certa e lui ha fame, io al posto dello stomaco ho una pietra dell’isola di Pasqua ma è pure ora che mangio qualcosa. Fosse mai mi dimagrisco.

Ci fermiamo in una trattoriola e mangiamo (per me le verdure grigliate d’ordinanza da primo appuntamento). Lui tiene la forchetta al contrario. Mi versa l’acqua. Continuiamo a parlare. Arriviamo ai discorsi seri e mi dice che, come non avrebbe mai sognato da ragazzino, si troverà a mettere sulla bilancia della sua vita la storia con la bici, rassicurante e assodata, e sto colpo di testa. Mi dice di non riuscire a capire se possa contare di più la stabilità o la felicità. Come a lasciare intendere che, in questa stabilità, per la felicità non c’è posto. La felicità quella che ti prende e ti porta via [cit.].

Gli dico che non so, non posso promettere niente, non riesco a prevedere come mi sentirò stasera, se ci penserò, se penserò a lui come un possibile “noi”. Cerco di essere il più corretta possibile: non devo rassicurarlo a tutti i costi, deve capire che vuole (come me, d’altra parte)  in fondo – penso – la notte porta consiglio e ciò su cui si riflette prima di andare a dormire è rivelatore. Ma il solo fatto che stia lì a pensarci, forse, la dice lunga.

Scopro che il suo ghiacciolo preferito è quello alla fragola (ovvero: rosa, n.d.a.).

Lo sorprendo a guardarmi con insistenza le tette. Le fissa così tanto che quasi mi sembra si sia fissato a pensare con lo sguardo nel vuoto. Invece no: s’è fissato sulle gemellone.

Mi viene in mente un caro amico che, tempo fa,  mi disse “non c’e’ niente che competa con un paio di belle tette per un uomo.”

piedi

Ci incamminiamo alla stazione, le nostre sei ore in cui tutto avrebbe dovuto essere chiarito e risolto stanno terminando. Di chiarezza e risoluzioni manco l’ombra. Ci fermiamo a parlare ancora un po’, io rimango terrorizzata dai silenzi. Ho tutto il viaggio di ritorno per le paranoie, adesso cerchiamo di non pensarci.

Arriviamo, mancano 15 minuti ai nostri treni.

– vuoi che ci separiamo subito o ancora cinque minuti?

– ancora cinque minuti.

– Aehm…bene…eccoci qui…

Imbarazzo letale. Comincio a pensare che discutere la tesi con un vestito da coniglietta di Pleiboi nell’Università per CattoRicconi non sarebbe poi tanto difficile.

– per favore, dì qualcosa…

– non possiamo stare in silenzio ora?

– …sì…ma…mi prende un po’ male….

E vedo che tende le braccia verso i miei fianchi. Mi abbraccia. Mi abbraccia e mi tiene stretta stretta. Lo stringo anch’io mentre mi appoggio la testa tra la spalla e il collo di lui. Dopo un lungo momento così, ci stacchiamo, ci guardiamo. Mi abbraccia di nuovo e disegna la linea del mio orecchio con un dito, spostandomi i capelli. Mi annusa forte.  Sento che sospira e viene da sospirare anche a me. Per la prima volta nella giornata, al suo sospiro, sento che mi batte il cuore. In maniera asincrona, qualcosa si muove. Non so bene cosa di preciso o come (magari è il tiramisù che fa reazione col ghiacciolo). Non è semplice in poco tempo creare un ponte tra quelle sue mail, la sua faccia, il suo accento strano che riconosco come familiare, il fatto che sia lì con me, le mie sensazioni e il suo abbraccio. Sono troppe cose tutte insieme per poterle combinare e decifrare come un tutt’uno.

Mi guarda di nuovo le tette. Glielo faccio presente e non nega. Come potrebbe?

 

E adesso tutti si aspetteranno che mi abbia preso dolcemente la testa tra le mani e mi abbia baciata con decisione e trasporto, come chi bacia dopo averci pensato, come chi sta facendo un tentativo, come chi pensa “ora o mai più, vediamo l’effetto che fa”.

E tutti si aspetteranno che io abbia sentito la sua pelle un po’ ruvida, che mi sia fatta baciare e lo abbia baciato a mia volta, con sentimento e timidezza allo stesso tempo.

E tutti si aspetterebbero che, a due minuti dalla partenza dei treni, lui mi abbia presa per mano, stringendomi le dita e mi abbia accompagnata al binario. Come fosse normale.

E tutti si aspetterebbero che al binario mi abbia baciata di nuovo, per salutarmi, di un bacio zuccherino ed emozionante.

 

E infatti sì.

35 thoughts on ““SCUSA MA TI CHIAMO FRECCIAROSSA”- L’OPERA SAPONE DELL’ESTATE 2009- PARTE SECONDA DI DUE

  1. Ci sono due signori:
    uno si chiama Innocenzo Cipolletta;
    l’altro Mauro Moretti.

    Se fossi in loro, leggendo questo post mi fregherei le mani mormorando benebenebene

    P.S. E’ lecito un pizzico di gelosia? 😛

  2. Allora, facciamo un’analisi:

    – il logorroico non sa tenere le posate
    – il logorroico ha i capelli ingellati
    – il logorroico si veste da giovane (ma mi pare di aver capito dall’altro post che non lo sia)
    – il logorroico pare un po’ imbranatello.
    – il logorroico va in giro con una tracolla.

    Non sono elementi positivi.

    L’unico elemento finale per poter dare un giudizio definitivo dipende dal libro che ti ha regalato. Che libro ti ha regalato?

    (Tra parentesi: Giuseppe ha ragione ancora una volta: la frase delle tette mi sembra una massima di vita innegabile).

    demonio pellegrino

  3. Rieccomi sul treno. Sole giaguaro e umidità al punto che potrei attaccarmi sul braccio uno di quei tatuaggi delle patatine senza usare un goccio d’acqua.

    Che giornata.

    Troviamo un termine di paragone, se ce ne sono. Allora, è stato come se un giorno a caso dei miei teen-years fosse piombato dritto dritto nel bel mezzo del 2009, modello meteorite cronologica.
    È stato come essere al Louvre e trovarsi di fronte a un graffito metropolitano, in mezzo tra la Gioconda e l’Origine del Mondo di Courbet.
    E poi, diciamocela tutta, è stato come finire dentro un fotoromanzo. Al punto che ogni tanto io guardavo in alto a destra, e lei sicuro stava pensando “Oddio adesso a cosa starà mai pensando questo qua”, e invece io aspettavo solo di vedere comparire il fumetto, come nel mitico Grandhotel.
    Mia nonna leggeva Grandhotel.
    Solo un dubbio è qui seduto vicino a me sul treno. Un dubbio di quelli rompicoglioni che per tutto il viaggio ti parlano nell’orecchio. Quello che dice, nella fattispecie, è “Ma è stato tutto vero?”
    Non è una domanda oziosa.
    Sì, lo so che è stato tutto vero. Lo so che non me lo sono sognato. Lo so che quella cosa che avevo in bocca era effettivamente insalata con pollo, e lo stesso vale per quelle patatine buonissime che lei mi ha lasciato finire. Lo so che era vera la panchina in cui ci siamo seduti. Vere le scritte sulla panchina. Vera la bottiglietta di tè da cui mi ha fatto bere. Tutto vero, insomma. Ma io ho una teoria: che ci sono diverse gradazione del “vero”. Allora, c’è il vero-vero, cioè quello che è vero e tutti sanno che è così e non ci piove. Certo, un sacco di gente, da Merleau-Ponty al Mago Copperfield avrebbe un bel po’ da ridire anche su questo, ma prendiamo per buona questa: che ci sia, in giro, qualcosa di vero.
    Poi c’è il vero-vorrei-che-fosse-vero, cioè quel tipo di vero che sì, succede, accade, è lì, ma non sei mai tanto sicuro se è stato davvero quello che è stato o se è stato solo quello che tu vorresti che fosse stato e pertanto ti sembra che sì insomma.
    Accidenti. Merda. Il mio compagno di viaggio si è trasformato da Mr. Dubbio a Mr. Sega Mentale. Non ci voleva. Adesso attaccherà a sollevare questioni anche sui minimi dettagli , in cerca di oscuri presagi o di evidenti stronzate.
    Calma. Niente panico. Va tutto bene. Sei tra amici.

    Mandiamo un po’ di fotogrammi a random.

    Primo fotogramma: lei che mi coglie in flagranza di reato, mentre i miei occhi cadono inesorabilmente sullo spiraglio della camicia da cui si intravede il suo seno. Lei che non commenta, non parla, non dice niente. Questo fino alla sesta volta che la scena si ripete. Alla fine non può fare a meno di farmi capire che si vedeva. Io che ammetto il tutto, sì signor giudice, ma sa com’è.
    Secondo fotogramma: lei che torna dentro a uno dei bar più zozzi della Pianura Padana per cambiarmi un ghiacciolo. Da arancia a fragola, nelle intenzioni. Da arancia ad amarena, nella realtà.
    Terzo: lei che mi sorride, da lontano, non appena capisce che io sono io e che lei è lei.
    Quarto: lei che, alla richiesta più assurda che potessi farle, risponde tranquillamente: “Sì, certo”. La richiesta era se aveva un cerotto. Ce l’aveva.
    Quinto: quello che è successo non meno di cinque minuti fa, poco prima di prendere il treno.
    In realtà tutti questi fotogrammi si intersecano, si confondono, si accavallano, e alla fine sono tutti dentro il quinto fotogramma.
    Che è stato, per inciso, la stessa identica cosa che fa Brad Pitt in Fight Club con le pellicole dei film per bambini. Solo che lui lì inseriva dei fotogrammi porno dentro i cartoni animati, noi due, invece, abbiamo messo un pezzo di Harry ti presento Sally dentro le nostre vite.
    Di qui le domande che continuo a farmi. Vero non vero, vero non vero eccetera.
    Una cosa che di sicuro non mi chiederò, comunque, è se lei sia o non una persona piacevole. Sì, lo è. Parla ma sa ascoltare. Ascolta ma sa parlare. Ha un bel senso dell’umorismo.
    Forse dovrei scriverglielo: ehi, lo sai che hai un bel senso dell’umorismo?
    Naa.
    Però potrei dirle che ha gli occhi che le sorridono. E che fanno sorridere gli altri. Questa è in assoluto la cosa più lampante di lei. E quella che mi resterà in mente per molto tempo.
    Naa. Dopo pensa che è solo perché ce sto a provà.
    Ma io non ce sto a provà. O meglio: ci ho già provato. Esattamente cinque minuti fa.

    “Non avresti dovuto”. Di nuovo Mr Sega Mentale.
    “Perché non avrei dovuto?”
    “L’alito”
    “L’alito?”
    “Sì, avevi ancora l’alito che sapeva di pollo”
    “Ma lei ha detto che le piace il pollo”
    “Sì, ma non credo che intendesse nel senso di ‘attrazione fisica’, sai?”
    “Dici di no?”
    “Beh, puoi sempre chiederle se fra i suoi ex c’è qualcuno che viveva in un ovile”
    “Guarda che i polli non vivono nell’ovile. Quelle sono le pecore.”
    “Bon, quello che è.”
    Cioè. Figuratevi tre ore di viaggio con uno del genere in parte.

    Comune l’alito non sapeva di pollo. Vivident proditoriamente offerto da lei stessa.
    Quando ero adolescente, fra l’altro, usavo questa tecnica, per sapere se una ragazza avrebbe fatto o no testina*, in caso di. Se lei mi offriva una chewingum, allora non ci sarebbe stata testina.
    Poi questa teconcia si è rivelata un clamoroso fallimento, il giorno che una tipa non faceva che sganciarmi gomme alla menta, all’eucalipto e qualsiasi altra cosa, e poi al mio attacco frontale mi ha rifilato un bel “Eh no. Che ti sei pensato?”[sic.]
    Suo padre faceva il tabaccaio. Aveva la borsa piena di roba. Ogni volta che non sapeva cosa dire, diceva: “Ne vuoi una?”.
    La sola, unica e imbarazzante verità è che io non so più come si fa. Quando esci con una ragazza, dico. È un secolo che non mi succede. Come si fa? Che si dice? Credo che questa mia ignoranza in merito si sia vista alla grande. Però alla fine non so se me ne frega poi tanto.

    Il quinto fotogramma, comunque, è sempre lì.
    Io e lei sotto il tabellone elettronico degli orari. Lì, sotto, dalle 16.26 alle 16.32. Abbracciati.
    E poi nel sottopassaggio per i binari. Soprattutto quello.
    Ehi, Mr. Sega Mentale, non pensarci neanche. Zitto e mosca.
    Quasi quasi mi metto a giocare a Tetris, e passa la paura [cit.]

    *per chi non avesse visto Manuale d’amore, per “fare testina” si intende quando tu provi a baciare una ragazza e lei tira la testa indietro.

  4. oh, sara’ un limite mio, eh, pero’ uno che scrive sti pipponi alla baricco nun jela fo’ a leggerlo.

    E Paola, ti assicuro che la rosica non c’entra…

    E’ che a me stanno sulle scatole i De Carlo/Baricco originali, figurati le copie.

    dp

  5. @giuseppe: difatti l’ha detta un tettologo-tettomane.
    @a.i.: eh, oh, capita.
    @Furioo: guarda che nel disclaimer c’è scritto di non sopravvalutarmi. Dunque: chi so questi?
    Per il PS: tanto io sempre ollain me le becco le scenate di gelosia.
    @dp: il libro non ti sarebbe piaciuto e lo sai. Infatti il logorroicopiace a me. E a me piace anche Baricco. DeCarlo un po’ meno.
    @Paola: credo che potrai saltarti almeno la prossima stagione di Biutiful con sti due post.
    @utente numero seven: benvenuta tra i commentatori. Effettivamente come primo (e forse ultimo) appuntamento non c’è male, lo ammetto.

  6. @Paola: sei ufficialmente la mia avvocata difensrice. Lovia.
    @Furioo: che mito! ho riso dieci minuti. Tra un po’ i controllori di Trenitalia mi fanno il BATTICINQUE alla stazione.
    @Mucchiod’ossa: vedo che parli fronscese, monbò!

  7. no no…..quale rosicata…..gli uomini di default non rosicano….quasi mai almeno….
    personalmente sono assolutamente felice se l’amore trionfa….
    e sinceramente non manifesto nemmeno dubbi o osservazioni xkè tanto le uniche sensate sono quelle, eventuali, dell’autrice del blog……
    nondimeno resto cinico e dubbioso su questo genere di eventi….tantopiù che lui continua a sembrarmi troppo titubante….

    giuseppe

  8. la gente vuole sapere la frase sul libro. la gente vuole sapere se bacio è premessa di ipotesi di possibilità di chance di stiamoinsiememaforseno. Ma la gente, vuole soprattutto sapere, quanto tempo è passato dal ciuf ciuf di messa in moto del treno al primo sms. La gente dice che è un parametro chiave. La gente.

  9. @mucchiodossa: sge te compran monbò.
    @consce: eccheè? colazione con yogurt e limone?
    @pallina: braverrima! ma poi, perché?
    @blower: laggente chiede cose che lafrangia non sa. Laggente può facilmente immaginare che un bacio vuol dire “ci piacciamo”, ma questo Laggente lo poteva immaginare anche prima. Laggente ragionevolmente capirà che le cose hanno un loro corso che Lafrangia adesso non conosce. Laggente, poi, sappia che l’essemmesse è arrivato tipo un’oretta dopo. E niente miele e niente zucchero.
    @giuseppe: senti, io le tette ce le ho messe tutte, più di così…ma una che deve fare?

  10. ma no figurati,è che ormai sono un po’ cinica,forse perchè è da una settimana che faccio la caronte delle anime scaricate..ossia porto in giro ad ubriacare amiche piantate dagli exuominimeravigliosi.

  11. @tomada: e ricordati sempre di lavarti i denti dopo i miei due ultimi post.
    Prometto che i prossimi li scrivo al limone.
    @pallina: è il nuov trend dell’estate, bisogna adeguarsi.
    @consce: capisco, io lo faccio da una vita. Quindi preparati a portare in giro anche me, adesso.

  12. uhm, signor anonimo scrittore, a me non la fai, nonnò. sarà che ci ho una laurea in critica letteraria, sarà che di ‘ste cose la so almeno un pochettino lunga, ma qui qualcosa non va.
    non va perchè il cambio di umore, di sapore, di ritmo di questo commento rispetto al precedente è percepibile. l’hai scritto con meno ironia – anche se apparentemente ce n’è di più – con meno verve, divertendoti meno.
    forse perchè i Signori Dubbi e le Signore Seghe Mentali erano lì sulla tastiera vicino a te così come lo erano sul treno di ritorno, più vicini che sul treno di ritorno? e va bene DeCarlo, va bene Baricco, ma non esageriamo, perché i loro libri finiscono sempre di merda. e non può essere altrimenti, perchè nonostante le belle parole in fondo il protagonista non è altro che un pusillanime. e con Baricco un po’ te l’aspetti, perchè se fa iniziare Castelli di rabbia con una sega un motivo ci sarà pure no? ma De Carlo ti frega, mioddio, che tu stai lì a leggere un libro dopo l’altro perché pensi che prima o poi uno dei suoi cazzo di uomini li tirerà fuori ‘sti coglioni, santoddio. invece no. e leggi un libro, leggine due, alla fine ti rompi anche di tutti quei finali, così uguali e così stantii come le vite che raccontano.

    e se per fare i bestseller le belle parole, i Signori Dubbi e le Signore Seghe Mentali vanno benissimo, per fare la vita vera ci vogliono le Magnifiche Palle. non tante, ma almeno un po’.

  13. PS – perchè non mi si prenda per la solita lacrimosa pseudoromantica ci terrei a sottolineare che le Magnifiche Palle non servono solo a replicare la corsa di quel treno,magari allungandola da Bologna a Roma, ma soprattutto per decidere di contiunuare a pedalare sulla propria bici beige senza pensare di saltare sul primo skateboard rosa che passa e, ancor più, per decidere di scendere e andare a piedi.

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