RECEMPSIONE: COME DIO COMANDA

L’ho finito di leggere già da qualche giorno ma non mi decidevo a scriverne. Quindi adesso ci provo, immagino che i risultati saranno discutibili, comunque. Come dio comanda narra la storia di un padre e un figlio poveri in canna, il primo nazista violento e il secondo piegato e abbrutito dall’unico genitore che si ritrova. La storia di questo infelice binomio si intreccia, per amicizia, disperazione e comunanza di situazione con quella di un alcolista depresso  per la morte della figlia di un anno (Danilo Aprea) e di un ritardato strampalato e fulminato da piccolo (Quattro Formaggi). Nella vita completamente sgangherata di questo quartetto che cerca di tirare avanti tra alcol e poco eroiche imprese illegali arriva, tutto in una notte, il colpo di scena. (Che io non svelerò). Le circa cinquecento pagine volano via, una dietro l’altra, creando una successione di sensazioni inquietanti. Rispetto all’altro libro di Ammaniti che avevo letto (Ti prendo e ti porto via), ho notato che la tecnica narrativa è diversa: meno digressioni, più descrizioni. Le ultime, poi, particolareggiate e pennellate in maniera magistrale. Non so se l’autore sia un appassionato di CSI o di obitori, so solo che la descrizione del fetore dei cadaveri, della casa sporca o le ferite di Quattro Formaggi è talmente realistica da rendere le immagini tangibili. Se penso questo libro sento un puzzo acido. E’ stranissimo. Questa storia mi ha, prima di tutto, fatto sviluppare percezioni fisiche. La fine è un po’ una cagata. Ma io Ammaniti lo capisco, anche io non sapevo mai come iniziare o finire i temi a scuola, e quando avevo in mente un bell’incipit o una fantastica chiusura non sapevo mai che metterci di mezzo. Quindi, complessivamente: tutto bello tranne il finale raffazzonato.comediocomandaPoi, se l’arte è una proiezione del bello e del brutto che c’è in noi, una rappresentazione delle nostre gioie e dei nostri timori, uno spunto di riflessione, beh, io da questa lettura ho capito una cosa: ho un problema con le seconde volte. Proprio in generale, nella mia vita. Non c’è niente che mi abbia spaventato meno la seconda volta rispetto alla prima, o preoccupato meno, o deluso meno. Tipo la prima volta che sono andata all’università ero tutta emozionata, trepidante, in tumulto e attiva, insicura -sì- ma anche speranzosa. Adesso sono solo presa male e consapevole delle mie incapacità mnemoniche della domenica mattina (prova ne è questo post). Oppure il primo bacio: mi sentivo in diritto di baciare male ed essere maldestra, la seconda volta no. Panico totale. Andrea sapeva che c’era già stato un primo bacio (con lui, appunto), quindi io non avevo scusanti di sorta. Si sarebbe lì declamata la mia non bacevolezza. O la seconda volta che ho fatto la ceretta: la prima è ovvio che fa un male boia, la seconda arrivi su quel lettino carica di ansia che la metà basta a entrare in depressione cronica. Che poi, se uno ascolta Caparezza, la mia tesi si avvalora anche in campo musicale: il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista. La prima volta che ho messo lo smalto scuro, poi, ero pronta alle più feroci critiche, la seconda no – zero scuse- era una cafonata cosapevole. E insomma così pure per il secondo libro di uno stesso autore: Ammaniti m’è piaciuto anche stavolta, però un po’ meno. Forse questa teoria potrebbe essere legata anche ai numeri pari, tipo che mi piace il primo e il terzo libro di un autore ma il secondo -in mezzo- un po’ mi stufa. Almeno con Hornby sta succedendo così.

7 thoughts on “RECEMPSIONE: COME DIO COMANDA

  1. Dell’Ammaniti “ragioniere” della narrativa avevamo già parlato. E questo è secondo me il libro che meglio testimonia questa cosa. Hai centrato in pieno la questione del finale, che rappresenta una piccola svolta nella sua scrittura (una svolta per vincere tutti i premi che il libro ha poi vinto? Chissà…).

    In tutti i santi libri suoi, il finale è una sorta di dito di Dio che bacchetta l’umanità. Pagano tutti, sempre e comunque: tra morti, scomparsi, finiti in galera o pentiti. Tutti quelli che sopravvivono passeranno sempre il resto della loro vita a riflettere sulle proprie cazzate o su un grande dolore. In Come dio comanda ci sono addirittura due-personaggi-due che non solo non pagano – o che pagano meno, se consideriamo gli affetti perduti – ma che escono quasi vincenti dalla storia. Un buonismo dark, una pennellata di ottimismo nerissimo per dare una parvenza di lieto fine nella tragedia. Il “più perfetto” dei suoi libri e, forse per questo, quello che fa storcere di più il naso.

    Grazie per lo sfogo.

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