LA DIFFERENZA TRA ME E TE [cit.]

Volevo scrivere qualcosa di nuovo sulla giornata contro l’omofobia ma dubito che mi possa venire in mente qualcosa di nuovo rispetto a quanto feci nel 2013, quindi ecco qui.

Come se fosse Bionda

Per quanto riguarda Sanremo mi sto sfogando su feisbuc, quindi non è che abbia grandi cose da scrivere qui. Però prendo spunto da uno dei siparietti messi su in quel grande puntatone lungo quattro ore di Che Tempo che Fa con tante canzoni (bruttarelle) su RaiUno. A un certo punto una coppia omosessuale italiana che si sposerà a Niuiorc ha raccontato tramite iscrizioni su fogli bianchi, in silenzio e con una dolce melodia di sottofondo, la propria storia d’amore e il proprio diritto al matrimonio negato in Italia.
Ora si fa un gran parlare di unioni civili, matrimoni ghei, adozione da parte di coppie ghei e quanto di simile che coinvolga il mondo omosessuale e la creazione della famiglia.

Se siete contrari per principio in ogni modo alle unioni omosessuali, a casa vostra si dice “devianza” o “frocidemmerda”, beh, andate a leggere il sito del Giornale o di Famiglia Cristiana,

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7 COSE CHE FACCIO QUANDO SONO TRISTE

Per ogni stella che si stacca dal cielo
C’è un dolce sguardo che si scopre da un velo
E un altro giorno che ti viene in regalo
Tu chiudi gli occhi e non ci pensi più …
…piccola dolce selvaggia malinconia vattene via!
Pixi Dixi Fixi – Mimmo Locasciulli 

 

Ci sono dei giorni, tipo oggi, in cui mi assale il pessimismo cosmico. Una piccola nota negativa fa da detonatore per una bomba di nichilismo e pessimismo senza pari.
Per esempio venerdì sono andata a farmi la piega da un parrucchiere imbecille e, al posto di avere una chioma setosa, mi sono ritrovata con una scopa di saggina in testa con le doppie punte, se possibile, in evidenza.
Poi sabato sera a mezzanotte SpeedyGonzales, la mia capa, mi ha mandato una mail per cazziarmi…in parte aveva anche ragione, ma magari ne possiamo parlare in un momento che non sia sabato sera a mezzanotte.
Morale della favola, queste due piccole sciocchezze, hanno scatenato un senso di insofferenza per la vita che non provavo dall’adolescenza. Probabilmente perché dentro di me lo so che devo tagliarmi i capelli anche se non voglio e che devo cambiare lavoro anche se è troppa fatica.
Chiaramente questo pessimismo non trova soluzione in se stesso, figuramose, no, questo pessimismo genera mostri e riflessioni che vanno da Gegia a Steven Hawkins sul perché mi ostino a volere capelli lunghi, sono forse sintomo di insicurezza?, e perché sto facendo ora questo lavoro di cui non mi frega assolutamente nulla e che mi appiattisce le sinapsi finché l’unica cosa che ne esce è “l’iva sulla frutta è al 10%”, ecco sto sprecando la mia vita, forse dovrei davvero andare ad aprire un ostello in Patagonia e perché no il ristorante di bruschette in Birmania.
E la morale è così, ti rompe i coglioni quando tu vorresti solo galleggiare tra una mezza gioia e uno scoglionamento, fluttuare lieve senza impegno. Nfatti m’hanno detto che sono poco paranoica, sì.
Ma non si può sperare che la tristezza passi da sé, senza prendere in mano la situazione, lo dicevano anche i Litfiba dei tempi d’oro ” chi visse sperando morì non si può dire”, quindi evitiamo di ridurci come Piero Pelù a The Voce of Italy e sorridiamo che la vita ci sorride. Più o meno.
Quello che salva l’uomo, in situazioni di estrema precarietà emotiva, molti dicono sia la passione. Per qualcuno, per qualcosa.
E se quel qualcuno nel mio caso è il paziente  Primate, quel qualcosa sono i miei 5mila hobby: la cucina, il cucito, il ballo, la musica, il blog, i trucchi, le gif di Uomini&Donne, la tv spazzatura con particolare riguardo per i programmi con i ciccioni, camminare, leggere riviste e romanzi, lo stalking su Facebook.
Sorprendentemente, quando mi girano fortissimo le ovaie, non ho la benché minima voglia di fare nulla dell’elenco sopra descritto. Ma niente. Forse invero, lo stolcherare su Facebook sì, quello sì, ma quella più che una passione è un talento che emerge un po’ in ogni cosa che faccio.
Quindi ecco una lista di cose che mi fanno stare meglio quando non ce la faccio a farcela:

1) Comprare cosmesi, possibilmente ollain. Adoro i trucchi e adoro le creme, le creme davvero le amo fortissimo, quindi ne compro,  poi ripenso che ne ho un milione, poi mi sento in colpa e fine.
2) Cercare le foto di Shaun, la pecora che non venne tosata per 6 o 7 anni, e pensarla che dice parolacce: shaun
Se la si guarda in faccia si capisce chiaramente che sta imprecando con accento napoletano.
3) – Mangiare, sì, mangiare. Io sono la classica persona che mangia se è triste, mangia se è felice e poi bestemmia perché ingrassa. Siamo così, dolcemente complicate [cit.]
4) Cantare 4 canzoni: Pixi Dixi Fixi di Mimmo Locasciulli, l’indimenticata Sandra dei 360° perchè dice “fornellino” e questa cosa mi fa morire, Chihuaha di Dj Bobo perché mi fa chiedere se anche lui campa di diritti annoiandosi come Hugh Grant in About a Boy  o se è finito malone come la protagonista di Gola Profonda, Ballo Ballo della Raffa perché onestamente non c’è tristezza che la Raffa non possa curare….ahhhh sensazione magica!
Tendenzialmente se sono scoglionata non ho voglia di cantare, ma le metto su e, dalla metà in poi sento la musica la musica che gira intorno, poi gira tutta la stanza e alla fine el ritmo de la noche mi pervade.
Va detto che alcune volte ascolto anche Despacito con Justin Bieber e A chi mi dice dei Blue perché sembra che cantino dei rumeni e anche questo mi risulta esilarante.
5)  Stolcherare il profilo di Lui, quell’essere con cui ho rischiato di passare i migliori anni della mia vita, e di Riccarda Strozzi Pollastri, la sua fidanzata e trovarci cose come questa:
strozzi
Incollarle subito a AmicaUmbra e riderne insieme (con non poco sollievo di chi l’ha scampata bella, da parte mia).Non capisco per quale motivo a ogni parola corrisponda un disegnino, io però vicino a “UNA donna” c’avrei messo il maialino perché, per la cronca a Riccardona nostra je piace pane e porchetta e se vede, manco poco.
6) Ricordare quando sono andata a fare una prova di Fitness con gli elettrodi con Teddi che aveva paura di morire fulminato. In pratica funziona così: indossi una tutina aderentissima e molto sottile nera e poi ti mettono un gilè umido (e un po’ puzzolente) a cui attaccano degli elettrodi, fai dei movimenti leggeri e gli elettrodi dovrebbero amplificare lo sforzo del muscolo con un impulso. Ma in tutto questo la cosa esilarante era Teddi la montagna umana, col suo QI alle stelle e il suo colesterolo alle stalle, in una tutina frufrù che prendeva ordini su come fare gli squat da uno che faceva fatica a coniugare i verbi al presente indicativo (no, non Di Maio, questo era palestrato, n.d.a.).
7) Guardare i seguenti video:

ma soprattutto:

In realtà sto periodo mi sento così giù di corda che, in qualunque ambito della mia esistenza tendo ad avere i complessi, macché complessi, io c’ho RockinMille, applico tutto il giocajouer qua sopra: tattatataatà comprare/tattatataatà stolcherare e via andando, ma una sola grande certezza mi risolleva: ho obbiettivamente delle tette da paura.

 

DAMMI DUE BOTTE, ALMENO AI VETRI

I più penseranno che su Parigi si sia già scritto tutto, e invece.

Ero convinta, convintissima, avevo iniziato a scrivermelo in testa in metropolitana, il mio bell’articolo sul femminismo.
Una congiuntura di fattori mi aveva portato a immaginare una serata da sola, visto che il Primate è all’estero, sul divano, visto che la signora delle pulizie ha sistemato i cuscini, con un bicchiere di vino bianco, visto che è venerdì, a scrivere su come si conciliano femminismo e chirurgia plastica, visto che sono uscita a pranzo con Teddi che- in fondo in fondo – si schifa che mi sia piegata ai canoni di bellezza vigenti.
Mi succede spesso quando parlo con Teddi, lui mi dice “non mi aspettavo che ti rifacessi” e a me scattano le madonne sul femminismo perché non mi devi mica giudicare, mi sento meglio con me stessa, ho diritto ad avere dei complessi mantenendo dei principi, migliorarsi non è mica snaturarsi e blablabla…ché alla fine il bocciodromo è mio e lo gestisco io.
Nzomma, volevo fare tutta sta bella disquisizione e avevo argomenti. Ma, c’è sempre una congiunzione avversativa, poi mi sono sentita con AmicoGaioLondinese che ora è AmicoGaioParigino.
Mi scrive perché, dopo anni, finalmente a giugno passa per Milano e ci rivediamo, ovviamente non vedo l’ora. AmicoGaioParigino ha una delle qualità che preferisco negli esseri umani: unisce un cinismo osceno a una grande sensibilità e alterna le due caratteristiche continuamente e senza preavviso.
Passerà per Milano, dicevo, perché vive all’estero da tanti anni e vede pochissimo la sua famiglia, così ha preso quest’abitudine di fare un viaggio in estate coi suoi genitori e quest’anno tocca al Giappone.
AmicoGaioParigino è alto, ha la faccia da ragazzino con la barba, occhiali stilosi, barbettina accennata, smilzo, pelle chiara, glabro e quando era ancora un suddito della Betty, si spaccava di palestra risultando così smilzo ma pompatello.
Ora anche lui lavora da QuelliTipoGugol e quindi fa i corsi di palestra in orario lavorativo.
Pe’ falla corta e pe’ falla breve, io volevo attaccare un pippone sul femminismo sul blog, ma poi c’è stata questa conversazione:
arin 1arin 2arin 3arin 4arin5arin 6

Morale della favola, sto sul divano con uno yogurt alla mela verde, i piedi gelidi e sta minchia di guaina che mi sega in due per la lunga, mortacci di tutti sti gancetti.
Però adesso so tutti dei membri filippini, e scusa se è poco.
E anche oggi la vita mi ha dato una grande lezione, ovvero che la geolocalizzazione del 2017 è “il mio amico ha detto che sei carino e ti vorrebbe conoscere” del 2001.

WEDDING FOR BLONDIES – I 15 GRANDI MA ANCHE BASTA DEI MATRIMONI 2017

Post lungo e rivolto principalmente alle gentili donzelle perché, non nascondiamoci dietro un grissino, l’organizzazione del matrimonio è una psicosi che dà il meglio di sé con le menti femminili (no, nessuna teoria del gender)

Quattro anni or sono scrissi questo post in cui elencavo i 15 punti da tenere a mente per organizzare un matrimonio della madoro, confermo a distanza di tempo che avevo ragione su tutta la linea.
Da quel dì molte pantegane hanno nuotato sotto i ponti e, soprattutto, abbiamo assistito inermi al proliferare di riviste, pagine feisbuc, blog, canali instagram e tanta tanta tanta tv a tema “wedding”. Penso che se Cielo e RealTime smettessero di passare programmi sui matrimoni la programmazione si ridurrebbe al melange di grigio, le righe di colore e Gordon Ramsey. tv colori
Ringrazio Dior per essermi sposata prima che tutto questo accadesse, quando questa bomba di confetti e petali di rosa sintetici comprati su AliExpress a due centesimi al quintale esplodesse, permettendomi così di vivere il mio grande giorno in relativa serenità e facendo cose che piacevano solo e soltanto a me. O quantomeno di sfuggire il più possibile all’influenza auanagana che l’America sta avendo sulle nostre cerimonie nuziali.
In questi quattro anni, da invitata/testimone/truccatrice ho partecipato a più matrimoni di un prete e oltretutto quest’anno convolano anche AmicaUmbra e Altissimo aka il Sensibilone, quindi ci sto dentro abbomba di nuovo.
Nzomma, complice questo articolo su Vogue USA, ho ritenuto opportuno elencare i 15 GRANDI MA ANCHE BASTA dei matrimoni per il 2017.  Non dimentichiamo, dopotutto, che questo è sempre stato un blog di divulgazione scientifica.

Allora, care sposine del 2017,  se è pur vero che è impossibile essere immuni dalle mode del momento, ci sono dieci cose a cui dire finalmente basta perché no, non sono originali, no, non hanno senso, sì, c’hanno rotto ercà.

1) Concordo in tutto con  l’elenco di Vogue eccetto una cosa: la rivista della Wintour dice NO al matrimonio completamente in bianco. Questo per me invece rimane sempre il colore più bello e fine. Ci sono milioni di feste da addobbare come Sendi dai mille colori-mille colori dei fiori. Il matrimonio è una festa diversa e con un bianco latte non si sbaglia mai.  Se c’è un colore che dovete evitare quello è il rosso: è cafone 10 volte su 10.
2) Il rito dell’acqua, del fuoco, della sabbia, delle rose: ma che è? Ma per cortesia.
E’ un matrimonio e non mi pare di aver visto sciamani nei dintorni. Questa cafonata di unire sabbia, acqua, fiammelle, scambiarsi fiori deve finire una volta per tutte. Nella convinzione degli sposi di essere originali, si sta assistendo a una sequela di riti improbabili e con un sottotono trash uno dietro l’altro. Shakespeare, Neruda, Ovidio…basta poco per avere un tocco di poesia e creare atmosfera. E’ una promessa d’amore non la Fiera del Levante.
3) Corona di fiori, chignon laterale, treccia spettinata: diamoci un taglio. Gli ultimi tre anni sono stati un trionfo di matrimoni in stile boho-chic (al secolo hipster/hippy ripulito). Hanno iniziato a spuntare ovunque foto di matrimoni inglesi con cerchietti e corone di fiori freschi, foto dei due sposi che guardano per terra e magari indossano le galosce in un tappeto di foglie bagnate. Non si capisce come ma questo grande stile bohémien e questa grande natura chic siano insiti in pressoché chiunque, la cameriera di Busto Arsizio quanto la ragioniera di Chieti, l’assistente del dentista di Gemona del Friuli e la proprietaria di un autosalone di Frosinone….tutte così, tutte latifondiste inglesi sedicenti chic (cugine col buongusto delle care vecchie shabby-chic ovvero quelle coi bancali de legno pitturati con la tempera bianca, Dior perdonaci).
Non dimentichiamo che la corona di fiori del 2017 è la tiara di strass del 2005, non si scappa. E’ ora di cambiare musica, sta roba è carina -sì- ma ha fatto il suo tempo già da un po’.
4) I cuscinetti delle fedi alternativi: se si chiama cuscinetto delle fedi, un motivo ci sarà pure. Ma no, la sposa creativa deve inventarsi qualcosa, il cuscinetto non è abbastanza, è troppo semplice, bisogna trovare l’ideona. Quello che normalmente sarebbe un rettangolo imbottito di tessuto chiaro con due nastrini a legare gli anelli diventa qualunque cosa: un mazzo di fascine tenute su col pizzo, un cuore di saggina, una fetta di legno, un cespuglio di muschio, un libro con le pagine intagliate a cuore.


Volete che il vostro cuscino portafedi sia unico come il vostro amore? Allora forse non è il caso di cercare di copiarne uno visto su Pinterest da voi e altri 46 milioni di utenti, nevvero?
Se avete una nonna che ricama, sarà felice di farvene uno, sarà un po’ vecchio stile ma unico e pieno pieno pieno di sentimento. Non avete la nonna di cui sopra? Prendete quello che vi regalano con l’abito da sposa e spuzzatelo col vostro profumo (sotto, non sopra, ché il profumo fa la chiazza). Insomma, se volete qualcosa di originale, la tradizione con un pizzico di personalità è sempre una buona idea.
5) Le bolle di sapone al posto del riso: dai, basta. Ne abbiamo viste a forma di cuore, di torta nuziale, di anelli, de mi nonno in cariola. Viste, riviste, straviste…anche basta.
Volete fare felici i bambini? prendetene 4 o 5 solo per loro, ma non pretendete che rischi di sporcarmi il mio Max&Co di pura seta con lo zio al terzo Campari che mi rovescia addosso acqua e Nelson Piatti nella foga di fare le bolle.
6) La “wedding bag”: ovvero questa borsetta con la quale si danno agli ospiti degli oggetti utili per affrontare la giornata. Nelle intenzioni conterrebbe gadget personalizzati e fighi come le ballerine da borsetta per le donne per togliersi le scarpe col tacco, le mentine con su le iniziali degli sposi, un ventaglio se è una giornata di sole. Nella pratica sono ste bustine di carta pacchi marrone con dentro una bottiglietta di acqua San Benedetto e se va bene anche i fazzoletti del Lidl con su un adesivo coi nomi degli sposi. Già che se ti vuoi sposare non devi andare a risparmio, figurarsi andare a risparmio sul superfluo come i gadget. Vuoi risparmiare? Non fare i gadget. Anzi, meglio: vuoi risparmiare? Non sposarti, prendi la pizza a domicilio e pagala coi ticket restaurant. Sta roba non serve a nulla e ha smesso di essere originale nel decennio scorso.
7) L’allestimento della Bormioli: un tripudio di barattoli ovunque, contengono qualunque cosa tranne quello che vorremo trovarci (il sugo de nonna, n.d.a.). Barattoli di confetti, barattoli di caramelle, barattoli con dentro le lucine, barattoli con dentro le candele, barattoli con dentro i fiori, barattoli con dentro i sassi.  Barattoli sui tavoli, barattoli sui tronchi di legno, barattoli a terra, barattoli appesi agli alberi. Barattoli, barattoli, barattoli ovunque…barattoli #likenotomorrow. Barattoli che sinceramente hanno scassato il mazzo.
Ci sono miliardi di contenitori che possono contenere i fiori in modo elegante e originale, basta pensarci un po’ su e vedrete che vi viene qualcosa di diverso dalla marmellata SantaRosa.
8) Il tavolo imperiale con le lucine: capiamoci, è scenograficamente meraviglioso.

tavolo imperialeE’ super chic, fa una scena pazzesca, stupisce e permette allestimenti che nessuna sala a tavoli tondi da 10 permettebbe, crea atmosfera e dà un colpo d’occhio allucinante.
Insomma, è indimenticabile. Se il vostro matrimonio è una cena per 20 persone.
Se poco poco si è più di una classe delle medie si trasforma in un incubo, sempre indimenticabile, ma non per il motivo che vorreste voi. Non solo c’è a malapena posto per i piatti tra luci, suoni, frizzi, lazzi, mazzi, ma se capitate seduti male vi ritroverete quelle tre o quattro ore del pasto con il vostro più-uno accanto, la zia vecchia della sposa accanto dall’altro lato, il marito della collega dello sposo di fronte e – se proprio siete nati sotto la luna nera – i reghezzini.
Quello che dovete capire è che, seppur le foto sono importantissime in un matrimonio, quella che state preparando è una festa, non un set. Va benissimo curare i dettagli ma non dimenticate che il miglior ingrediente per la riuscita di un evento sono gli invitati…evitate che caschino loro i coglioni, dategli del buon cibo, fateli accomodare a loro agio e vedrete che nelle foto ci saranno meno lucine ma più sorrisi splendenti
9) L’anarchia a tavola (aka l’assenza del tablò mariasg): una pratica che non conosce tempo e che sarà abbandonata sempre troppo tardi. Non si sa bene perchè ma qualche coppietta di simpatici bontemponi deve aver pensato che assegnare i posti a tavola fosse superato. Me li vedo, il signore e la signora NonCapiscoUnaMazza dirsi “ma sì, ma non ingessiamoli, lasciamoli liberi di mettersi come preferiscono, è ingiusto imporre la nostra visione, ritmo e vitalità”. Ecco, questa è quella che definirei una gran cagata. Il giorno del matrimonio è una specie di fiera del mobile ma con buffè libero, un meltin’ pot di gente col mal di piedi che vuole solo posare il culo e riempire la pancia. Mai, mai, mai affidarsi al buonsenso altrui. Gli zii non conoscono i vostri amici dell’università, si siederanno a caso evitando accuratamente i consuoceri che a loro volta rischieranno di sparare aneddoti imbarazzanti al tavolo coi colleghi. Immancabilmente qualche coppia finirà spaiata, lui al tavolo dei parenti e lei a quello dei compagni di tiro al piattello del patrigno della sposa.
Fate dei cavolo di segnaposti, fatevene una ragione, sono utili e semplificano l’esistenza a tutti.  Diciamo tutti un grosso NO al gioco della sedia e Sì all’ordine.
10) Il Photoboot: il fotobut è quell’angolo con una grossa cornice tipo polaroid con scritto #Gianfranco&MarisaSposi in cui la gente dovrebbe farsi i selfi, magari usando delle originalissime bacchettine con appiccicati baffi, bombetta, occhiali e via andare. Era tanto carino…nel 2012. Io capisco benissimo il fatto che possa piacere che il proprio evento abbia anche una risonanza “social” però ormai non ha più senso. Ormai la gente usa Snapchat e per fare le foto state già (mi auguro) pagando un paio di mila euro un fotografo professionista.
Volete fare una cosa originale? Mettete a disposizione un armadietto custodito in cui chiunque possa lasciare il cellulare per godere appieno della giornata. No-tech is the new cool.
11) Il lancio delle lanterne: ohhh, questo gesto così simbolico di far volare verso l’infinito questa piccola mongolfiera di tessuto non tessuto, fildiferro e diavolina. Quanta poesia! Le lanterne sono tutte prodotte in Cina, tinte con l’acqua lercia del Mekong, se non bianche macchiano le dita in maniera indelebile chissà con quali conseguenze per la salute, se state in campagna rischiano di far divampare un incendio, se ne alza in volo una volta ogni 19 accese e soprattutto hanno rotto i coglioni. Erano belle ma, novità, non lo sono più. Basta, basta, basta.
Se avete i soldi e non avete un cane fate i fuochi d’artificio, sennò – meglio ancora – il botto dei tappi di due casse di Franciacorta in più faranno sicuramente più felici gli ospiti.
12) L’angolo sushi/l’angolo cubano: si è immotivatamente diffusa questa moda da qualche anno  di mettere sti angoli improbabili. Ora, senza fare Giorgia Meloni, ma siamo italiani…perché dobbiamo avere un angolo del sushi? Capirei in caso di unioni italo-nipponiche, ma se una è di Verona e quell’altro di Lecce…che ci azzecca il sushi? Perchè non un bel crudo di pesce piuttosto? E l’angolo cubano sigari e rhum alla fine…davvero, cosa aggiunge? Non si può avere un bel tavolo di bollicine di spessore ghiacciate?O meglio ancora, un barman professionista che sa fare un Cosmopolitan come Carrie comanda e degli alcolici che non siano del discaunt  è sempre sempre sempre una buona idea. Nessuno può mettere Baby in un angolo, ma manco il sushi e manco i malsani sigari.
13) Il secondo bouquet per il lancio: una pratica sempre più diffusa quanto fastidiosa. Molte spose decidono che il loro bouquet migliore, quello con cui si recano all’altare, non è degno di essere concesso a una delle nubili schierate alle loro spalle durante il rituale del lancio. No, quello se lo vogliono tenere, lo vogliono seccare a capoccia in sotto vicino a un termosifone e tenere a fare puzza di cimitero in un qualche armadio. Quindi se ne fanno fare un altro coi fiori da due lire da usare per il rituale. Lo trovo patetico e anche un po’ offensivo. Parliamoci chiaro: quello che ora vi sembra il mazzo di fiori della vita, tra una settimana sarà un mazzo di fiori e basta.
lancio
Godetevi il momento, festeggiate, fatevi una risata e datevi un abbraccio con l’amica che avrà il dono floreale piovuto dal cielo. Tenetevi un nastrino per ricordo, una foglia da seccare nell’album fotografico e far annusare ai posteri e lasciate fluire tutto il resto.
(No, non parlerò di quelle che scelgono i buchè di stoffa/carta/plastica/biowashball)
14) La torta in pasta di zucchero e i suoi cupcake: fortunatamente da un anno e mezzo a questa parte è stata spiazzata dalle più in voga “naked cake”, ovvero l’arte di venderti una torta che non mi sforzo manco di decorare e spennarti allo stesso tempo (va detto che in effetti questi dolci sono carini). Nonostante ciò la torta coperta dall’odioso e insapore strato di pasta di zucchero o cioccolato plastico continua a riproporsi in tutti quei matrimoni che vorrebbero uno stile “principesco”. Alcuni ristoranti addirittura propongono torte in polistirolo coperto con la pasta di zucchero solo per la foto, per poi servire delle torte normalissime e decisamente più buone. Alcuni propongono una più dignitosa crostata di frutta o una banalmente buona millefoglie. Sempre presenti, non si capisce secondo quale ratio, i cupcake: queste tortine panose al cioccolato o peggio  ai mirtilli che già si intoppano a colazione, figuramose dopo un pranzo di matrimonio. Se mi dai i cupcake pretendo pure il cappuccino, ma se non me li dai stiamo tutti meglio.
I have a dream: un ritorno delle torte classiche, coperte di panna montata fresca, con dentro un po’ di frutta o le gocce di cioccolato.
15) Le damigelle: come al solito ho lasciato per ultimo il capitolo che mi genera più astio. Quella delle damigelle è davvero una moda che non solum non capisco, sed etiam detesto. Nella tradizione americana hanno un ruolo ben preciso (che non mi è comunque molto chiaro), ma da quando in qua la tradizione americana sarebbe per noi un punto di riferimento? Perché a sto punto allora voglio vedere anche le cofane di pasta Alfredo scotta nei contenitori di acciaio scaldati a bagnomaria come all’Hilton di Sharm-el-Sheik. Le damigelle nelle nostre cerimonie non hanno un ruolo, non hanno un senso, non hanno un posto assegnato né in comune né in chiesa…perché lo fai, disperata ragazza mia? [cit.]
Senza contare che trovo di una cattiveria inaudita obbligare un gruppo di amiche che al 99% hanno fisicità, pelle, capelli e occhi diversi a indossare un solo modello di abito di un solo colore. Sono amiche, perché fare loro questo orrendo torto? La panzona rossa, la culona mora, la scrocchiazzeppi con lo shatush…tutte con sto monospalla a fiori sui toni del glicine che starebbe male anche su una poltrona.
damigelle
Assegnare alle amiche il ruolo di damigelle è un’uscita d’emergenza dalla situazione in cui l’unica cosa che dovreste dire è : lo so che siamo tutte amiche, ma lei è mi più amica di voi, quindi mi spiace, lei è la mia testimone e a voi vorrò comunque bene ma vestitevi come vi pare e sedetevi dietro i parenti.
State per prendervi un impegno per sempre, state firmando documenti ufficiali, promettendo di passare tutti i vostri giorni con un’altra persona, siete probabilmente a dieta da mesi e state spendendo una quantità di soldi oltre ogni ragionevolezza per una sola giornata, è il momento di prendersi anche questa responsabilità: dite no alle damigelle e sì all’onesta.

Seguendo i miei vecchi e sempiterni 15 dettami e evitando queste 15 mode-passate-di-moda è abbastanza probabile che organizzerete un matrimonio davvero spettacolare, che vi rappresenti e esprima da ogni filo d’organza chi siete e quanto amate il vostro bellissimo.
E, citandomi addosso, ricordate che l’imperativo è solo e soltanto uno,
restare concentrate, attente, orientate al target, col cuore oltre l’ostacolo, con la mission tatuata nella mente, focalizzate sull’obiettivo: ESSERE LA PIU’ FIGA.

 

A BOCCE FERME: mastoplastica riduttiva – CHIRURGIA PLASTICA CAPITOLO 4

Passo le notti, nero e cristallo
A sceglier le carte che giocherei
A maledire certe domande
Che forse era meglio non farsi mai
E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida
Voglio una pelle splendida – Afterhours 

 

 

Sono tornata a casa ormai da qualche giorno, l’adieu alle bocce è stato fatto e sono una donna nuova. Meglio: un rottame nuovo.
E’ stato tutto più veloce del previsto e tutto molto pulp, sangue e merda, sangue e merda, pulp, molto pulp, pure troppo (cit. per pre-Millennials).
La mattina dell’operazione mi sono svegliata alle cinque e mezza, ho fatto la colazione dei campioni con 20 gocce di Valium e mi sono recata nella struttura ospedaliera.
Va detto chiaramente che io ho fatto questo intervento in solvenza, ovvero pagando un botto di sesterzi e non col sistema sanitario del BelPaese. Sembra un dettaglio ma, ovviamente, cambia tutto.
Nfatti arrivo in questa camera che sembra una lussuosa pensione di Rimini: TV 50 pollici con Sky e Sky Cinema, divanoletto bianco per gli ospiti, un libro di foto orrende in omaggio (scoprirò poi che sono le foto delle croste appese ai muri), letto elettrico di quelli che bzzzz ti alzi e bzzzz ti abbassi, pareti spatolate e menù a scelta.
Poi dopo un po’ arriva il Fortundrago con il metro e un pennarello e comincia a disegnarmi. Esattamente come succede in Dottor90210 e simili: mi misura la circonferenza dei capezzoli, traccia delle linee….stiamo lì una mezzora con me nuda in piedi davanti a questo manovale della ciccia seduto sul letto che mi conta i millimetri tra collo e ascelle e tutte altre robe che mai nella vita mi sarei misurata.
Mi sdraiano su una barella verde e giù, in sala operatoria. Nessuno è particolarmente gentile, fa freddo, poi – dopo il trauma da ago in vena – dormo.
Mi sveglio 7 ore dopo  con una specie di enorme corrugato che spara aria bollente addosso, mi vomito sui capelli e sbattendo un po’ ovunque con la barella, torno in camera.
Lì mi lamento a fasi alterne e dormo, non capisco nulla, so solo che 7 ore di tavolo di acciaio mi hanno sfondato la schiena ed è la cosa che mi fa più male in assoluto.
Mi ritrovo come una salsiccia con il budello in una guaina contenitiva antitrombi (in tutti i sensi, giuro) dalle ginocchia alle spalle. Un salamino di lycra nera.
Poi vedo una cosa pulp, molto pulp, decisamente troppo: dalle mie nuove minne pendono dei tubi che finiscono in dei contenitori a fisarmonica dove scorre sangue e liquido. Non pensavo ci fosse qualcosa che facesse più schifo del mio catetere.
Cominciano a venirmi le crisi di pianto, pare sia l’anestesia. Inizio ad osservare le dinamiche dell’ospedale: di mattina infermiere buone, gentili, belle. Di sera cerberi pazzi più o meno tutti thai che mi prospettano le peggiori tragedie.
Il mio spreferito è tale, giuro, Eisenhower (di nome): un filippino che quando gli dico che vorrei alzarmi per non fare le piaghe se ne parte con una roba che inizia con “così stimoli il sanguinamento” e finisce con “Ciiiiiiro figlio mio!” per quanto è tragica.
Poi c’è quella che attacca a mia madre le pippe su quanto siano disorganizzati perché lei avrebbe voluto portarmi il the molto prima eh, ma il dottore, ma la cucina, biowashball.
Poi c’è la mia preferita, infatti lavora di giorno, una ragazza pugliese bellissima e soprattutto sempre truccata di tutto punto e che profuma di vaniglia. Bella, dolce, gentile…col contratto in scadenza. Viva l’Italia.
Andare in ospedale in solvenza ti fa anche avere, oltre a una camera privata con bagno e TV reclinabile, un’infermiera che ti chiede se per merenda vuoi un gelato gusto fiordilatte senza lattosio della Cremeria. I soldi non fanno la felicità ma, nzomma, fanno almeno un gelatino e scusa se è poco. Ci mancava Guastardo con il suo “gradisce una mèla” e poi eravamo tutti (oggi m’è presa con MaiDireGoal, n.d.a.).
Arriva il giorno dopo Fortundrago e pensa bene di vedere se i drenaggi funzionano strizzandomi Wandina e Luisina con un energico popi-popi.
Calma, gesso, bestemmie e andiamo avanti.
Mi dimettono, esco dall’ospedale zoppicando e con dei grossi occhiali da sole retrò.
Mi porto a casa le polpose fatture, le guaine da indossare per un mese e mezzo e la notizia di non potermi fare la doccia per 3 settimane.
Vengono con me i drenaggi, li toglierò solo 4 giorni dopo di sofferenze pressoché atroci (i tagli non fanno nulla, ma provate ad avere addosso un coso di plastica compresso nella carne da un reggiseno con un elastico in tungsteno).
A VillaGatta, casa mia, dormo sul divano e guardo gli speciali su Leah Remini che esce da Scientology. Non mi lavo i capelli e dopo un po’ finisco a guardarmi allo specchio: sono in questa guaina aderentissima dal ginocchio fino a sotto il seno, strizzata sottovuoto con una sola apertura ovale nelle parti basse (la chiamano tecnincamente “igienica” ma a me me pare un po’ porno). Ho queste due bocce grosse e gonfie, toste, turgide, strizzate in un toppino scollato. I capelli lunghi, biondi, sciolti, unti e un po’ appiccicati di vomito, il colorito giallastro, le labbra esangui e tanti tanti tanti lividi sulle braccia.
Praticamente una puntata di CSI in cui trovano una playmate morta da 3 giorni.
The Lady In The Lake

10 DOMANDE SULLE MIE FUTURE TETTE – CHIRURGIA PLASTICA CAPITOLO 3

Sto per chiudere un grosso (molto grosso) capitolo della mia vita, quello di Frangia la tettona.
E’ abbastanza strano perché lo sono praticamente da circa 20 anni, e scusa se è poco.
Che lo voglia o no e per quanto lo abbia detestato, il mio seno è una delle mie 5 caratteristiche principali (insieme a un forte accento umbro, un senso dell’umorismo che scansate, due splendidi occhi verdi perennemente a forma di rana e qualcosa che ora non mi viene in mente).
Dunque, alla vigilia dell’antivigilia del mio intervento, ci sono una decina di quesiti che mi tormentano:

10) Quanto mi farà male una volta svegliata in una scala da uno a Germano Mosconi?

9) Potrei anche io diventare dipendente dagli antidolorifici come una vera diva di Holliwood?

8) Ma una terza, in realtà, è troppo piccola? Sono pronta ad avere delle “tettine”?

7) Gli uomini cominceranno davvero a guardarmi prima in faccia? Questo implica una maggiore cura della pelle obbligatoria?

6) Come mi staranno tutti i miei attuali vestiti?

5) Se tanto mi dà tanto, al diminuire della sporgenza delle tette, aumenterà la sporgenza della panza?

4) Quanti soldi spenderò in costumi da Calzedonia in una scala da zero a Elisabetta Gregoraci?

3) C’è davvero vita senza mal di schiena?

2) Esisterà un’Anonima Tettone a cui donare tutti i miei costosissimi e antisessissimi paracadute?

Ma soprattutto…

1)  Avrò mica la sindrome delle tette fantasma dopo?

 

A LITTLE PARTY NEVER KILLED NOBODY – CHIRURGIA PLASTICA CAPITOLO 2

See your iPhone camera flashin’
Please step back, it’s my style you’re crampin’
“You here for long?” Oh no, I’m just passin’
“Do you wanna drink?” No, thanks for askin’
Jax Jones ft. Raye – You don’t know me 

Some people live for the fortune, io vivo per le mie tette. Almeno questo mese. E almeno per quelli a venire in cui mi troverò ad affrontare il conto in banca ingrugnito e scontroso. Chissà come si divertirà il mio dottore a forma di Fortundrago alle Seiscel.
Alla fine ho scelto, mi opererà Fortundrago e la sua echip, starò sotto i ferri dalle 4 alle 6 ore e, se ne uscirò viva, avrò il seno più piccolo, più alto, più stagliuzzato e soprattutto più leggero.
Ci sono voluti anni per decidermi, poi una volta fatto nel giro di un mese ho fissato tutto, soprattutto il soffitto di notte nel terrore più assoluto di morire.
Nzomma esattamente tra una settimana sarà la vigilia della mia operazione di chirurgia plastica, sembro quasi figa quando la butto così, come una soubrettina qualunque.
Ma la verità è che c’è stato un momento in cui le mie gemellone sono passate dall’essere due gran belle tette a due grosse mammelle. E’ stato inaccettabile.
Ho annunciato la cosa a parenti e amici, ho visto teste scuotersi in senso di disperazione  o disapprovazione, ho visto Professò con le lacrime agli occhi chiedermi perché volessi fare una cosa del genere, ho visto Primate preoccupato, ho sentito Genitrice scervellarsi su come fare a venire a Milano “così ti pulisco casa mentre stai male”, ho visto imbecilli che pensano in grande e ho visto un elefante [cit.].
Ma poi, soprattutto, ho visto le mie amiche, vecchie e nuove, organizzare quella che sembrava una qualsiasi cena con brindisi alla Wanda e alla Luisa e che si è trasformata in un evento con tanto di gadget, logo dedicato, immagine coordinata e abbigliamento a tema.

Ed è così che siamo partite, armata Brancamenta, alla volta di una burgheria vegana: io, AmicaUmbra, la tipa di Professò con la sua terza coppa B, Mutismo – una mia collega bona e completamente muta, Tunnel – esce a festeggiare per sentirsi la più triste del locale, Mun con le sue zinnette piccole ma sode sode, LaNoisette con la frezza celeste acqua, IngegnerBlondie – 37 e dimostrarne 25 con classe ed io.
Decidiamo che essendo venerdì dobbiamo andare a ballare come se fossimo giovani, ed è così che finiamo a tornare in taxi alle sei di mattina anche se non siamo sbronze, solo perché siamo grandi e ormai 40 carte di taxi non sono più un dramma, viva i lussi che arrivano con le prime rughe.
La meta del dopocena è una festa anni Novanta in un noto locale milanese. Arriviamo in scarpe da ginnastica, vestite più o meno come le BWitched, pantaloni di pelle, maglietta di Harvard e camicia a quadri del Primate, capelli in due codini, rossetto mattone, borsetta a tracolla, ginlemon nel fegato e Haddaway nelle orecchie. Inutile dire che io e AmicaUmbra sembravamo due tarantolate, divise tra cantare a squarciagola gli 883 e ballare facendo la mossa del lazo sulle canzoni dei Cartoons.
La cosa più interessante è stata osservare la fauna che popolava il locale, abbiamo tutti qualche anno in più dei Millennials, nessuna porta i tacchi perché siamo qui per divertirci e non per fare le splendide, sappiamo tutte le canzoni e non ci vergogniamo a cantarle ma soprattutto siamo uniti da un inspiegabile senso di fraternità, una nostalgia dei tempi che furono, quando ancora si andava a ballare di sabato perché il giorno dopo non c’erano né pranzi dai suoceri, né spese all’Esselunga, né cambi gomme dell’auto familiare.
Sui maxischermi passano i video di Gala, Backstreet Boys, Shania Twain e noi balliamo balliamo e balliamo. Siamo tutti mediamente bruttarelli ma anche spigliati, uno accanto a me è in giacca e barba, tiene in mano lo stesso ginlemon per tutta la sera e non balla mai, faccia contrita come stesse ascoltando Shostakovic. Un altro, a cui evidentemente piace proprio parecchio il negroni, fa il microfonista, canta tutti i testi, li interpreta con convinzione e trasporto, impugna il suo microfono di plastica forzutamente, non se ne perde una.
Peccato che il microfono fosse un grosso pene di gomma rosa.
Ti ricorderò per sempre microfonista, soprattutto quando ti sei messo sto coso in testa con un elastico, trasformandoti in un unicorno birichino. Avremmo potuto essere grandi amici se solo anche io fossi stata sbronza marcia. E invece.
Invece con l’età e con questi cinque chili in più, 3 bicchieri di vino e due ginlemon mi passano lisci come fosse acqua tipiedina alle terme.
Continuiamo a ballare, io, AmicaUmbra e IngegnerBlondie, intanto Mutismo sgambetta seria seria e Tunnel si angoscia e mi fa domande sui colleghi, sul lavoro, sulla vita. Io però ho deciso che nessuno intaccherà la mia voglia di ballare per l’ultima volta con le gemellone, continuo come se non mi facesse male nulla nelle mie scarpine da tennis ormai incollate al suolo lercio marcio di quelli che voglio credere siano Invisibile, Angelo Azzurro, B52 e tanti altri drink degli anni Novanta.
Un grande abbraccio collettivo sulle note di Come Mai, mentre dal soffitto pendono dei GameBoy di cartone e dei grossi grossi grossi Nokia3210.
Finisco un altro bicchiere e noto un belloccio che sarebbe perfetto per IngegnerBlondie, anche se a lei piacciono 27enni e palestrati. Ma nzomma a na certa bisogna anche tentare di uscire coi coetanei. Quindi entro in mentalità adulta e matura e gli tiro un cubetto di ghiaccio mentre i Vengaboys spaccano le casse. Questo, negli anni Novanta poteva solo voler dire “se vieni e mi chiedi come mi chiamo pomiciamo come se non ci fosse un domani”.
Nella mia granitica convinzione, quindi, lancio il cubetto incriminato e mi giro verso le amiche. Io, novella Natalia Aspesi delle serate coatte.
Così questo dopo un po’ si avvicina e parla con IngegnerBlondie. E tutti ci aspetteremmo che lui abbia colto la scusa almeno per offrirle da bere. E invece le fa la ramanzina sul fatto che il ghiaccio non si lancia. Invecchiando, rincoglionendo.

Facciamo chiusura, arriviamo ai Linkin Park e decidiamo che s’è fatta na certa. La nostra incursione nei tempi d’oro è finita e da domani si tornerà al cantautorato, i capelli abboccolati a dovere, il trucco ben fatto e le responsabilità.

Gli N*Sync, i Five, Britney e X-Tina hanno fatto da colonna sonora alla mia vita con le gemellone, è giusto che questo capitolo si concluda come è iniziato ai tempi del mio sviluppo in seconda media.

Addio reggiseni a paracadute, addio magliette accollate, addio costumi da bagno improbabili, addio alle misure WonderWoman, addio all’immagine di me che ho avuto per tutti questi anni.
Sto mettendo fine ad un’epoca, sono terrorizzata ed elettrizzata.

Qui mi scrivo la storia.