House of Stocards

Immagino sia una cosa molto comune, l’avere argomenti a cui si è molto sensibili.
Alcuni sono uguali per tutti, altri soggetti alle proprie convinzioni politiche, etiche, morali.
Per quel che mi riguarda, la mia sensibilità gravita intorno a cinque o sei poli fissi: detesto qualunque opinione che puzzi anche solo vagamente di misoginia, omofobia, claireabuso di potere, razzismo, malsopportazione degli anziani, discriminazione dei portatori di handicap e classismo. L’antivaccinismo (rendiamoci conto di che lemma siamo stati costretti a inventarci) si sta prepotentemente facendo avanti.
Sto divagando, l’argomento che ho in testa mi fa innervosire e comparire in volto un sorriso beffardo allo stesso tempo.
Tornando al classismo, o allo snobismo, e applicandolo al mio posto di lavoro – lo Zoo del Digital – beh, posso affermare senza paura che da quando Teddi è andato via qui la scala dei valori è cambiata.
Perché un conto è appiccicare al muro un cartellone che recita “noi siamo coraggiosi, siamo uguali e diversi, la diversità è un valore, siamo creativi” e via andando, un conto è trasformare ste quattro americanate in un comportamento fortemente inclusivo e rispettoso in Italia, un posto in cui già non prendersi una pacca sul culo ogni mattina è un risultato apprezzabile.
Morale della favola: Teddi va, Speedy Gonzales arriva e, presa com’è dalla sua agenda folle, ci fa da revisore dei conti senza manco guardarci in faccia.
Ed è in ambienti così, quelli in cui si guardano solo gli schermi e mai le facce, che le ingiustizie trovano spazio, nei posti in cui non si parla si ascoltano spesso le frasi più sbagliate. In queste situazioni si scopre quanto potere e rispetto siano in relazione tra di loro, il primo temuto e agognato e il secondo ignorato.
Nfatti arriva lui, il VermeDagliOcchidiGhiaccio, giovane bello e rampante, le migliori università, i migliori viaggi, i migliori lavori fin da giovane, la miglior famiglia, le migliori case nelle migliori zone della città.
Viene da un’azienda concorrente e ha lavorato molto all’estero, siamo tutti curiosi di conoscerlo e di farci dare informazioni sull’altra metà del cielo digitale. Da subito mi sembra un ragazzino un po’ strafottente, ma ingenuamente ho scambiato questo atteggiamento per scanzonato decisionismo. E invece no.
Il mio ruolo ibrido in ufficio (faccio tutto e non faccio una mazza, non è una cosa semplice da descrivere) è stato immediatamente etichettato da lui come “quella che sa dove sta la cancelleria e prenota le sale riunioni”, io ho iniziato a sorridere sotto i baffetti.

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Poi mi si è ritrovato davanti nelle riunioni dei capireparto, seppur io non abbia sotto un reparto, ma non si è fermato manco un secondo a domandarsi perché.
Parla di figa, di calcio, di Gazzetta, di birra. Continuo a dargli una scianz e a ripetermi che lo fa per integrarsi coi maschietti (tutti over 30, n.d.a.) e per parlare di argomenti banali e comuni.
Poi Sorrisona, che lavora con lui, comincia ad essere triste. EnergiaPura, che lavora con lui, comincia ad avere le occhiaie e a litigare con la tipa perché torna troppo tardi la sera. Tunnel sta lì, incosciente ma con percezioni negative. RicciaDriven, con la moderazione che la contraddistingue, lo bolla come “una testa di cazzo”. E ‘nfatti.
Nel brusio generale sento stagliarsi frasi come “non dobbiamo mica andare due a due come i finocchi”, “questo fail lo fa anche un bambino handicappato” e via andare.
Quando poi VermeDagliOcchidiGhiaccio ha concluso una riunione dicendo che ci serve gente con lauree di più alto livello ho capito che Teddi aveva ragione a dirmi che dovevo lavorare sulle mie abilità politiche.
E quindi ho sentito crescere dentro di me Doug Stamper  , ho capito che era ora di sfruttare quell’innato senso di confidenza che riesco a costruire con un sacco di persone sul lavoro.
Non sono brava in ecsel, non sono un drago nei calcoli e mi annoiano le procedure tecniche, mi stufo presto di un sacco di cose tranne di una: le persone. Mi piacciono i dettagli e mi piace metterli insieme, è questo che porta gli altri ad aprirsi con me: mi ricordo i nomi dei loro figli e il regalo che pensavano di prendere alla loro zia per un compleanno, ricordo quanto zucchero mettono nel caffè e che il tonno nei tramezzini una volta gli ha fatto acidità e quindi non lo mangiano. Ricordo se fanno crossfit o attack, ricordo che hanno un scadenza domani. Ed è per questo che molti si sentono compresi o benvoluti e mi affidano i loro pensieri, le loro idee, le sensazioni…i loro dati.
A me fa piacere, talvolta mi annoia, in generale amo essere apprezzata e amo essere loro amica ma, più o meno involontariamente, ho raccolto un archivio di pensieri e dinamiche che non è difficile incrociare. Come in una ricostruzione da effetti speciali di CSI ho ricostuito una rete luminosa di contatti e pareri, di inclinazioni e opinioni.
E’ così che Gugol ha fatto i triliardi, no? con le informazioni. E col suo potere di canalizzarle. Così io, novella influenzer della vita reale, ho iniziato a farmi scivolare tra le labbra frasi e mugugni con Speedy Gonzales, tentando invano di non sembrare mafiosa, ho instillato il dubbio, messo la pulce all’orecchio, mi sono mantenuta super partes pendendo chiaramente da una parte: la parte del boia che vuole tagliare la testa di VermedagliOcchidiGhiaccio.
Vedi Verme, io non ce l’ho con te nello specifico, io ce l’ho con tutti quelli come te, i tronfi tromboni convinti che tutto il resto del mondo vorrebbe essere come loro, quelli che non si pongono mezza domanda prima di essere irrispettosi. Quelli che pensano che “se uno è povero è perché non è abbastanza bravo per non esserlo”. Non mi piaci e probabilmente io non piaccio a te, anche se effettivamente io so dove sta la cancelleria e te lo posso ripetere mille volte, visto che per te è un’informazione che non conta niente, ma il problema non è che non sai dove trovare un quaderno, il punto è che tu non capisci dove sono le leve per sopravvivere qui dentro.
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Però Verme, sai, ti devo pure ringraziare, perché quello che Teddi mi diceva amorevolmente, io l’ho appreso meglio da te, mi hai fatto capire che la politica la imparo meglio con le cattive.
I migliori esami li ho passati  sotto pressione, adesso vediamo quanto tempo serve prima che le risorse disumane mi mandino una mail con oggetto “confidenscial” e in allegato il tuo licenziamento.
Come dicono a Parigi “apprecchia il culo che arriva la ciccia” baby!

LE HIT ESTIVE DELL’ESTATE 2017 – “IL SUPERCAFONE ME SPICCIA CASA” EDITION

Salgo e perdo i sensi, penso a quel che pensi, non vorrei fermarmi mai
Vivo i tuoi momenti, sento quel che senti, non potrei fermarmi mai
Oh, se mi cerchi
Oh, non fermarti mai
TU MI PORTI SU – Fish feat. Esa & Kelly Joyce 

Quand’è che l’estate ha smesso di significare qualcosa per me?
Forse da quando ho finito il liceo, da quando all’università agosto significava ritorno in Umbria, da quando a Roma significava passeggio casuale al Pigneto.
Forse da quando soffro il caldo, mi si gonfiano le gambe, da quando sto col Primate e per lui l’estate è sinonimo di studio e preparazione agli esami di settembre e ottobre.
Da quando lavoro in un posto che non fa chiusura aziendale e devi elemosinare due settimane come fossero oro, da quando al mare non ci vado da tre anni.
Forse da quando c’è la possibilità di dire “vabbè in vacanza a dicembre”. Forse da quando le serate di tacchi alti e musica fino alle cinque del mattino sono diventate un pallido ricordo lontano.
Forse da quando ho capito che a me, partire il venerdì per tornare la domenica destinazione Liguria, mi faceva veramente cagare. Forse perché la Liguria è un posto di merda popolato da stronzi [cit.]. Forse perché la Liguria non può clinicamente piacerti se adori l’Abbruzzo.
Forse perché andare in piscina con lo Scarabeo da sola mi piaceva un sacco, arrivavo lì e conoscevo tutti, stavo da sola ma non era un problema trovare compagnia ed è un po’ in contrario di adesso in cui bisogna avere un’agenda pure per prendersi un aperitivo (mi sono ritrovata a dire “incastriamo i calendar” più di una volta con la morte dentro).
Forse perché una volta le hit estive mi piacevano e adesso mi smaronano (Ghali e Tzn esclusi, n.d.a.).
Forse perché sto seriamente invecchiando e arrivo, come oggi, a Luglio che mi sento uno straccio e odio tutti e vorrei solo stare sul divano e dormire dormire dormire.
Forse perché dieci anni fa Genitrice, per me, in estate, era quella che mi vedeva passare in casa per sbaglio preparandomi del cibo e ora io non vedo l’ora di farmi le vacanze con lei.
Tante cose sono cambiate e, sarà che è estate, sarà il caldo, ma non penso che possa andare bene fare un vomito 11 mesi l’anno per stare bene due settimane lontano da casa (e tocca pure dì grazie perché c’è chi sta peggio, *Frate Indovino bestemmiato*).

Detto questo, questo è un blog a carattere analitico, scientifico, e io ho un dovere morale in qualità di bionda procace, quindi indossati i miei sandaletti col pelo solo trendy, presento di seguito le otto hit estive che hanno fatto sussultare anche quel gentleman der Piotta:

8 – NEL MALE E NEL BERE – Briga
“Che cosa vuoi che ti do?” seguita da una incalzantissima rima pena/schiena/falena/Venezuela…che cosa vuoi che aggiungO?

7 – EL PARTY – Jake La Furia feat. Alessio La Profunda Melodia
La premessa è che la lezione di Real Ball si conclude con una seria pesante di squat e la base è una canzone di Jake la Furia. E già non ce semo. Ma poi veramente devo respirare la stessa aria di uno che si fa chiamare “La profunda melodia”? Non mi pare giusto.

6- NON FARE LA SOTTONA – Gordon
Va detto che io, Gordon, lo trovo così brillante che è quasi secsi.

5 – RICCIONE – The Giornalisti
C’è qualcosa di più ridicolo di un PR con la barbetta che si atteggia a poeta pensatore? Tommy, caricami la caipiroska e stai nel tuo.
Particolare attenzione a “e intanto cerco in mare un’aquila reale”.

4 – CONO GELATO – Dark Polo Gang
Li amo, mi sembra di vedere il circolo ricreativo per i figli difettati della mafia Sinti, il tutto ambientato in una Bulgaria appena post sovietica.

3 – LA TOCCO PIANO – HighSnob
Nota di merito alla barra del fidget spinner e alla magliettina della Robe di Kappa da bambino povero.

2 – BENE MA NON BENISSIMO – Shade
C’è un barlume di ironia anche tra i cafoni, grazie.

1- CHE NE SANNO I 2000 – Gabry Ponte feat. Danti
Non si ruba in casa dei ladri, è proprio vero. Gabry Ponte is back and is here to stay, vado a stamparmi una maglietta con la faccia di Marvin e Prezioso.

SPACCO BOTTILIA IN GRANDE STILE – tra le pagine chiare e le pagine scure del commercio tra privati

“When I want a ridiculously extravagant pair of shoes,
I find a way to buy them.”
Carrie Bradshow – SATCH 

Ieri pomeriggio il cielo era plumbeo, l’aria carica di umidità e una temperatura ai limiti del paranormale lasciava presagire quello che poco dopo è diventato un acquazzone a gocce grosse. Stavo in ufficio e ripassavo mentalmente tutte le bestemmie che avrei proferito visto che non avevo l’ombrello, un solo pensiero mi rallegrava: la mia ultima mania.
Io ho manie perenni che scemano dopo 3 o massimo 30 giorni, la mia della settimana è l’app di e-commerce tra privati Shpock. Sarà che mi sono scambiata con una tizia di Pavia un abito di Zara per uno di Mint&Berry (nuovi, chiaramente, l’usato mi fa schifo), sarà che ci ho venduto una Liu-Jo orrenda che mi avevano regalato, non lo so, sarà quel che sarà, ma ora sono in fissa.
Pe falla corta e pe falla breve Shpock è un’applicazione del cellulare che funziona come un mercatino geolocalizzato: scatti la foto di una cosa che vuoi vendere, ci metti il prezzo e chi apre l’app nei tuoi dintorni vede il tuo oggetto in vendita. Si può contrattare in chat e ci sono un sacco di occasioni, è davvero molto intuitivo e molto gratis.
Nzomma vendo una borsa, un paio di scarpe e, per capire un po’ il livello del servizio, vedo se qualcuno mette in vendita anche marchi importanti: provo Furla, provo Michael Kors, provo Marni e infine provo Jimmy Choo.
Per chi non sapesse chi è Jimmy Choo, ecco due pratici consigli: fatti due domande sul significato della tua esistenza e poi guarda qui:

Trovandomi tra il meridiano e il parallelo della capitale della moda, chiaramente ci sono molte Choo in vendita, seleziono solo quelle del mio numero e chiedo alle venditrici se accettano scambi con qualche articolo della mia bacheca. Mi dicono pressoché tutte di no ma una si dice disponibile a contrattare, tra l’altro vende il modello che preferisco, uno iconico del marchio che, a listino, è prezzato quasi 700 euro. Vedo le foto della suola, le scarpe sono nuovissime ed evidentemente originali. Mi metto d’accordo con questa ragazza (che per comodità chiamerò Alina) per provare le scarpe, mi dà il suo indirizzo.
Alina vive in una cittadina dell’hinterland milanese di quelle che fanno rima con “pane e coltello”, uno di quei posti in cui hanno trovato una pentita di ndrangheta sciolta nell’acido, per dire.
Arrivo sotto la sua palazzina, 10 piani di klinker marrone, le mando un messaggio e klinkerscende a prendermi, mi dice che dobbiamo sbrigarci perché sta per andare ad una festa. E’ straniera, ha un accento dell’est, indossa una maglietta elasticizzata bianca e fuxia che le segna tutto, ha un bel viso e una bella pelle, dei pantaloni della tuta e sotto dei sandali bassi bianchi e oro, immancabile la borsa a tracolla tipo borsello. A che festa va conciata così? Mah.
Purtroppo mi sono fatta assalire dal pregiudizio e, quando Alina mi ha chiesto di seguirla in casa, ho un po’ temuto per la mia incolumità. Arriviamo all’ottavo piano, mi apre la porta sua madre, una donna gentile e malvestita come la figlia. La casa è anni 60-70, addobbata come una processione: i vasi coi fiori finti, le icone dietro al letto, la coperta patchwork con i volant. Tutto grida cattivo gusto e ciarpame, mi faccio due domande su come ci siano finite delle Jimmy Choo lì dentro, mi accomodo sul letto, e inizio a provarle: sono magnifiche e mi calzano a pennello.
Si consuma il seguente dialogo
F: mammamia che belle…
A: sì sono bellissime proprio, solo che io non posso portarle perché ho l’alluce valgo (come ti viene in mente di comprare delle scarpe con 9 cm di tacco a spillo se hai l’alluce valgo?)
F: ma le avevi comprate per il matrimonio?
A: no…no…così… (chi è che compra 700 euro di scarpe così, tanto per?)
F: belle veramente, per caso hai anche la scatola e la dust bag? (le scarpe di questo tipo hanno delle scatole grandi e dei sacchettini in raso o tela morbida per riporle con cura, n.d.a.)
A: eh no, io le scatole non le tengo mai…posso darti una scatola e un sacchetto di un altro paio… (non hai appena detto che non le tieni mai?) 
F: senti, ho deciso, le prendo…hai detto che per il prezzo facciamo TOT?
A: eh sì, va bene, meno di così non posso perché le ho pagate tanto…
F: sì sì , giusto, ma dove le hai comprate?
A: eh…(ridolini)...in un negozio…lontano lontano! lascia stare…

Ora, esiste la remota possibilità che questa ragazza con le sopracciglia ad ala di gabbiano che sfoggia un look da campo nomadi e vive una casa anni ’70 la sera si trasformi in una novella Carrie Bradshow ma, parliamoci chiaro, appare quantomeno improbabile. Lo so bene che non bisogna avere pregiudizi e che ci sono persone che preferiscono condurre un’esistenza modesta per poi concedersi dei lussi ma, onestamente, il contrasto tra quella casa e quelle scarpe è veramente forte.
I suoi piedi, seppur nei sandaletti bassi, sembrano davvero più lunghi del mio minuto 36 e tutto quello che la circonda non trasmette per niente la passione per l’alta moda, soprattutto quell’orrendo borsello a tracolla.
E chi è che terrebbe dei gioielli così in una scarpiera a caso senza nemmeno metterli in una bustina di raso?
I dubbi sulla provenienza di questi sandali, va detto per dovere di inchiesta, sono davvero molti.
Ma cos’è la ricettazione quando in cambio ti danno le scarpe?

MIE
Cara signora probabilmente derubata, sappi che li terrò come li avresti tenuti tu e li amerò come se fossero figli miei. 

 

 

 

ARRIVARCI COL TEMPO – Milano Pride 2017

C’è stato un periodo della mia vita, quando ero più piccola e più di destra, in cui ritenevo il gay pride sacrosantissimo ma ripetevo “non puoi andare a parlare di diritti e di politica in tanga e glitter”.
Sapevo, dentro di me, che la rivendicazione era giusta e necessaria ma ero davvero molto ancorata alla forma, non avevo mai sentito la frase “dress for the job you want, not for the job you have” ma – innata maestra di stile – l’avevo fatta mia.
A distanza di anni e a distanza da teorie destrorse che col tempo si sono andate sgretolando, ho capito che il principio che mi animava fosse corretto ma espressione di una visione parziale.

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I diritti si rivendicano come ci pare, il Pride non è solo una protesta bensì la celebrazione del diritto di esistere e di farlo liberamente. Farlo in tanga, coi glitter, con la mia maglietta fuxia abbinata al rossetto o in giacca e cravatta è parte integrante del messaggio: lasciatemi essere come sono e non giudicatemi, sono solo una persona libera.
Nzomma, pe falla corta e pe falla breve, il tanga è esso stesso un diritto, soprattutto quando è il simbolo di una repressione subita e covata per anni, da cui ci si è finalmente liberati.

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Bisogna andarci, al Pride, soprattutto se i diritti li si è acquisiti per nascita, soprattutto “noi etero” che non abbiamo mai dovuto lottare per veder riconosciuto il nostro amore e la nostra voglia di mettere su famiglia, bisogna andarci per fare numero e per far capire che le battaglie di civiltà non sono appannaggio delle minoranze interessate, ma sono tali solo se investono tutti, bisogna andarci perché un diritto che non è di tutti si chiama “privilegio” e i privilegi sono per gli stronzi.
Bisogna andarci al Pride, soprattutto “noi famiglie tradizionali” a dire che nessuno deve restare in ombra e a dimostrare che estendere un diritto che noi abbiamo a qualcun’altro, non ci priva di nulla ma anzi ci arricchisce della serenità che vivere in un posto equo, giusto e sensato sa darti.
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Andare al Pride è sempre una buona idea: è d’estate e nel primo pomeriggio, quindi il sudore detox è assicurato, è pieno di bei maschioni in mutandine che si muovono sexisexisexi che non fa mai male alla vista e alle ovaie, a livello di beautylook è sicuramente un evento da cui trarre molta ispirazione, vedere le drag farsi un chilometro lanciato sotto il sole in calze a rete e tacco15 ci fa ridimensionare il mal di piedi degli sposalizi, vedere un omaccione con la barba nera e il rossetto verde che mi dice “cara ma è etero? madonna che bono!” indicando il Primate – poi – è impagabile.

Questi sono i miei scatti, fatti con un cellulare attempato ma con una bella cover e saturati a mille con un programmino gratis, non sono appassionata di fotografia (ebbene sì, esistiamo anche noi) ma sono appassionata di umanità e questa ne è una fetta veramente interessante.

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L’ultimo avamposto della decenza online

Non devo certo spiegarlo ai blogger, come si rimorchia ollain.
Non devo certo parlare delle relazioni virtuali, quando Catfish è alla sesta stagione.
Non devo certo dirlo io, che i social hanno cambiato la percezione di sé e degli altri.
Non devo certo sottolineare che Tinder è la versione touchscreen del mercato delle vacche (quanto erano più oneste le serate cafone al latinoamericano?).
Non devo certo insegnarvi io che, però, controllare il profilo Feisbuc di uno che vi piaciucchia  può farvi accedere a uno stargate di mostruosità, tipo che condivide le bufale sulla magnitudo dei terremoti o le foto sella Senicar.
Non devo certo entrare nei dettagli su Grndr o Hornet, i maschi tendono ad essere degli allegri porci,  quello è per loro un contenitore adatto (e pieno de fregni, in effetti, n.d.a.).
Tante sono le cose che ormai non hanno più bisogno di analisi, né di demonizzazioni, i social sono parte integrante della nostra vista e come tale la influenzano e la pervadono in  mille aspetti. Tra questi, come non annoverare il lavoro? Infatti anche per quello c’è un social, ed è Linchedin.
Linchedin non si capisce bene a cosa serva di preciso, ma in generale è uno strumento per fare “netuorching”, cercare offerte di lavoro di aziende sedicenti “smart” e dove al massimo si va a ricercare un contatto con qualche compagnuccio delle elementari che ora ha la fabbrichètta, la casètta, la barchètta e che potrebbe offrirvi diecicappanettianno. Su Linchedin si mette il proprio cv in forma ben riassunta, qualche interesse politicamente correttissimo – diritti dell’infanzia, su tutti – e una foto civile, urbana e professionale.
Più in generale su Linchedin ci sono anche forum di discussione perfettamente inutili, condivisioni di articoli motivazioni, manager che promuovono i loro tuitt o fanno vedere che leggono IlSole, tanti tanti tanti aforismi sulle differenze tra un capo e un leader.
Quindi, in tutto questo parlare e condividere per dare aria al proprio cv, spuntano persone di ogni sorta che, attirate dai “brend” del mio cv, mi chiedono di connettersi alla mia rete, entrando dunque in possibile collegamento con tutti quelli che conosco io.
Salvo casi umani particolari, io tendo ad accettare tutti, non si sa mai e poi non c’è nulla di male. E così ho fatto anche stamattina, imbattendomi quindi in questo Engineer at Global Shipping Company.
Il tempo di accettare la sua richiesta, visto che QuelliTipoGugol hanno molti contatti con aziende di logistica, e mi ritrovo il seguente messaggino privato both in english and italian:
linkedin

Morto di figa livello: Linchedin.

 

100 cose da fare nella vita – Giugno 2017 – parte 1

She’s just a girl, and she’s on fire
Hotter than a fantasy, longer like a highway
She’s living in a world, and it’s on fire
Feeling the catastrophe, but she knows she can fly away
Girl on Fire – Alicia Keys

In rete girano un sacco di queste liste, è una roba molto alla BuzzFeed e anche io che non sono immune alle mode, ho spesso pensato di fare un elenco tipo “cose da fare prima dei 30″…poi i 30 sono passati, non mi sono mai messa seriamente a raccogliere le idee e un sacco di obiettivi sono stati portati a termine (ho visto NewYork, visitato in lungo e largo la Birmania e l’Argentina,  comprato un vestito elegante e costosissimo- quello da sposa – , prenotato una vacanza da sola con mia mamma, fatto ricrescerei capelli, ridotto il seno, mandato a fanculo testualmente un capo, imparato l’inglese e molto altro).
Il primo anno che stavamo insieme, io e il Primate avevamo creato una splendida abitudine: su un quadernetto appuntavamo tutte le cose che avremmo voluto fare insieme nella vita, una sorta di diario dei sogni possibili e ogni volta che potevamo sbarrare una voce ci sentivamo pervasi da un senso di gioia e soddisfazione impagabili.
Poi, con la convivenza, questo rito si è estinto, ma sarebbe bello riportarlo alla vita, perché la nostra eternità dovrebbe potenzialmente durare un’altra cinquantina di anni è bene fare programmi.

100
Comincio con la mia lista che, ovviamente, in moltissimi punti comprende la presenza del Primate.
Ecco quindi la prima metà della lista di 100 cose che vorrei fare una volta durante la vita e prima di morire:

1- Ospitare una persona bisognosa in casa per almeno un mese

2- Rasarmi a zero con la macchinetta, da sola.

3- Visitare i continenti su cui non ho ancora messo piede (Oceania, Antartide)

4- Percorrere tutta la Transiberiana

5- Fare il pane fatto in casa ma fatto bene,  a mano.

6- Non fare shopping per 6 mesi consecutivi

7- Passare un periodo di iperfitness senza però prendere proteine o ammorbare gli altri       con lo sport (non faccio nulla di tutto questo, ma non faccio manco iperfitness al                 momento)

8- Correre una mezza maratona

9- Farmi dipingere col body painting

10- Prendere la patente

11- Andare a un concerto degli U2

12- Fare un viaggio di almeno 3 giorni da sola, per turismo e non per lavoro

13- Scappare da un bar senza pagare dopo aver fatto una copiosa colazione

14- Farmi ipnotizzare per togliermi la fobia degli aghi e dei ragni

15- Farmi fare un altro tatuaggio (ne ho 3, n.d.a.)

16- Sfilare su un red carpet

17- Mollare il lavoro del mazzo e buttarmi in qualcosa di molto appassionante

18- Vivere di nuovo almeno 6 mesi all’estero

19- Fare uno o più figli, possibilmente femmine e coi capelli rossi, oppure adottarne

20- Passare una settimana su un atollo tropicale magari in un resort di lusso (ma anche            in un resort di medio lusso potrebbe andare bene)

21- Partecipare al Burning Man 

22- Fare un’immersione marina

24- Andare in una spiaggia nudista, nuda.

25- Cantare in un locale di Karaoke in Giappone

26- Passare un intero mese senza truccarmi mai

27- Fare sei mesi mangiando solo cibo vegano

28- Passare un intero anno senza bere alcolici (ho fatto un anno senza cocktail ma senza          vino mi sa che è molto più dura)

29- Dire per un giorno intero (non festivo) tutto quello che penso quando mi viene in                 mente

30- Fare un lancio col paracadute indossando il rossetto rosso

31- Fare un viaggio intercontinentale in bisnesclas

32- Fare un servizio fotografico nuda (ci sono andata vicina ma non è la stessa cosa)

33-  Comprare una casa in Umbria, nel mio borgo natìo, piccola e arroccata, di quelle che         i locali non vogliono più e che gli Inglesi si ammazzano per avere

34- Fare una coperta a maglia, di quelle a quadrettoni anni Settanta-Ottanta

35- Vestirmi da Babbo Natale a Carnevale

36- Fare un viaggio in barca a vela, magari alle Eolie

37- Organizzare e partecipare a una tregiorni sul divano

38- Trascorrere un mese mettendo tutti i giorni i tacchi alti

39- Partecipare a una degustazione di champagne in Francia

40- Ballare swing in un club di Brooklyn a NewYork

41- Imparare qualcosa che non so per niente, da zero

42- Mangiare un muffin di marijuana ad Amsterdam

43- Smettere di sentirmi in colpa senza motivo

44- Andare a cena da Gordon Ramsey

45- Fare skydiving in un posto bello

46- Imparare a farmi il Cosmopolitan da sola (potrebbe essere la fine)

47- Fare un giro in elicottero per vedere dall’alto una grande città, magari Rio de Janeiro

48- Trascorrere una settimana senza tecnologia, no internet e no telefono

49- Sentirmi almeno un giorno intero bellissima e molto soddisfatta di me

50-Intervistare uno di Anonymous (eh, tu, anonimus, se mi leggi, mandami una mail!)

(la seconda parte seguirà appena il lavoro mi darà tregua, è una roba complessa questa qui eh, bisogna concentrarsi)